incroci on line

Archive for the ‘narrativa’ Category

La Parola della Grande Madre

una prosa di William Vastarella

Ho perso la mia vita a lavorare di cesello,

a limare le matite, la grafite, mentre con uno sbuffo

le pareti dello stomaco di pietra della terra, in un istante,

della stessa materia fanno un diamante.

 

So che c’è una parola, una parola così potente, così potente da mutare il pensiero in cose.

Fu trovata anticamente nei tentativi delle infinite permutazioni dei suoni possibili della lingua dell’Homo Sapiens.

Ventisettemila anni fa tra gli spasmi la disse una giovane donna morendo durante il parto.

Questa donna è sepolta come Magna Mater, coronata da una calotta di conchiglie, nella grotta di Santa Maria d’Agnano sotto Ostuni.

Per secoli è stata venerata sotto diversi nomi divini dai popoli della Terra.

La parola fu custodita da una casta di sagge incorruttibili quando le donne erano matriarche. Leggi il seguito di questo post »

Martino Marazzi, SBAGLI

Castelvecchi, Roma 2019.

 

di Sergio D’Amaro

È il quarto lavoro narrativo di Martino Marazzi, italianista dell’Università di Milano, molto noto per i suoi libri sulla cultura italoamericana. A suo modo, questi suoi Sbagli (scanditi in cinque capitoli che si chiamano “Accettazione”, “Esterno-ambulatorio”, “Ninfeo”, “Refettorio”, “Cella”) sono quelli di un’umanità perennemente alla ricerca di sé stessa nello smarrimento esistenziale e nel labirinto delle decisioni e dei rapporti che si intrattengono con gli altri. Il narratore-regista dei racconti, detto «il Maresciallo», è ospite di un manicomio sulle cui pareti incide i momenti salienti di cinque vite dall’esito negativo. A volerlo racchiudere in una formula di comodo si potrebbe utilizzare l’espressione ‘confesso che ho sbagliato’ (parafrasando il nerudiano «confesso che ho vissuto»), sottolineando che molti furono gli esordi con buone intenzioni, molti i cambiamenti nell’attuarle, molti i compromessi dolorosi e le dolorose rinunce, impossibile la bontà nel perseguirle. Vi si parò davanti un destino cinico e baro, un’accolta di diavoli traditori, una perseverante sfiducia negli altri, una crescente insofferenza. Si spense ogni evidenza sulle anomalie della normalità e il manicomio così, divenne la sede naturale per emettere diagnosi di disumanizzazione. Leggi il seguito di questo post »

Il prossimo numero di «incroci» (il quarantunesimo, in uscita a giugno 2020) sarà dedicato a un tema tanto universale e vasto da averci finora sconsigliato di affrontarlo: l’amore. Ma, dopo 20 anni di lavoro, ci è sembrato naturale farne il nodo tematico delle nostre creazioni e riflessioni. In vista di quel fascicolo, proponiamo qui un breve racconto dedicato a quello che Novalis definiva «il più alto mistero», ovvero l’unione fra l’uomo e la donna come iniziazione al sacro (e al sacro guarderà un successivo numero di «incroci»: il nostro cantiere ferve…). Marcel, il protagonista di queste pagine, avverte che l’amore è inconscio anelito all’Unità, tensione alla totalità dell’essere, ricordo oscuro di un tempo che precede la Storia, prima della Caduta; l’amore è desiderio di un incontro preparato dai primordi e atteso nel tempo, è l’appuntamento che chiude il Cerchio del Tempo.

Il vicolo era stretto, maleodorante. Una fioca luce appannata disegnava tremolanti losanghe sul selciato lucido di pioggia. La lanterna cigolava e oscillava al vento gelido dell’Armorìca. Anche il sorriso di santa Novala appariva ora spento, smorto, appannato. Sotto l’arco dell’edicola sbrecciata, i bianchi occhi di calcare parevano indicargli un’insegna corrosa, sbiadita dal tempo. “Töhne” si leggeva a rilievo nel muro smattonato, soffocato dalla muffa verdastra che ricopriva l’edificio. Leggi il seguito di questo post »

 

Valeria Traversi, Io non sono Clizia, Raffaelli, Rimini 2019 

 

di Graziana Moro

Giovedì 28 novembre 2019, alle ore 18, si presenta presso la Libreria Laterza di Bari (v. Dante, 53) un romanzo che restituisce a una storia d’amore tutta l’importanza che ebbe per la costituzione della poetica di Eugenio Montale; al contempo in queste pagine si rende giustizia a una straordinaria figura femminile, Irma Brandeis, americana, studiosa di letteratura mistica e italiana. A discuterne con l’autrice sarà il prof. Ferdinando Pappalardo. Con l’occasione pubblichiamo una recensione di Graziana Moro

Io non sono Clizia è una negazione affermata con veemenza. Valeria Traversi, docente di Lettere, ripercorre in un romanzo edito da Raffaelli (Rimini 2019) la storia d’amore di Irma Brandeis ed Eugenio Montale – alias Clizia e Arsenio –, romanzando il loro rapporto che si dipana in un gomitolo costituito da realtà e allegoria. Irma Brandeis, professoressa americana, studiosa ed esperta di letteratura italiana, vuole vivere la propria vita ‘in quanto’ Irma e nega l’alterità poetica di Clizia perché insegue prioritariamente l’uomo e non il poeta. Figlia di ebrei progressisti di origine austriaca, ricerca l’Arte, la Bellezza e l’Amore facendosi guidare dal fil rouge delle parole che non possono restare nomina nuda, ma risultano funzionali alla definizione di quella concretezza che spiega la verità delle cose. Leggi il seguito di questo post »

di Daniele Maria Pegorari

Dall’11 al 13 ottobre 2019 l’Auditorium La Vallisa di Bari ha ospitato Binari paralleli. L’avventura di un soldato, monologo di Maurizio De Vivo tratto da un racconto di Italo Calvino. L’ultima replica è stata introdotta da Daniele Maria Pegorari che in questo intervento ci conduce alla scoperta di questo testo e della sua segreta ‘teatralità’.

