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Letizia Cobaltini, Dire mondi Fare canti Baciare parole

SECOP, Corato 2023

di Barbara Buttiglione

Se c’è una qualità da apprezzare decisamente, nell’arte come nella vita, è la capacità di esprimersi sussurrando, sorridendo, quando invece il mondo intorno urla e si deforma per affermarsi. Una qualità niente affatto semplice da coltivare, se la si possiede per natura o per formazione.

La poeta Letizia Cobaltini nella sua nuova silloge Dire mondi Fare canti Baciare parole instaura una conversazione poetica delicata, uno scambio tra parole, e tra le parole e ciascuna lettrice, ciascun lettore. Sussurrando, appunto, nebulizzando granitiche certezze in uno spray ricco di sfumature e aromi: anche Oscar Wilde scrisse «É l’incertezza che affascina. La nebbia rende le cose meravigliose». Leggi il seguito di questo post »

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baroni

Giancarlo Baroni, Come lucciole nel buio. Dieci riflessioni sulla vita e sulla letteratura.

puntoacapo, 2022.

di Carmine Tedeschi

       Più che il sottotitolo esplicativo, è la fascinosa metafora del titolo a rivelarsi, man mano che procede la lettura, il fil rouge connettivo delle annunciate “riflessioni” evidentemente nate in tempi diversi, e che alla fine si conferma quale plastica figurazione (più o meno convincente, lo decida il lettore) dell’ambiguo rapporto tra vita e letteratura.

       Colui che scrive è condannato a procedere nel buio sondandolo con la scarsa intermittenza della lucciola, nel tentativo di orientarsi in un mondo sconosciuto, rabbuiato dall’affastellamento caotico del divenire, alla ricerca dell’essere. Paradossalmente, dinanzi all’ostacolo il bisogno di cercare non viene meno, si acuisce al contrario e si accanisce per la difficoltà stessa di mettere e proporre un ordine nel caos. Che poi è il compito precipuo della letteratura. E spesso, nel tempo e nello spazio, la letteratura sembra aver trovato lo strumento giusto (“il cannocchiale”) per mettere a fuoco la realtà. Leggi il seguito di questo post »

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Vittoria Bosna, L’istituzione degli asili infantili, Tab edizioni, Roma 2022.

di Nicola Tenerelli

Per i non addetti ai lavori non è possibile intuire quale fatica sia necessaria per realizzare una ricostruzione storica. Inoltre, non è facile comprendere le finalità che ci possano essere nel restituire attenzione a eventi e istituzioni oramai dimenticati.

Il saggio di Vittoria Bosna, L’istituzione degli asili infantili, è un evidente esempio di come alcune vicende possano essere riportate alla luce solo grazie alla passione e all’impegno di pochi storici di professione. Il volume è accompagnato da un esplicativo sottotitolo: Il primo anello del sistema d’istruzione e di educazione popolare: l’asilo Principessa Margherita di Savoia di Altamura. Leggi il seguito di questo post »

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Paolo Gera, “Ricerche poetiche”

Puntoacapo, Alessandria 2021

di Achille Chillà

La via maestra della scrittura poetica cerca – e a volte trova – un’espressività inedita che dà la stessa ebbrezza di una scoperta scientifica allo studioso che indaga la natura. Non sorprende che una raccolta di poesie e testi creativi rechi il titolo Ricerche poetiche. Al laboratorio dello scienziato si sostituisce la risacca del mondo nel sé, unico e irripetibile, del poeta. Quando egli riesce a dar timbro, colore e consistenza a quel risuonare della realtà interiore come riflesso dell’esistenza e della Storia, allora la parola si fa autenticamente poesia. Paolo Gera chiede co-autorialità alla natura stessa in un recupero di fusione panica del verbo con la materia e le leggi di Natura. Leggi il seguito di questo post »

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Lino Angiuli, “Sud. Voce del verbo sudare”

Moretti&Vitali, Bergamo 2022

di Silvia Venuti

Nell’incipit della raccolta, con i versi Giuramento, viene dichiarato il radicamento primigenio alla terra attraverso “vocaboli seminati”: ne emerge una mescolanza di immagini reali generate dalla fusione di Storia e storie con elementi vegetali e animali legati in una simbiosi che ricorda la pittura di René Magritte; viene a configurarsi con vigore una fiaba ironica, profondamente originale, densa di umani sentimenti ma aperta a un orizzonte di vele e vento.

