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Posts Tagged ‘Daniele Maria Pegorari

Il realismo terminale accende le “Luci di posizione”.

Un’antologia di Giuseppe Langella ripropone l’esigenza di un’«estrema avanguardia»

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

A giudicare dalla “Cronistoria” che chiude questo libro, il realismo terminale, movimento poetico fondato da Guido Oldani nel 2010 con la pubblicazione di un manifesto, ha compiuto un cammino non solo di irrobustimento delle fila, ma anche di progressiva chiarificazione teorica. Sul primo fronte vanno ricordati i numerosi poeti simpatizzanti, che raggiungono il numero di cinquantotto nell’antologia Novecento non più. Verso il realismo terminale (La Vita Felice, 2016), ma anche i teatranti, gli artisti visivi e i musicisti, i quali hanno dato vita, in giro per l’Italia, a presentazioni, mostre, concerti, spettacoli, festival e iniziative di impegno civile, ad esempio sulla dignità delle carceri e in difesa delle minoranze etniche e religiose. Sul fronte dell’approfondimento teorico vanno, invece, ricordate le tavole rotonde di Cagliari, Milano e Torino (2012, 2013 e 2014) che hanno prodotto le pubblicazioni La faraona ripiena (Mursia, 2012), il Dizionarietto delle similitudini rovesciate (Mursia, 2014) e poi gli ampi studi di Giuseppe Langella e Amedeo Anelli, apparsi rispettivamente su «La modernità letteraria» (2014) e nel volume Oltre il 900 (Libreria Ticinum, 2016), cui si aggiungerà fra non molto il mio articolo Guido Oldani e il realismo terminale (negli atti del XVIII congresso MOD Scritture del corpo). D’ora in poi costituirà una pietra miliare della riflessione l’antologia Luci di posizione, poesie per il nuovo millennio. Antologia del Realismo terminale (Mursia, Milano 2017), curata ancora da Langella, italianista insigne dell’Università Cattolica e poeta, il primo a condividere il progetto di Oldani e ad armonizzare le intuizioni antropologiche e stilistiche di questi con uno sguardo sia sociologico che storico-letterario. Leggi il seguito di questo post »

CECILIA MANGINI_Visioni e passioni_mail (1)

di Daniele Maria Pegorari

 

Un dono inaspettato, come quelli che possono capitarti in Terra di Bari e che ti lasciano un sentimento di gratitudine, spesso accompagnato dall’imbarazzo di saperti un tantino immeritevole di tanta grazia. È così Bari, così i suoi dintorni: distratti, un tantino cinici, sempre in fuga verso il futuro; poi ad un tratto ti ritrovi una sorpresa tutta fatta di eleganza, sensibilità, decoro e fantasia. E la meraviglia in questi giorni, in città, è la mostra fotografica della documentarista Cecilia Mangini (Mola di Bari, 1927), una leggenda vivente, la collaboratrice di Pier Paolo Pasolini, di Ernesto De Martino e di Lino Del Fra, suo marito. Leggi il seguito di questo post »

 

checcozaloneChecco Zalone e l’ideologia della precarietà / 2

 

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Non mi stupisce il fatto che un prodotto culturale commerciale possa avere tanto successo, ottenere tanta pubblicità e incassare tanto denaro. Accade periodicamente e, peraltro, se non accadesse, non avremmo soltanto un altro comico disoccupato, ma l’intero sistema della produzione culturale ne sarebbe minata. Non ho mai ipocritamente tuonato contro le sexi-commediacce e i cine-panettoni vanziniani e nemmeno contro le canzonette (di cui, anzi, sono abbastanza ghiotto): sono stato un ‘ragazzo degli anni Ottanta’ e la consuetudine con l’industria culturale fa parte del mio dna.

Quello che invece mi ha stupito di Quo vado? è l’immediato interesse della politica (che invece non si era affatto mossa intorno ai precedenti film di CheccoZalone e Nunziante): questa attenzione decisamente seriosa, nonostante l’apparente leggerezza che il mattatore continua a professare, impone di leggere in questo film qualcosa di diverso. Sì, ha ragione Giuseppe Angiuli (che, per inciso, difende il posto fisso non certo pro domo sua, visto che è un libero professionista, forse da una quindicina d’anni): il film è sostenuto dal sistema mediatico perché piace la sua utilizzabilità come manifesto occulto dell’ideologia della precarietà esistenziale. Leggi il seguito di questo post »

 

2014. Nelo Risi

Di certe cose che dette da Nelo Risi suonavano molto meglio.

È morto l’ultimo grande poeta del Novecento

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Ogni tanto qualcuno sostiene che la poesia contemporanea sia morta; e a me pare sempre una ‘sentenza’ immotivata e quanto meno imprudente, perché lo sguardo troppo ravvicinato può convincerci che sia spacciato ciò che magari attraversa solo un cattivo momento di salute. Invece ora possiamo forse dire che è morta la grande poesia del Novecento, anzi possiamo persino fissarne la data di decesso: è accaduto oggi, venerdì 18 settembre 2015, giorno in cui, a trent’anni esatti da Italo Calvino (che di lui era più giovane di tre anni) si è spento Nelo Risi, l’ultimo gigante del secolo (Milano 1920 – Roma 2015). Leggi il seguito di questo post »

«LA REALTÀ È SUPERIORE ALL’IDEA» E «IL TEMPO È SUPERIORE ALLO SPAZIO».