«Io scriverei racconti per tutta la vita. Racconti belli stringati, che come li cominci così li porti a fondo, li scrivi e li leggi senza tirare il fiato, pieni e perfetti come tante uova, che se gli togli o gli aggiungi una parola tutto va in pezzi»: così scrive in una lettera privata un ventitreenne Italo Calvino, testimoniando, sin dalle sue origini, una predilezione per la narrazione breve (il racconto, la fiaba), pur mentre portava a termine la stesura del romanzo d’esordio, Il sentiero dei nidi di ragno, che uscirà per Einaudi il 10 ottobre dell’anno seguente, il 1947 (l’epistola citata, datata 8 novembre 1946, era indirizzata a Silvio Micheli ed è compresa in Lettere 1940-1985, a cura di L. Baranelli, A. Mondadori, Milano 2000, p. 167). Leggi il seguito di questo post »

Vincenzo Elviretti, Il vento. Racconto di una canzone, Catartica, 2019

di Paolo Leoncini

Si tratta di un «racconto», costituito di 44 capitoletti, ambientato a Bellegra, paese in provincia di Roma. Elviretti continua una rappresentazione critica della vita di provincia, già motivo di Pietre, la precedente serie di racconti del giovane scrittore laziale. Qui, l’elemento critico si rende più evidente come «crisi» dell’esistenza, nella cittadina di provincia, che diventa simbolo di una crisi sociale ben più ampia. L’autore riprende, attraverso un intento «costruttivo», tra il saggistico e il narrativo, gli elementi dell’indistinto, dell’ambiguo, dell’equivoco, fino alla sovrapposizione tra l’immaginario e il reale; tra il testo della «canzone» di Fabietto, – «io narrante», protagonista del racconto, i cui versi finali dicono: «E no, e no/qualche cosa farò/e no e no/nel vento ti ucciderò» − e il fatto reale dell’uccisione di Baffo, personaggio eminente della vita di Bellegra, ma tutt’altro che amato, e soprattutto da Serafino, già suo partner omosessuale, che compirà il delitto: («Accanto a Baffo hanno trovato i versi di una canzone, scritti per terra con un pennarello, una di quelle del tuo complesso», p.86), dice il padre a Fabietto. Qui, si potrebbe già rilevare una contaminazione interna tra la «decisione», dinanzi ad un amore tradito, finito, di «fare qualcosa», e il farlo secondo i versi della canzone, ovvero uccidendo «nel vento»: ciò vanifica la «decisione» stessa sul versante volitivo e la dissolve nell’irreale del «vento», cioè del transeunte, dell’inesistente, tratti psicologici che effettivamente connotano il mondo giovanile della cittadina, in accezione allusivo-simbolica ad una contemporaneità, dove i moventi dell’interiorità volitiva si scambiano con i moventi della momentaneità immaginativo-regressiva, consentendo fatti che sono, in effetti, reali, ma non realisticamente motivati. Leggi il seguito di questo post »

Marilù Oliva, Musica sull’abisso

HarperCollins, Milano 2019

 

 

di Milica Marinković

Sotto i portici e tra le mura della città che più di qualsiasi altra sa del Medioevo dotto e ancora pulsante, si nasconde una passione particolare per la lingua latina che riprende fiato in una classe bolognese. Il liceo che porta il nome di uno dei simboli della letteratura classica, Marco Tullio Cicerone, diventa luogo di una singolare unione tra i compagni della classe quinta G.

Oltre che dalla posizione sociale altolocata delle loro famiglie, questi studenti sono legati anche da qualcos’altro. Quello che per la maggior parte dei giovani rappresenta l’incubo degli anni del liceo, una materia morta e risorta per farli sudare e studiare, per gli alunni della quinta superiore di questo liceo bolognese è una passione viva, una conoscenza che potrebbe condurli verso il senso/segreto della vita e della morte. I ragazzi padroneggiano con maestria la lingua degli antichi e si sentono superiori a tutti coloro che non sono in grado di capire il fascino del latino. Tutto ciò, però, li porta in un’altra direzione, verso il luogo del sangue, del sacrificio, dell’aldilà. Leggi il seguito di questo post »

 

Marco Missiroli, Fedeltà

Torino, Einaudi 2019

 

 

 

 

di Milica Marinković

Dopo aver amato i suoi libri precedenti, ho aspettato con impazienza l’annunciata uscita del nuovissimo libro di Missiroli, Fedeltà, pubblicato a febbraio da Einaudi e scritto da un Missiroli diverso, caratterizzato da uno stile riconoscibile ma nuovo, meno timido e più diretto, nei dialoghi molto colloquiale, dalle frasi spesso non compiute, ogni tanto in dialetto. Dalle prime righe ci si imbatte nel malinteso attorno al quale è costruito questo romanzo e che mi fa pensare subito all’opera di Camus, autore amato da Libero, il protagonista del precedente libro dell’autore riminese. Un malinteso come tanti altri sui quali si poggiano i destini descritti nei romanzi o nelle vite, per i quali si può ottenere una fortuna, ma anche perdere tutto, matrimonio compreso, se stessi compresi. Leggi il seguito di questo post »

Ruggiero Stefanelli, FORSE QUASI CHISSÀ

Il seme bianco, Roma 2018

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

Quando la sapienza dell’italianista di lungo corso – maturata dietro una cattedra di Letteratura italiana nell’Università di Bari – e una consuetudine con la pedagogia s’incontrano con un’esperienza familiare di disabilità drammaticamente reale, può accadere che ne scaturisca un’ottima lezione, magari un ciclo di conferenze, preceduto o seguito da un saggio testimoniale. Ma quello che è successo a Ruggiero Stefanelli – che, allentati gli impegni scientifici, ha già pubblicato nel 2012 un romanzo, Ombre sulla basilica, e nel 2014 una raccolta lirica, Poesie dal tempo – va oltre l’autobiografia familiare per divenire ‘racconto di realtà’, vale a dire una storia d’invenzione, ma così fondata sull’esperienza reale e sulla documentazione neurologica e pedagogica, da offrirsi come una lettura avvincente, senza perdere in precisione e credibilità. A trenta anni esatti da quell’intenso cult movie che fu Rain man (che vinse un Orso d’oro a Berlino e ben quattro Oscar, fra cui quello a un magnifico Dustin Hoffman, la cui difficilissima interpretazione si meritò anche un Golden Globe e un David di Donatello), il nuovo libro di Stefanelli, Forse quasi chissà, ci trasporta ancora nel misterioso mondo dei Disturbi dello Spettro Autistico (o semplicemente ‘autismo’), una patologia complessa, sempre più frequentemente diagnosticata, che inficia gravemente non solo l’interazione sociale e la capacità di generalizzare gli interessi (come nella consimile sindrome di Asperger), ma anche la facoltà linguistica. Non sempre questi disturbi si associano a un ritardo mentale più o meno marcato e questo contribuisce a fare del soggetto autistico una persona potenzialmente consapevole del proprio stato di disagio, senza però agevolarlo nel processo di autocontrollo e superamento degli ostacoli che sono di natura primariamente neurologica e non psichiatrica. Leggi il seguito di questo post »

