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Posts Tagged ‘romanzo contemporaneo

Ruggiero Stefanelli, FORSE QUASI CHISSÀ

Il seme bianco, Roma 2018

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

Quando la sapienza dell’italianista di lungo corso – maturata dietro una cattedra di Letteratura italiana nell’Università di Bari – e una consuetudine con la pedagogia s’incontrano con un’esperienza familiare di disabilità drammaticamente reale, può accadere che ne scaturisca un’ottima lezione, magari un ciclo di conferenze, preceduto o seguito da un saggio testimoniale. Ma quello che è successo a Ruggiero Stefanelli – che, allentati gli impegni scientifici, ha già pubblicato nel 2012 un romanzo, Ombre sulla basilica, e nel 2014 una raccolta lirica, Poesie dal tempo – va oltre l’autobiografia familiare per divenire ‘racconto di realtà’, vale a dire una storia d’invenzione, ma così fondata sull’esperienza reale e sulla documentazione neurologica e pedagogica, da offrirsi come una lettura avvincente, senza perdere in precisione e credibilità. A trenta anni esatti da quell’intenso cult movie che fu Rain man (che vinse un Orso d’oro a Berlino e ben quattro Oscar, fra cui quello a un magnifico Dustin Hoffman, la cui difficilissima interpretazione si meritò anche un Golden Globe e un David di Donatello), il nuovo libro di Stefanelli, Forse quasi chissà, ci trasporta ancora nel misterioso mondo dei Disturbi dello Spettro Autistico (o semplicemente ‘autismo’), una patologia complessa, sempre più frequentemente diagnosticata, che inficia gravemente non solo l’interazione sociale e la capacità di generalizzare gli interessi (come nella consimile sindrome di Asperger), ma anche la facoltà linguistica. Non sempre questi disturbi si associano a un ritardo mentale più o meno marcato e questo contribuisce a fare del soggetto autistico una persona potenzialmente consapevole del proprio stato di disagio, senza però agevolarlo nel processo di autocontrollo e superamento degli ostacoli che sono di natura primariamente neurologica e non psichiatrica. Leggi il seguito di questo post »

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Alberto Schiavone, Dolcissima abitudine

Guanda, Milano 2019

 

 

 

 

di Milica Marinković

Torino, novembre 2006 è il titolo del primo capitolo di Dolcissima abitudine di Alberto Schiavone, uscito a gennaio per Guanda. Il lettore potrebbe immaginare una storia contemporanea, ambientata nella Torino degli anni Duemila, ma questo libro è tutt’altro. L’inizio del romanzo è la sua fine. Si comincia da un funerale, dal funerale di Aldo, cliente fedelissimo di Rosa e amico di Piera. Cliente perché questa donna è una prostituta, ormai alla fine della carriera. Amico perché Aldo è forse l’unico uomo che abbia saputo avvicinarsi anche al cuore, non solo al corpo, della Madame dai due nomi. Il cuore appartiene a Piera, mentre il corpo è chiamato Rosa. Rosa in arte e artigianato, Rosa virtuosa di quel mestiere antico. Leggi il seguito di questo post »

Onofrio Pagone, IO NON HO SBAGLIATO

Giraldi, Bologna 2016.

 

 

 

 

di Chiara Cannito

Un’affermazione dura perentoria, decisa, che durante la lettura del romanzo si comprende, motiva e sostanzia. La protagonista che Onofrio Pagone racconta magistralmente compie delle scelte nella sua vita che mai rinnega, mai ricusa, mai rimpiange. Io non ho sbagliato è tante cose insieme: tranche de vie, romanzo di formazione, autobiografia. È forte e fragile come la protagonista, sofferto e sorprendente nello stile, tenero e terribile nella trama. Giocando tra queste ossimoriche emozioni, si dipana la storia di una giovane rumena che scappa, incinta, dal suo paese per dare un futuro migliore a se stessa e al figlio nella città di Bari, dove già vive sua madre. E qui inizia il dramma. È una narrazione che mette i brividi, fa riflettere, apre il cuore, ma anche la mente. Tutto è racchiuso in quegli occhi della copertina: che aggrediscono con la loro dolcezza, che ti sfidano con la loro fragilità, che ti braccano con la loro muta richiesta di aiuto. Prova Pagone, e vi riesce bene, a contaminare generi e linguaggi, immagini oniriche e impietosi interni.

Proviamo a percorrere adesso la trama del romanzo descrivendola per ‘quadri’. Ad accompagnarci in questo tour è Marc Chagall.