 L’ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO SULLA «CURA» DELL’AMBIENTE

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Pensata come una lettera indirizzata «a tutte le persone di buona volontà» (n. 62) e non solo al popolo dei credenti in Cristo, l’enciclica Laudato si’, data il giorno di Pentecoste del 2015, terzo del pontificato di papa Bergoglio, è una riflessione morale sulla relazione stretta fra crisi ambientale e modello di sviluppo, che merita di entrare nel dibattito ideologico contemporaneo per la chiarezza delle proposizioni e per il coraggio con cui chiama in causa categorie e nodi concettuali altrove ritenuti spinosi, come «il lavoro» in quanto «senso della vita su questa terra» (n. 128), il «mondo postmoderno» (n. 162) o «post-industriale» (n. 165) e la «decrescita» (nn. 191-198). La struttura del ‘genere letterario’ è rigorosamente rispettata, col costante richiamo alla tradizione biblica (soprattutto veterotestamentaria, mi è parso) e alla tradizione magisteriale, con una comprensibile ricorrenza dei documenti dei due papi più recenti e della stessa esortazione apostolica Evangelii gaudium pubblicata da Francesco il 24 novembre 2013, giacché la tematica di stringente attualità scoraggia la ricerca di fondamenti dottrinali troppo indietro nel tempo. Stupisce favorevolmente la frequente citazione di documenti collettivi (come quelli di diverse conferenze episcopali non italiane) che confermano il carattere di novità del papa argentino: il suo cercare la nobiltà della Chiesa nella sua interezza, nel suo ‘corpo’, più che nella saldezza dell’auctoritas. Fa parte di questo carattere nuovo anche lo stile colloquiale dell’enciclica, la semplicità del dettato, l’abitudine a tornare sui nodi prediletti, temendo più di non essere compreso che di ripetersi. Leggi il seguito di questo post »

Mario Desiati, La notte dell’innocenza. Heysel 1985, memorie di una tragedia

Rizzoli, Milano 2015 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Sono uno juventino di centro: nel senso che quella calcistica è forse l’unica fede moderata della mia vita. Intendiamoci, credo di aver pianto anch’io di disperato nervosismo dopo una sconfitta della mia beneamata, ma avevo 13 anni e non riuscii a sopportare, dopo la perdita dello scudetto a vantaggio della Roma di Falcao e Conti, anche il cocente scippo della Coppa dei Campioni, il 25 maggio 1983 ad Atene, da parte di un insignificante Amburgo. Sarebbe stato troppo per chiunque, penso… Ci rifacemmo l’anno seguente col miglior Platini di sempre e un nuovo portiere perugino, Tacconi, che ebbe la meglio sull’eterno secondo, un bresciano dal cognome che all’epoca non poteva dirmi nulla, ma che una decina di anni dopo mi avrebbe richiamato alla mente quello di un suo omonimo pugliese, segnato anche lui dal destino di rimanere sulla soglia della ribalta e di non essere mai scelto fra i migliori undici. Il cognome poco fortunato era quello di Bodini, ma in quest’altro caso il ‘gioco’ era quello della poesia. Leggi il seguito di questo post »

Umberto Eco, Numero zero (Bompiani, Milano 2015)

 

di Daniele Maria Pegorari

(autore de Il fazzoletto di Desdemona. La letteratura della recessione da Umberto Eco ai TQ, Bompiani)

 

Dopo la complessa operazione romanzesca del Cimitero di Praga, impegnativa e affascinante per la documentazione storiografica e ancor più per lo ‘scandalo’ filosofico che vi era sotteso, non era lecito attendersi dal settimo romanzo di Umberto Eco un ulteriore passo avanti nella sua riflessione sul conflitto fra realtà e costruzione di verità. La piacevolezza di quest’ultimo libro, insolitamente breve (circa 210 pagine), insolitamente semplice (solo otto personaggi, ma sono appena la metà quelli che effettivamente hanno una qualche consistenza) e ‘aristotelicamente’ compatto (quasi tutto si svolge in due mesi a Milano) consiste non più nel fascinoso turbine degli eventi, nell’ingranaggio complesso che mescola le memorie erudite e l’invenzione fantastica, e nemmeno nell’ammiccamento sornione alla letteratura di genere: solo un presentatore mainstream con la fama di ‘intelligente’ l’ha potuto definire, domenica 11 gennaio, «un giallo», e siccome non gli sembrava abbastanza, gli è parso ancora più ‘intelligente’ definirlo «un noir». No davvero, la piacevolezza di questo libro risiede piuttosto nella semplicità con cui solo un grande scrittore può permettersi di passare, diciamo, dall’enciclopedia all’epitome o, per approssimarci meglio alla tesi, dalla protesta per la fine di una ‘visione enciclopedica’ all’icastica messa a fuoco delle dinamiche attraverso le quali la conoscenza viene spappolata dall’informazione. Leggi il seguito di questo post »


«incroci» - semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli • Raffaele Nigro • Daniele Maria Pegorari.

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