Alberto Schiavone, Dolcissima abitudine

Guanda, Milano 2019

 

 

 

 

di Milica Marinković

Torino, novembre 2006 è il titolo del primo capitolo di Dolcissima abitudine di Alberto Schiavone, uscito a gennaio per Guanda. Il lettore potrebbe immaginare una storia contemporanea, ambientata nella Torino degli anni Duemila, ma questo libro è tutt’altro. L’inizio del romanzo è la sua fine. Si comincia da un funerale, dal funerale di Aldo, cliente fedelissimo di Rosa e amico di Piera. Cliente perché questa donna è una prostituta, ormai alla fine della carriera. Amico perché Aldo è forse l’unico uomo che abbia saputo avvicinarsi anche al cuore, non solo al corpo, della Madame dai due nomi. Il cuore appartiene a Piera, mentre il corpo è chiamato Rosa. Rosa in arte e artigianato, Rosa virtuosa di quel mestiere antico. Leggi il seguito di questo post »

Chiara Cannito, Corro

Quorum Edizioni, Bari 2018

 

 

 

 

di Francesco Brandi

Un giorno, qualcuno, in un lontano 2050, studiando sui libri di storia le vicende legate alla distruzione della Siria, terra antichissima, culla di una primissima civiltà comune Mediterranea, a sua volta origine della cosiddetta civiltà europea, che oggi ancora e stentatamente cerchiamo di costruire, dovrà riconoscere l’imperdonabile colpa delle masse di brave persone che dal privilegiato osservatorio dell’Occidente, distratte perché alle prese con le mirabolanti funzionalità dell’ultimo smartphone, con le prodezze circensi dei calciatori nella finale di Champions, con le trovate propagandistiche del più arguto dei populisti, non si sono accorti, letteralmente, dell’immane tragedia consumatasi poco di là dal mare, verso Est. Leggi il seguito di questo post »

Onofrio Pagone, IO NON HO SBAGLIATO

Giraldi, Bologna 2016.

 

 

 

 

di Chiara Cannito

Un’affermazione dura perentoria, decisa, che durante la lettura del romanzo si comprende, motiva e sostanzia. La protagonista che Onofrio Pagone racconta magistralmente compie delle scelte nella sua vita che mai rinnega, mai ricusa, mai rimpiange. Io non ho sbagliato è tante cose insieme: tranche de vie, romanzo di formazione, autobiografia. È forte e fragile come la protagonista, sofferto e sorprendente nello stile, tenero e terribile nella trama. Giocando tra queste ossimoriche emozioni, si dipana la storia di una giovane rumena che scappa, incinta, dal suo paese per dare un futuro migliore a se stessa e al figlio nella città di Bari, dove già vive sua madre. E qui inizia il dramma. È una narrazione che mette i brividi, fa riflettere, apre il cuore, ma anche la mente. Tutto è racchiuso in quegli occhi della copertina: che aggrediscono con la loro dolcezza, che ti sfidano con la loro fragilità, che ti braccano con la loro muta richiesta di aiuto. Prova Pagone, e vi riesce bene, a contaminare generi e linguaggi, immagini oniriche e impietosi interni.

Proviamo a percorrere adesso la trama del romanzo descrivendola per ‘quadri’. Ad accompagnarci in questo tour è Marc Chagall.

Il violinista – 1911 Dusseldorf, olio su tela

Primo quadro: Il violinista, ovvero l’infanzia rubata.«Quella volta con Gheorghe fu bellissimo. Sentivo il vento nelle mie orecchie ed era come una voce amica che sussurrava […]. Nulla poteva presagire cosa ci sarebbe successo». Il violino che era stato per la giovane donna metafora di un amore adulto, capace di ridisegnare i destini incrociando vite e intrecciando sogni, si rivela un’illusione. La voce del violino getta la maschera: era bugiarda. False e ipocrite quelle dichiarazioni di amore eterno. Archiviata l’infanzia la giovane donna si trova a pensare il suo essere mamma. Contro tutti e contro tutto. Leggi il seguito di questo post »

Giovanni Verga, NOVELLE RUSTICANE

Edizione critica a cura di Giorgio Forni

Fondazione Verga / Interlinea, Novara 2016

 

 

 

 

di Francesco Giuliani

Per gli studiosi e gli appassionati di Giovanni Verga si tratta di un evento davvero importante: ci riferiamo alla pubblicazione dell’edizione critica delle Novelle rusticane, da poco in libreria per i tipi della casa editrice novarese Interlinea, a cura di Giorgio Forni, ricercatore dell’Università di Messina. L’iniziativa rientra nella nuova serie di volumi progettati per l’Edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, a cura della Fondazione Verga di Catania. Leggi il seguito di questo post »

Andrea Vaccaro, mio grande amore
Guida Editori, Napoli, 2015, 371 pp.

 

 

 

 

di Marta Lentini

mio grande amore, romanzo ambientato a Roma, scritto nel 2006, è un’opera autobiografica di Andrea Vaccaro, scrittore e pittore, che qui si fa cantore di un grande amore, che rievoca, nel suo tragico espandersi, fino alla conclusione attesa, ma pur sempre dolorosa. L’Amore è quello di Andrea, professore di liceo, per Maura, conosciuta adolescente tanti anni prima, e vagheggiata nel suo quotidiano per sempre, fino al reincontro di tanti anni dopo, disturbato e intristito dalla scoperta di un percorso tragico di vita che l’aveva portata alla prostituzione e alla droga. Con  un linguaggio diretto e generosamente descrittivo di ogni moto interiore del protagonista, che si lega indissolubilmente a una Idea filosofica dell’esistenza, e a una visione unitaria di un perché delle cose quasi fatale, e con un andamento tra il poetico e il retorico, Vaccaro ricostruisce fedelmente la storia di un amore sognato, pensato, combattuto, che non viene quasi mai realmente agito. Leggi il seguito di questo post »

Il ritorno alla fisicità e l’illusione della leggerezza.
Intervista a Tommaso Pincio

 