 A sorpresa il Giuramento si rinnova, mutato solo nel tempo dei verbi, a suggello della silloge, evocando il ciclo di morte e rinascita. Una struttura circolare presente nelle leggi di Natura che ne garantisce la conservazione, il suo perpetuarsi e che attraversa come un filo rosso tutta la scrittura del poeta. Leggi il seguito di questo post »

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Rita Pacilio, Il bambino d’oro

peQuod, Ancona 2022

di Carmine Tedeschi 

Da quando la narrativa contemporanea orientata allo scavo psicologico  ha segnato il  suo robusto percorso nella storia letteraria, hanno trovato in essa posto sempre più largo i vari aspetti della sessualità, con patologie annesse e connesse; e ciò sia nella dimensione individuale, sia nelle necessarie ricadute relazionali, sia, infine, nel mutamento dei costumi e della mentalità collettiva. 

     Se ci soccorre la memoria, tra i tanti modi di praticare la sessualità compare raramente e solo di passaggio, o niente affatto, quello dell’autoerotismo: il “vizio solitario”, come lo si chiamava pudicamente un tempo, di cui la fantasia popolare profetizzava in funzione dissuasiva tremende conseguenze per gli adolescenti ad esso inclini, quali la cecità, il nanismo,  la pazzia. Stiamo parlando della masturbazione. Leggi il seguito di questo post »

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Luigi Maruzzi, Lentamente la dolcezza

Morcelliana, Brescia 2022

                                            di Sergio D’Amaro

Leggeri e riservati come un diario, i versi di Luigi Maruzzi consegnati a questa sua prima uscita editoriale, Lentamente la dolcezza (premessa di Arnoldo Mosca Mondadori, Brescia, Morcelliana, pp. 112, € 12), hanno la pudicizia dell’esordio e la forza di un’esperienza. Hanno una voce sommessa, quasi crepuscolare e interrogano il linguaggio di una vita colta in un ben individuato segmento di tempo, tra l’ottobre 2018 e il marzo 2020 (quando scatta tra l’altro l’emergenza pandemica del Covid-19). Leggi il seguito di questo post »

 

MPC 25 gennaio 2023

Klee, AngelusNovus

A un anno di distanza dalla pubblicazione su questo blog dell’articolo di Daniele Maria Pegorari intitolato Cibernetica sociale e felicità (9 gennaio 2022; poi pubblicato anche nell’antologia Il gommone forato. La poesia civile del Realismo Terminale, a cura di T. Di Malta, Puntoacapo, Pasturana 2022, pp. 26-31), Daniela Bisagno, italianista e scrittrice genovese, ne commenta la tesi ivi espressa, mantenendo vivo il dibattito. L’articolo è concepito a mo’ di lettera responsiva.

Il puro, l’impuro, l’invisibile

di Daniela Bisagno

Caro Daniele,

ti devo più di una scusa, se solo adesso, dopo tanto tempo, ho deciso di raccogliere il tuo invito a esprimere qualche considerazione in merito a quel tuo articolo pubblicato sul blog di «incroci», che mi avevi mandato quasi un anno fa. Diverse sono le ragioni per cui non ho risposto con la prontezza che sarebbe stata auspicabile e che io stessa avrei desiderato, visto che l’intenzione di ragionarci (e lavorarci) sopra l’avevo, eccome. A giocare un ruolo non secondario in essa, è stato, in larga misura, il timore di addentrarmi in un territorio minato, col rischio tangibilissimo di saltare per aria al primo (incauto) movimento. Sinceramente mi sentivo (e mi sento tuttora) un po’ in imbarazzo a misurarmi con certi temi entrando nel merito di dinamiche così complicate. E non perché ritenga che non mi riguardino e non mi coinvolgano – anch’io sono una parte, minima, ma pur sempre una parte, di questo insieme complesso che chiamiamo società –, ma perché non credo di possedere né la capacità, né le competenze necessarie, e neppure il lessico per parlare con cognizione di causa di questi argomenti o per affrontarli in quest’ottica. Leggi il seguito di questo post »

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A cura di Donato Fumarola

I Quaderni di Digressione, Molfetta 2021

di Vittorino Curci

Il leggendario cantante e chitarrista Maddy Waters (1913-1983), uno dei padri del blues, cominciò a suonare l’armonica a 6 anni e la chitarra a 16. Scrisse canzoni che in seguito ispirarono artisti come i Rolling Stones e gli Yardbirds. All’inizio degli anni ’40, quando era sconosciuto e lavorava ancora nelle piantagioni di cotone, il grande etnomusicologo Alan Lomax e un suo collaboratore si recarono a Stovall, Mississippi, per registrare le sue canzoni. Appena il bluesman seppe che due tipi chiedevano di lui in giro, andò subito a nascondersi perché in quel periodo vendeva whisky illegalmente. Diversa accoglienza ebbe sicuramente Lomax a Locorotondo quando, nell’agosto del 1954, insieme a Diego Carpitella, arrivò nella contrada San Marco a bordo di un furgone Volkswagen per registrare i canti popolari della zona.  Leggi il seguito di questo post »