Il violinista – 1911 Dusseldorf, olio su tela

Primo quadro: Il violinista, ovvero l’infanzia rubata.«Quella volta con Gheorghe fu bellissimo. Sentivo il vento nelle mie orecchie ed era come una voce amica che sussurrava […]. Nulla poteva presagire cosa ci sarebbe successo». Il violino che era stato per la giovane donna metafora di un amore adulto, capace di ridisegnare i destini incrociando vite e intrecciando sogni, si rivela un’illusione. La voce del violino getta la maschera: era bugiarda. False e ipocrite quelle dichiarazioni di amore eterno. Archiviata l’infanzia la giovane donna si trova a pensare il suo essere mamma. Contro tutti e contro tutto. Leggi il seguito di questo post »

Stefano Lanuzza, ’900 OUT. SCRITTORI ITALIANI IRREGOLARI

Fermenti, Roma 2017.

 

 

 

 

di Sergio D’Amaro

Come esiste una letteratura coralmente riconosciuta e gratificata, così ne esiste un’altra specie, in Italia, emarginata e innamorata dell’oblio. Destini diversi che decidono quanto un autore pesi sulla bilancia del critico e nel portafoglio dell’editore. È una dimostrazione, anche, di quanto l’abilità nel sapersi adeguare a formule stereotipate (magari suggerite dalle fiorenti scuole di scrittura) e nel cogliere opportunità di successo immediato, legato alle dinamiche di mercato, abbia il suo peso nel farsi amare dalla Fama. Leggi il seguito di questo post »

Marilù Oliva, Lo Zoo 

Elliot, Roma 2015

 

 

di Antonio Giampietro

 

«Ozotti solai omiuntu»: quella frase misteriosa, quel canto ancestrale e mitico, litania profonda di un mondo sognante e lontano, ripetuta tre volte dalla Strega in chiusura dell’ultimo romanzo di Marilù Oliva, rende perfettamente il senso autentico a cui è giunta la scrittura dell’autrice bolognese. Questa si mostra, infatti, capace di dar vita, con le parole, a storie tanto fantastiche e imprevedibili, quanto saldamente ancorate in una realtà concretissima. Quei segni vivi attirano lo sguardo vorace del lettore, che non può smettere di cercare il libro, rapito dalla curiosità di sapere cosa accadrà al rigo successivo, cosa rivelerà la prossima parola, e allo stesso tempo spingono la sua mente a interrogarsi sul presente, sul mondo vasto e terribile in cui vive e in cui gli pare che tutto quell’assurdo, quell’imponderabile, possa accadere. Leggi il seguito di questo post »

Giuseppe Lupo, L’ALBERO DI STANZE

Marsilio, Venezia 2015

 

 

 

 

di Lino Angiuli

 

«Se questi muri potessero parlare!». Quest’ultimo romanzo di Lupo, composto e proposto lungo il solco di una cifra ormai riconoscibile per originalità e polluzione fantastica, scioglie la riserva recata da questa frase ‘ipotetica’ e, grazie all’inesauribile motore narrativo di cui dispone l’autore, fa in modo che i muri non solo parlino, ma ‒ a chi abbia orecchi per intendere  ‒ raccontino in lungo e in largo le storie “incredibili” di una famiglia che, una generazione dopo l’altra, ha impregnato di vissuti e vicende ogni spazio della propria casamadre, innalzata in verticale, una stanza dopo l’altra, a partire dal fondatore delle fondamenta, tale Redentore Bensalem, prima cavapietre poi mugnaio in quel di Caldbanae, luogo già presente in altre pagine narrative di Lupo. Un albero di stanze che coincide con un albero genealogico, a sua volta coincidente con un albero di storie vissute e narrate all’insegna di una mitologia familiare dal sapore “magico”, che si svolge lungo il Novecento e che giunge fino alla vigilia del primo gennaio 2000, quando svoltano i calendari, i secoli e i destini. Leggi il seguito di questo post »

 

FRANCESCO FORLANI, Parigi, senza passare dal Via

LATERZA, 2013

 

 

di Alida Airaghi

 

“I miei erano molto preoccupati, in quel 21 giugno del ’91, perché non avevo un lavoro, non parlavo la lingua e non eravamo ricchi di famiglia. Io mi ricordo soltanto che ero partito con la valigia da mimo, di cartone puro, che scendendo dal treno si era rotta, aperta in due, come se quei milleduecentonovantuno chilometri se li fosse fatti tutti da sola”. Non è l’amarcord di un tradizionale emigrato che dal nostro sud abbia cercato lavoro e successo all’estero, ma la rievocazione antiretorica che Francesco Forlani fa della sua partenza da Caserta, dopo la laurea in filosofia, per raggiungere Parigi: città-mito in cui ha cercato riparo e consolazione, soprattutto intellettuale, al sorgere del ventennio berlusconiano, e dove saltuariamente risiede tuttora. Leggi il seguito di questo post »


«incroci» – semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli •  Daniele Maria Pegorari • Raffaele Nigro

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