 

a cura di Anna Acquaviva

Dodici e-mail, un aereo, due bus, una valigia azzurra, un registratore, un taccuino, un foglio con delle domande; un bar, un caffè, una cioccolata calda, una ragazza, uno scrittore e poi Roma, la città eterna. La mia intervista a Tommaso Pincio è il risultato di una prima corrispondenza epistolare nata via e-mail con lo scrittore, il quale ha accettato con estrema gentilezza di incontrarmi per questa chiacchierata, svoltasi a Roma il 28 dicembre 2016, presso la sala da tè di un bar ‘palermitano’ della capitale. Le domande formulate nascono dal desiderio di soddisfare le mie curiosità sui legami che la vita e le opere di Pincio intrecciano con il mondo reale e con quello virtuale, approfondendo aspetti anche distanti dall’ambito letterario. Mi accorgo che con le sue risposte l’autore ha deciso di regalarmi qualcosa di sé, il suo personalissimo punto di vista sulla società attuale.

È noto al pubblico dei lettori che lei utilizza uno pseudonimo per firmare le sue opere. Da cosa nasce questa esigenza? Perché ha scelto di chiamarsi Tommaso Pincio?

C’è una motivazione che per anni avevo rimosso. La scelta della pseudonimia è nata dalla difficoltà di vivere nel mondo in cui allora ero inserito, quello dell’arte; darmi un nuovo nome è stato per me un modo per ridarmi un’altra vita. Le sembrerà un po’ assurdo, ma il mondo dell’arte è molto piccolo e ristretto. Vivevo come un problema la mia posizione nel mondo dell’arte, non sopportavo più certe dinamiche in cui pure mi ero pienamente inserito: ero il direttore di una galleria molto importante a Roma, ma questo lavoro era un ripiego rispetto alle mie ambizioni da ragazzo, poiché la mia massima aspirazione, all’epoca, era quella di fare il pittore. Lavorare in quell’ambiente era il ricordo costante del mio fallimento e fonte di frustrazione continua. Quando ho iniziato a scrivere romanzi, avevo in realtà alle spalle già testi di critica artistica che sono confluiti nel libro Scrissi d’Arte, ma sentivo l’esigenza di scrollarmi di dosso questo mio passato, tutto ciò che esso comportava, e per questo, per ridarmi una nuova identità da scrittore ho adottato uno pseudonimo. Tommaso Pincio nasce dalla volontà, non so quanto consapevole e conscia, di darmi il nome di uno dei personaggi del mio primo romanzo, M., lo stencil Tommaso Pincio [col termine stencil si indica la personalità di un individuo abituato a pensare in maniera piatta, che non prevede imprevisti; n. d. r]. Scelsi questo nome perché al suo interno è contenuto un riferimento topografico importante per me, legato alla città di Roma. Il Pincio è un luogo molto legato alla mia infanzia, che ancora oggi frequento con piacere. Il nome Tommaso, invece, nasce dall’affinità che sento con san Tommaso. Se non ci fosse stato questo riferimento così esplicito a Roma non so se oggi mi chiamerei Pincio, forse no. Anche se molti collegano il mio pseudonimo al nome di Thomas Pynchon, la scelta non ha nulla a che vedere con questo scrittore americano, che è per me un autore importante, ma molto distante dal mio modo di scrivere e lontano dalla scelta dello pseudonimo. Leggi il seguito di questo post »

 Adele Desideri, La figlia della memoria
Moretti & Vitali, Bergamo, 2016, 168 pp

 

 

 

 

di Marta Lentini

In ogni atto mnemonico esiste un bisogno di rimettere insieme frammenti di un dialogo con noi stessi, affinché i fili immaginari di un passato, sentito come labile e doloroso, si annodino in qualche modo al senso del presente e al nostro appartenervi. La figlia della memoria è un libro nel quale l’autrice interroga il passato nell’intento di ricomporre la propria corporeità profanata, per conquistare la coscienza di quel confine attraverso il quale l’ineffabile si riconosce violato dalla percezione di un’altra coscienza. Da questo incontro/scontro di percezioni deriva tutto il futuro: l’io percepisce il porsi del tu come alterità in grado di rispettarlo oppure di annientarlo e violentarlo. Sullo sfondo di una Torino elegante si fa strada, pur se evocato e descritto  attraverso una leggerezza linguistica inscindibile dalle radici toscane dell’autrice, l’affiorare, in un senso di buio sempre più penetrante e invasivo, dell’intuizione, già presente nelle evanescenze memoriche dell’infanzia, di un tentato incesto subito  da parte dello zio Zeno. Il buio è solo alleviato dal profumo delle giornate spensierate vissute a Valvole, in campagna, dove, pur nella leggera allegrezza infantile, si affaccia l’ombra di una inaspettata e drammatica scoperta della verità latente negli umani  destini: la disuguaglianza tra uomo e donna e la prima intimità sono vissute come una crescita amara nella consapevolezza dell’essere.   Leggi il seguito di questo post »

bruck-rondine-sul-termosifone

«Il latte di Auschwitz»: Edith Bruck e il ruolo del sopravvissuto

intervista di Diletta Bonasia

Dal 19 gennaio 2017 è nelle librerie l’ultimo libro di Edith Bruck, La rondine sul termosifone (La nave di Teseo), struggente e bellissimo racconto della malattia vissuta al fianco del marito, Nelo Risi (su cui si veda, in questo stesso blog, il commosso ricordo Di certe cose che dette da Nelo Risi suonavano molto meglio. È morto l’ultimo grande poeta del Novecento, pubblicato il 19 settembre 2015). In occasione della Giornata della Memoria della Shoah, di cui la scrittrice italo-ungherese è una delle espressioni italiane più alte e toccanti, pubblichiamo un’intervista inedita che, nel marzo del 2016, ella ha rilasciato nella sua casa romana a Diletta Bonasia, che alla Bruck ha dedicato la sua tesi di laurea in Sociologia della letteratura, conseguita presso l’Università di Bari.

 

Vorrei partire da Lei come scrittrice: che rapporto ha con i suoi libri e con la scrittura?

