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William Vastarella, La Parola della Grande Madre

Posted on: 13/05/2020

La Parola della Grande Madre

una prosa di William Vastarella

Ho perso la mia vita a lavorare di cesello,

a limare le matite, la grafite, mentre con uno sbuffo

le pareti dello stomaco di pietra della terra, in un istante,

della stessa materia fanno un diamante.

 

So che c’è una parola, una parola così potente, così potente da mutare il pensiero in cose.

Fu trovata anticamente nei tentativi delle infinite permutazioni dei suoni possibili della lingua dell’Homo Sapiens.

Ventisettemila anni fa tra gli spasmi la disse una giovane donna morendo durante il parto.

Questa donna è sepolta come Magna Mater, coronata da una calotta di conchiglie, nella grotta di Santa Maria d’Agnano sotto Ostuni.

Per secoli è stata venerata sotto diversi nomi divini dai popoli della Terra.

La parola fu custodita da una casta di sagge incorruttibili quando le donne erano matriarche.

Era una parola tremenda, difficilissima da imparare, perché era contemporaneamente un urlo, una parola ed un sospiro, frutto di una torsione complessa e armonica del fisico di chi la pronunciava.

Passava attraverso il corpo di chi la diceva come il suono di un flauto attraversa da un capo all’altro lo strumento.

Ci volevano sempre più mesi ed esercizi appositi per recuperare quel modo di parlare, quel modo di fare suoni, perché gli uomini stavano modificando nello scorrere dei millenni il modo di usare la voce.

Non sempre funzionava e non tutti riuscivano a impararla.

Per produrre quel suono si mescolava danza e canto e mimo, fare vibrare fibre segrete, abitualmente immobili. Proprio così, in quel tentativo, nacquero quelle arti.

All’inizio si pensava potesse farlo solo un corpo di donna. Non tutte le iniziate ci riuscivano. C’erano generazioni in cui una o due soltanto imparavano e quel sapere sembrava vacillare come una fiammella di candela. Allora una matriarca, come dono d’amore per un figlio, iniziò a farlo studiare anche ai maschi.

Solo dopo secoli un maschio riuscì a riprodurre quel suono e fu tramandato da lui ad un nuovo ramo maschile della casta segreta.

Poi il matriarcato si corruppe e queste sagge restarono nel mito come Amazzoni, Erinni o Parche perché i maschi, appena fu inventata l’agricoltura, si impadronirono del potere mediante la forza fisica e le demonizzarono.

Alle donne impedirono quella parola e perseguitarono le sagge e la loro comunità.

Quella parola costruì mura megalitiche, templi e piramidi, aprì mari, distrusse monti, fece piovere acqua ed anche cibo, aprì il cielo. Fermò la terra e il sole, fece risuscitare e morire.

Rese inutile morire.

Aveva un unico difetto: non si riusciva a scrivere.

Infiniti scribi babilonesi persero la vista nel tentare di scriverla e sacerdoti egizi diventarono folli nel tentativo di trasformarla in suono. Consentì a Gengis Khan di conquistare la Cina, e Papa Leone Magno l’avrebbe usata contro Attila se Attila stesso non avesse rivelato all’uomo vestito di bianco di conoscere e praticare quello stesso sapere esoterico.

A me fu comunicata la sua esistenza in un pub a Madonnella, un quartiere di Bari, da un vecchio alcolizzato, che mi avvicinò dopo avermi osservato a lungo, stanco e devastato dal dover nascondere questo segreto e desideroso che qualcun altro continuasse dopo di lui la ricerca.

Gli era stato rivelato che finalmente l’aveva trascritta un monaco cinese usando la fonetica mescolata del polacco, di un dialetto Cherokee e del brasiliano e l’aveva scritta prima di morire sui vetri di una finestra di un faro in un’isola scozzese, dove era approdato per sfuggire a misteriosi persecutori.

Bene, io ho recuperato quella parola scritta, ma mi manca la cognizione della pronuncia del Cherokee di quella tribù. Per anni ho cercato tracce di gente sopravvissuta di quel popolo, e studiato le lingue nel tentativo di risalire a quel suono, ma gli appartenenti a quella etnia sono tutti estinti.

Per cui quello scritto è per sempre inservibile.

2 Risposte to "William Vastarella, La Parola della Grande Madre"

potente
come la scrittura del dolore
che rende a volte possibile la scrittura
R.Monaco

Il lievito madre
suggerì la deformazione dell’arca.
I presupposti misero fine
alla devastazione. Crebbero a dismisura
le vie, i cieli, i mari. Si confusero.
L’unica conca che si stabili essere,
un piccolissimo lago,
dato il presupposto,
fu lo schianto.

Ringrazio per questa bella lettura.
Mauro Pierno.

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