Io non rileggo mai i miei libri, dal momento in cui li hanno pubblicati. Non li riapro nemmeno, perché la maggior parte dei libri mi toccano molto da vicino. Non riesco a rileggerli perché mi ricordano quello che ho vissuto e mi fanno male. Per quanto riguarda il mio rapporto con la scrittura, diciamo che per me la lingua italiana è una specie di schermo, di maschera, perché nella mia lingua materna sicuramente non avrei scritto quello che ho scritto, è una lingua che sento molto più profondamente rispetto all’italiano. Una parola in ungherese significa, per me, moltissime cose: se io dico in italiano ‘pane’ per me significa soltanto ‘il pane fatto dal fornaio’, mentre se scrivo in ungherese la stessa parola, essa mi rievoca mia madre che infornava cinque-sei pani alla settimana, rivedo la sua figura, il suo viso, il rosso del fuoco del forno a legna. È un dolore profondo. Già attraverso la parola in sé riesco a rivedere mia madre e mi tocca molto più da vicino, è molto più doloroso. Mentre scrivere in italiano è per me quasi un’autodifesa da quello che scrivo. La lingua italiana è stata anche la lingua che mi ha dato un’identità, e allo stesso tempo per me è più facile, attraverso l’italiano, dire qualunque cosa, anche una parolaccia. Se scrivessi in ungherese non potrei scriverla perché mi vergognerei, mentre in italiano per me è più facile scrivere qualsiasi parola. È una fortuna che io possa scrivere in una lingua non mia. Leggi il seguito di questo post »

 

MICHELE MARI, EURIDICE AVEVA UN CANE 

EINAUDI, TORINO 2015

 

 

 

di Alida Airaghi

 

I diciotto racconti di Michele Mari recentemente riproposti da Einaudi avevano già conosciuto un notevole successo nel 1993, al momento della prima edizione presso Bompiani.

Mari è oggi considerato fra i maggiori scrittori italiani, tra i più originali e inventivi; forse addirittura il più sfrontatamente e polemicamente coraggioso. Il suo linguaggio arcaicizzante -al limite del manierismo-, imbevuto di letterarietà (colto, allusivo, spiazzante), lo situa nella scia di pochi altri grandi scrittori del nostro 900: Gadda, Landolfi, Manganelli. 

Il racconto che dà il titolo al volume (Euridice aveva un cane) è forse l’unico che si dipana in maniera più tradizionale, narrando delle vacanze estive del giovane protagonista nella casa dei nonni al paese di Scalna, e del suo perpetuo e tormentato rapporto con i vicini: chiassosi, spavaldamente ignoranti e lietamente burini, pertanto in soddisfatto connubio con l’ideologia dominante del tempo e dei luoghi. Michele invece, giovane intellettuale solitario e rabbioso, riesce a sopportare solo la frequentazione dell’anziana signora Flora, del suo cane Tabù e della loro vecchia casa (“credo che tranne le lampadine non ci fosse un solo oggetto posteriore alla guerra”). Leggi il seguito di questo post »

Marilù Oliva, Lo Zoo 

Elliot, Roma 2015

 

 

di Antonio Giampietro

 

«Ozotti solai omiuntu»: quella frase misteriosa, quel canto ancestrale e mitico, litania profonda di un mondo sognante e lontano, ripetuta tre volte dalla Strega in chiusura dell’ultimo romanzo di Marilù Oliva, rende perfettamente il senso autentico a cui è giunta la scrittura dell’autrice bolognese. Questa si mostra, infatti, capace di dar vita, con le parole, a storie tanto fantastiche e imprevedibili, quanto saldamente ancorate in una realtà concretissima. Quei segni vivi attirano lo sguardo vorace del lettore, che non può smettere di cercare il libro, rapito dalla curiosità di sapere cosa accadrà al rigo successivo, cosa rivelerà la prossima parola, e allo stesso tempo spingono la sua mente a interrogarsi sul presente, sul mondo vasto e terribile in cui vive e in cui gli pare che tutto quell’assurdo, quell’imponderabile, possa accadere. Leggi il seguito di questo post »

LA  NEVE  A  ZURIGO   

Ricordo di Giorgio Messori a dieci anni dalla morte

 

 

di Alida Airaghi

 

Nel volume di Giorgio Messori Storie invisibili c’è un racconto intitolato La neve a Zurigo. E’ il primo che ho letto, con commozione particolare, perché io ho conosciuto Giorgio proprio a Zurigo, e dopo di allora ci siamo persi di vista. Insegnavo italiano per il Consolato dal 1978, lì vivevo con mio marito Siro Angeli e con le nostre due bambine. Il lavoro che svolgevo non era gratificante, ma era molto ben retribuito, e mi dava la possibilità di vivere con relativa tranquillità la mia non facile situazione familiare in una città bella, efficiente, ricca. Leggi il seguito di questo post »

 

levi1Lo spazio bianco di Primo Levi

 

  

di Sara Ricci

Che suono ha il silenzio? Me lo domando sfogliando lentamente questo libro consunto, le cui pagine si tengono insieme grazie a un filo di cotone sottile che resiste ostinato alle angherie del tempo, mentre la carta, ingiallita e sfatta, reca tracce del passaggio delle nostre mani. Prima edizione, 1947. Ricordo di averlo letto a dodici anni, in una estate afosa e interminabile trascorsa al mare, alternando nuotate e compiti per le vacanze, solfeggi parlati e cantati e risoluzioni di accordi. Ricordo l’odore di quelle pagine, sopravvissute a numerosi traslochi e all’aria salmastra che le aveva rese umide e grevi, come la terra di un cimitero. Seguivo le macchie di muffa disegnando nella mente figure senza senso. E leggevo cose incomprensibili. Scritte con parole nude, spoglie, prive di orpelli. Soppesate al milligrammo, con una bilancia di precisione, stilistica e morale, che impedisse l’esubero, il superfluo, il sentimentale.  Leggi il seguito di questo post »

Giuseppe Lupo, L’ALBERO DI STANZE

Marsilio, Venezia 2015

 

 

 

 

di Lino Angiuli

 

«Se questi muri potessero parlare!». Quest’ultimo romanzo di Lupo, composto e proposto lungo il solco di una cifra ormai riconoscibile per originalità e polluzione fantastica, scioglie la riserva recata da questa frase ‘ipotetica’ e, grazie all’inesauribile motore narrativo di cui dispone l’autore, fa in modo che i muri non solo parlino, ma ‒ a chi abbia orecchi per intendere  ‒ raccontino in lungo e in largo le storie “incredibili” di una famiglia che, una generazione dopo l’altra, ha impregnato di vissuti e vicende ogni spazio della propria casamadre, innalzata in verticale, una stanza dopo l’altra, a partire dal fondatore delle fondamenta, tale Redentore Bensalem, prima cavapietre poi mugnaio in quel di Caldbanae, luogo già presente in altre pagine narrative di Lupo. Un albero di stanze che coincide con un albero genealogico, a sua volta coincidente con un albero di storie vissute e narrate all’insegna di una mitologia familiare dal sapore “magico”, che si svolge lungo il Novecento e che giunge fino alla vigilia del primo gennaio 2000, quando svoltano i calendari, i secoli e i destini. Leggi il seguito di questo post »

 

FRANCESCO FORLANI, Parigi, senza passare dal Via

LATERZA, 2013

 

 

di Alida Airaghi

 

“I miei erano molto preoccupati, in quel 21 giugno del ’91, perché non avevo un lavoro, non parlavo la lingua e non eravamo ricchi di famiglia. Io mi ricordo soltanto che ero partito con la valigia da mimo, di cartone puro, che scendendo dal treno si era rotta, aperta in due, come se quei milleduecentonovantuno chilometri se li fosse fatti tutti da sola”. Non è l’amarcord di un tradizionale emigrato che dal nostro sud abbia cercato lavoro e successo all’estero, ma la rievocazione antiretorica che Francesco Forlani fa della sua partenza da Caserta, dopo la laurea in filosofia, per raggiungere Parigi: città-mito in cui ha cercato riparo e consolazione, soprattutto intellettuale, al sorgere del ventennio berlusconiano, e dove saltuariamente risiede tuttora. Leggi il seguito di questo post »

Umberto Eco, Numero zero (Bompiani, Milano 2015)

 

di Daniele Maria Pegorari

(autore de Il fazzoletto di Desdemona. La letteratura della recessione da Umberto Eco ai TQ, Bompiani)

 

Dopo la complessa operazione romanzesca del Cimitero di Praga, impegnativa e affascinante per la documentazione storiografica e ancor più per lo ‘scandalo’ filosofico che vi era sotteso, non era lecito attendersi dal settimo romanzo di Umberto Eco un ulteriore passo avanti nella sua riflessione sul conflitto fra realtà e costruzione di verità. La piacevolezza di quest’ultimo libro, insolitamente breve (circa 210 pagine), insolitamente semplice (solo otto personaggi, ma sono appena la metà quelli che effettivamente hanno una qualche consistenza) e ‘aristotelicamente’ compatto (quasi tutto si svolge in due mesi a Milano) consiste non più nel fascinoso turbine degli eventi, nell’ingranaggio complesso che mescola le memorie erudite e l’invenzione fantastica, e nemmeno nell’ammiccamento sornione alla letteratura di genere: solo un presentatore mainstream con la fama di ‘intelligente’ l’ha potuto definire, domenica 11 gennaio, «un giallo», e siccome non gli sembrava abbastanza, gli è parso ancora più ‘intelligente’ definirlo «un noir». No davvero, la piacevolezza di questo libro risiede piuttosto nella semplicità con cui solo un grande scrittore può permettersi di passare, diciamo, dall’enciclopedia all’epitome o, per approssimarci meglio alla tesi, dalla protesta per la fine di una ‘visione enciclopedica’ all’icastica messa a fuoco delle dinamiche attraverso le quali la conoscenza viene spappolata dall’informazione. Leggi il seguito di questo post »

Invito Tezor do Brihandi finale LoRes

Nicola Gliosca, Sep aš  Mena (Giuseppe e Filomena), Tipolitografia Copyart, Termoli 2009.

Id., Hiža do Templari (La casa dei Templari), Palladino Editore, 2010.

Id., Tezor do Brihandi (Il tesoro dei briganti), Fotolitografia Fotolampo, Campobasso, 2011. 

 

 

 

 

di Carmine Tedeschi

 

Paese di minoranze linguistiche, l’Italia. Il che, ovviamente, rimanda a minoranze etniche originate da innumerevoli migrazioni in un passato storico di cui, insieme con la lingua, si va perdendo inesorabilmente memoria. Ma c’è sempre qualcuno che a quella memoria, a quella lingua, resta allacciato, ne riconosce la vitalità in quanto radice culturale e la coltiva con passione, remando contro l’onnipotenza del presente che tutto travolge. Leggi il seguito di questo post »

da incroci 29, sezione ‘schede’ 

Peppe FioreNESSUNO È INDISPENSABILE

Einaudi, Torino 2012


di Veronica Di Pinto

 

Nel suo romanzo d’esordio Extension du domaine de la lutte (1994) Michel Houellebecq innesta una «novella d’argomento animale», intitolata Dialoghi tra una mucca e una puledra e ispirata al protagonista in un breve soggiorno di lavoro. La riflessione sulla «bella impressione di vigore» della mucca bretone, che per tutto l’anno pensa solo a brucare, ad abbassare e alzare con regolarità impressionante il suo «musello lustro», è solo apparentemente l’indizio di una «profonda coerenza esistenziale». In realtà l’apparenza è destinata a rivelarsi infida perché nell’essere del bovino in determinati periodi dell’anno, sotto lo stimolo del desiderio sessuale, «si produce una rivoluzione sbalorditiva». Quasi vent’anni dopo l’apologo sembra essere ripreso da Nessuno è indispensabile (Einaudi, 2012), secondo romanzo di Peppe Fiore (Napoli, 1981) – finalista del Premio Biella Letteratura e Industria 2013 – per raccontare, su un registro cinico e comico, la «rada umanità impiegatizia» contenta e soddisfatta di lavorare in quello che sembra un luogo ideale, la Montefoschi, azienda modello di Roma specializzata in latte e derivati. Leggi il seguito di questo post »

 


FERDINANDO CAMON, LA MIA STIRPE

GARZANTI  2012

di Alida Airaghi

Nel 1978 Camon aveva pubblicato “Un altare per la madre”, romanzo epico e tenerissimo che concludeva  “il ciclo degli ultimi”, fondendo abilmente storia privata e pubblica nell’omaggio commosso e riconoscente alla figura materna. Oggi torna, con questo bel volume edito da Garzanti, su quegli stessi temi, rivisitati con uguale e partecipe emozione, ma con una più matura e sottilmente ironica visione di ciò che in questi trent’anni siamo riusciti a raggiungere, o a perdere, come collettività. E in uno stile più sciolto e leggero che nelle precedenti prove. Leggi il seguito di questo post »

 

MATTEO MARCHESINI , ATTI MANCATI, VOLAND, ROMA 2013

ID., SOLI E CIVILI, EDIZIONI DELL’ASINO, ROMA 2012 

 

di Alida Airaghi

 

Prende le mosse un po’ faticosamente, questo romanzo del giovane e agguerrito critico Matteo Marchesini, ambientato in una Bologna  piuttosto provinciale e riconoscibilissima nelle sue strade e nei suoi personaggi, dai più famosi  ai più caratteristici nella loro stramba originalità (“un teatrino di figure petroniane”). Protagonista e evidente alter ego dell’autore è l’ intellettuale trentenne Marco Molinari, “eccessivo, intricato e sarcastico”, “micidiale…e aleatorio”, dal “poligrafismo un po’ presenzialista”, che accumula sulla sua scrivania libri e articoli, assorbito ossessivamente in un lavoro “che non ha orari e quasi non ha gesti, asettico, ripulito da ogni sgradevole contatto umano”. Leggi il seguito di questo post »

 

Alberto PrunettiAMIANTO. UNA STORIA OPERAIA, Agenzia X, Milano 2012.

Stefano ValentiLA FABBRICA DEL PANICO, Feltrinelli, Milano 2013.

di Daniele Maria Pegorari

 

L’incubo delle morti bianche per amianto, qui opportunamente chiamate «omicidi bianchi» (pp. 15 e 114), è il tema di un piccolo libro del livornese Alberto Prunetti (1973), per metà romanzo familiare e per metà reportage sulle condizioni di lavoro di un ‘trasfertista’, ovvero un metalmeccanico che, nel tentativo di guadagnare qualcosa in più per i suoi figli, accetta il ruolo di operaio non ‘fra le linee’, ma nei cantieri spesso molto distanti dalle sedi centrali delle aziende per cui lavora, regalando ai suoi il mito tutto proletario di un uomo che non lavora in fabbrica, ma le fabbriche le smonta e le rimonta anche in un giorno. Leggi il seguito di questo post »

 

Gaetano Giuseppe Magro, Formalina

Fara Editore, 2013

di  Carmine Tedeschi 

Un uomo e una donna, entrambi convinti di trovarsi nel pieno della maturità psichica, intellettuale e sessuale, di avere quindi il razionale dominio della propria volontà e delle proprie pulsioni, si incontrano per una di quelle combinazioni inattese della vita e si amano con trasporto e vigore giovanile. Ma ben presto interviene qualcosa di indefinibile a raffreddare e a troncare quel rapporto che pareva così solido. Niente di nuovo, in fondo, una storia come tante. Che presenta però alcuni elementi di novità. Leggi il seguito di questo post »

Da Incroci 27 – sezione Testi  

Paese di emigrazione o immigrazione, il nostro? Elemento di evoluzione o di involuzione, gli immigrati? Assistenza o abbandono, la prospettiva della popolazione sempre più anziana e longeva? Comunità morte o posticini per turisti, i nostri villaggi di montagna? Tra queste (e non solo queste) contraddizioni si agita il presente della nostra realtà sociale, determinando singoli destini, mettendo vite concrete dinanzi a scelte drammatiche.  Il racconto che qui incrocia “il reale” non si limita a rappresentarlo: nel forzarne i connotati della plausibilità con la maschera della finzione iperbolica, esplora il paradosso di un futuro possibile. Angosciante, ma a suo modo costruttivo.

 Leggi il racconto di tedeschi in formato pdf oppure continua a leggere questo post Leggi il seguito di questo post »

da incroci 27 – recensioni

Carmine AbateLA COLLINA DEL VENTO

A. Mondadori, Milano 2012

di Marilena Squicciarini

 

La cinquantesima edizione del Premio Campiello ha premiato un libro che rappresenta la sintesi del percorso di ricerca di Carmine Abate, La collina del vento. Il romanzo è un caparbio scavo nella memoria, simile allo scavo archeologico nel Rossarco, l’altura calabrese a pochi chilometri dal mar Jonio vera protagonista di queste pagine. Scavo che avviene a più riprese perché a fermarlo sono le difficoltà della Storia, che si abbattono sui luoghi e le persone come il vento, talvolta impetuoso, talvolta lieve carezza. Profondamente avvinta al Rossarco è la vicenda della famiglia Arcuri, che attraversa tutto il Novecento e giunge fino ai nostri giorni. Leggi il seguito di questo post »

 

a proposito di Herta Muller, In viaggio su una gamba sola

di Esther Celiberti  

 

Irene, protagonista di “In viaggio su una gamba sola”, passa dalla Romania alla Germania occidentale. In patria ha già conosciuto Franz che ubriaco parla tedesco con i bambini: “c’era stato un contatto. Un contatto con uno straniero. Un contatto proibito”. Nel dialogo con il responsabile dell’Ufficio immigrazioni gli dice di pensare spesso al passato ma di non avere nostalgia anche se un barista la definisce “di un altro mondo”. Ha fatto richiesta di espatrio e per un personaggio problematico come lei lo sradicamento ha una doppia valenza:dentro di sé e fuori, nel mondo.” Ognuno di quelli che parlavano a voce alta nella sala d’attesa portava in gola anche un’altra persona. Irene conosceva bene l’altra persona che avevano in gola”: gli sguardi dei fuggiaschi dicono la soggezione, il parlare con il dolore di un altro dentro di sé.     Leggi il seguito di questo post »

 

Copertina D. Brown, Inferno

Dan Brown, Inferno, Mondadori 2013

di  Daniele Maria Pegorari

Contrariamente a quanto il barzellettiere ama dire, l’Inferno non è affatto divertente: adulteri sporcaccioni, bulimici impiastricciati, irascibili attaccabrighe, mangiapreti impenitenti, bestemmiatori che manco gli scaricatori di porto, maestri pedofili, truffatori incalliti, diavolacci scorreggioni, sono buoni per gag da quattro soldi, da contrapporre alla presunta ordinarietà delle carole da teatro metafisico e dei cori angelici propri del Paradiso. In realtà il messaggio che bisognerebbe raccogliere dal Poema di Dante è che l’Inferno è il luogo della noia, poiché ogni anima vi è condannata all’immutabilità, all’espulsione dal tempo e dallo spazio, nei quali soli è possibile giocarsi il proprio destino. L’Inferno di Dante è, dunque, il racconto che rende avvincenti, e solo per l’abilità del suo autore, episodi i cui protagonisti hanno perso ogni significato e ogni bellezza, e sono prigionieri per sempre del regno della noia.

L’Inferno di Dan Brown, invece, è il romanzo che rende noioso ciò che altri narratori avrebbero scritto con più ritmo, più mistero, più sensatezza e in meno pagine. Leggi il seguito di questo post »

 

Giuseppe Lupo, VIAGGIATORI DI NUVOLE

Marsilio, 2013

di Lino Angiuli  

Più volte Giuseppe Lupo, originario della Basilicata da anni trapiantato a Milano, ha dichiarato e manifestato l’appartenenza alla linea progettuale prepotentemente segnata dalla narrativa del suo conterraneo Raffaele Nigro, il che mi fa spontaneamente venire in mente quanto scrivevo proprio a proposito dei primi romanzi di quest’ultimo. Scrivevo che, nell’ambito dell’orizzonte culturale meridionale (l’orizzonte in cui scrivono e s’iscrivono le penne di entrambi), con la parola storia è chiamata anche la fiaba popolare, quella sorta di racconto orale in cui la fantasia riesce a liberare tutta la sua capacità di reinventare il mondo attraverso una fabula che generalmente reca, insieme con l’evidente contenuto ludopedagogico, un’istanza morale e persino una weltanschauung. Leggi il seguito di questo post »

da incroci 26 – recensioni

Emanuele TreviIL LIBRO DELLA GIOIA PERPETUA

Rizzoli, Milano 2010

di Marilena Squicciarini

 

La scrittura nitida e accattivante di Trevi, valsa una candidatura al Premio Strega 2012 per l’ultimo lavoro, Qualcosa  di  scritto  (Ponte alle Grazie, 2012), ci convince forse in maniera più incisiva nel romanzo precedente dell’autore e critico letterario, Il libro  della  gioia  perpetua. All’origine della narrazione, quella che non sembra affatto una coincidenza porta un manoscritto nelle mani di uno scrittore, di chi possiede la sensibilità per cogliere la straordinarietà del suo contenuto ma soprattutto della sua autrice: una bimba di otto anni, capace di utilizzare la scrittura come difesa dal mondo incomprensibile che la circonda, in grado di donare a chi legge, agli adulti che incontrano le sue pagine, quella serenità che gli adulti della sua vita non sanno darle. Leggi il seguito di questo post »

da incroci 26 – recensioni

Andrea Bajani, Michela MurgiaPaolo Nori, Giorgio Vasta

PRESENTE

Einaudi, Torino 2012.

di Marianna Comitangelo

 

C’eravamo abituati a credere che l’orfanità dello scrittore contemporaneo, come rottura del vincolo padri-figli e cessazione del patto di solidarietà tra i figli stessi, fosse un fatto inevitabile in una società che sempre più divide e allontana. C’eravamo fabbricati il mito, invero assai realistico, dell’intellettuale-monade, passato dal terreno di una ideale battaglia collettiva a quello di una simbolica sfida personale. Nell’era dei blog e dei social network qualcosa, bisogna ammetterlo, è cambiato. Leggi il seguito di questo post »

 valigia_cartone Veniamo dalla notte e nella notte andiamo

(Vincente Gerbasi)

Burzaco 15 settenbre 1953

 

Caro Ziolonardo  e Ziamarietta e cuggino Frangesco,

 ti vengo affare assapere  con cuesta lettera che ti scrivo annome  puro di papa e mama, siccome che loro sono alfabeti, che  siamo arrivati in Argentina tutto bene graziaddio e così speriamo di voi. Ma doppo un viaggio mangolicani, io mi penzavo di non arrivare più.

I primi giorni sopra al bastimendo abbiamo gomitato puro il stommaco parlanno con decienza. Inbece doppo tanti e tanti giorni di acua e cielo, cielo e acua, il bastimendo è trasuto dentro a un mare tutto marrò, eppoi dentro al porto di Buenossaire. Che non telo pozzo contare cuandè. Là ci stavano a spettare con granda condendezza papa e Ciccillo Tubbanaro, como lo chiamavano al paiese. Inbece qua si fa chiamare don Frazisco.  Leggi il seguito di questo post »

Giovanni Turi su

Giulio Ferroni, Scritture a perdere, Laterza, Roma-Bari 2010

Scritture a perdere, l’agile libello pubblicato da Giulio Ferroni con Laterza nel 2010, ha avuto il merito di ravvivare il dibattito sull’ipertrofia della produzione editoriale e sullo sdoganamento di una forma romanzesca sempre meno letteraria e sempre più commercialmente digeribile (tanto che a breve distanza sono seguiti Meno letteratura, per favore! di La Porta e Non incoraggiate il romanzo di Berardinelli). Leggi il seguito di questo post »

da incroci 25 – sezione schede

Pubblichiamo qui una delle recensioni comparse sul numero 25 della nostra rivista; i tre libri in questione sono i seguenti:

Pietro De Viola, ALICE SENZA NIENTE, Terre di mezzo, Milano 2011;

Piero Simon Ostan, PIEGHEVOLE PER PENDOLARE PRECARIO, Le Voci della Luna, Buccinasco (Mi) 2011;

Luigi Laguaragnella, IN 24 ORE, ilmiolibro.it, 2011.

di Daniele Maria Pegorari

Leggi il seguito di questo post »


«incroci» – semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli •  Daniele Maria Pegorari • Raffaele Nigro

Acquisto e Abbonamento

Una copia: euro 10,00
Abbonamento annuale: euro 18

Modalità di acquisto:
– vedi sito dell’editore (http://www.addaeditore.it/)

il nuovo numero di incroci

disclaimer

Il blog ‘incroci on line’ non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità: per questo non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità degli articoli è dei rispettivi autori, che ne rispondono interamente.

Alcune immagini pubblicate nel blog sono tratte dal Web: qualora qualcuna di esse fosse protetta da diritto d’autore, vi preghiamo di comunicarcelo tramite l’indirizzo incrocirivistaletteraria@gmail.com, provvederemo alla loro rimozione.

Al lettore che voglia inserire un commento ad un post è richiesto di identificarsi mediante nome e cognome; non sono ammessi nickname, iniziali, false generalità.
Commenti offensivi, lesivi della persona o facenti uso di argomenti ad hominem non verranno pubblicati.
In ogni caso ‘incroci on line’ non è responsabile per quanto scritto dai lettori nei commenti ai post.