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Martina Campi, ( ) – Partitura su riga bianca

Arcipelago Itaca, Osimo (AN) 2020

di Francesco Lorusso

Siamo nell’era in cui la tecnologia ci fornisce mezzi di produzione video/sonori e fotografici che, già prima dello scatto, permettono, ad esempio ad un’immagine, una sorta di imbellettatura: un offuscamento di parti che si vogliono mettere meno in risalto, o ricampionamenti cromatici, ad opera degli stessi mezzi tecnologici in piena autonomia, di zone percepite come poco utili, esaltando, amplificando, di contro, alcuni elementi del reale, saturando e appaiando sfumature che, da racchiuse in uno schermo, tornano a noi quasi in un unico gradiente di tinta, influenzando anche il nostro modo “naturale” di vedere (e di pensare). Ciò che ci circonda viene, dunque, inevitabilmente modificato, fino anche a condizionare inconsapevolmente i suoni e le parole che pronunciamo. Tutto il “reale”, visto attraverso questi moderni diaframmi, si ritrova alterato nei suoi spettri di significato/significante. Leggi il seguito di questo post »

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Salvatore Ritrovato, La circonferenza della vita

(risvolto di cop. di F. Pusterla)

Marcos y Marcos, Milano 2022

di Sergio D’Amaro

Qualcosa si è rotto, qualcosa ancora resiste e mostrandosi si dilegua rapidamente almeno quanto il tempo avido di futuro. Per la poesia, forma estrema e stremata di umanesimo, il compito di ricomporre ferite o di fissare sentimenti è davvero diventato strenuo tentativo di sottrarre assurdità alla pericolante logica del mondo postmoderno. La vita in fuga e ormai in concorrenza con gli algoritmi rischia di diventare una piattaforma abbandonata ad un mare burrascoso o ad un’illusoria visione di isole esotiche.

     Ecco perché questo nuovo libro di Salvatore Ritrovato, scrittore e italianista dell’Università di Urbino, sembra scritto in un’epoca da fine dell’impero romano d’Occidente, come fa pensare il brano a mo’ di colophon della sua raccolta intitolata La circonferenza della vita (Milano, Marcos y Marcos, pp. 110, € 19), rielaborazione traduttoria di versi del panegirista del V secolo d. C. Sidonio Apollinare. Vi si tratta della nascita del giorno e del suo splendido corteo di promesse aurorali, con la luce che illumina il mondo e si compiace della sua regalità cosmica. Leggi il seguito di questo post »

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Giacomo Trinci, Transiti

Luca Sossella editore, 2021

di Paolo Testone

La scrittura poetica di Trinci si colloca nella prospettiva ideologica delle avanguardie novecentesche che hanno dichiarato guerra a una realtà alienante agendo sulle forme della comunicazione. Rivolgendosi a un mondo di giovani smarriti nel deserto e nella «piatta amorfità» del presente, eppure ispirati da una «misteriosa negligenza» che rivela la ricerca di altro, il poeta sembra voler offrire una via di uscita, «una lingua che scalda il mio disordine in vista di un nuovo ordine». Siamo di fronte a un atteggiamento di denuncia sociale animata da propositi palingenetici. Questo implica la resa dei conti con lo squallore e la prospettiva di un suo superamento, per cui è necessario attingere al magma, a un disordine per il quale il barbone della filippica pasquale «diceva il dire, non il detto prima». Leggi il seguito di questo post »

 

MPC 5. Seminari Medicina e società nel mondo anticoLogo MPC

MEDICO, MALATTIA E SOCIETÀ NEL MONDO ANTICO

Malattia, parola, città

Nell’ambito del progetto Horizon Europe Seeds Malattia, parola, città. Narrare e comunicare la malattia per il benessere della società, «incroci», partner di progetto, ha il piacere di segnalare che, a partire da giovedì 17 novembre avrà inizio presso il Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica dell’Università di Bari un ciclo di seminari dedicati al tema Medicina e società nel mondo antico, organizzato da Rosa Otranto, professoressa di Papirologia e coordinatrice del gruppo di ricerca, e da Claudio Schiano, professore di Letteratura scientifica greca e latina.

I temi del ciclo, con specifica declinazione sul mondo antico, saranno: l’iter formativo del medico e il suo rapporto col potere cittadino o statuale; i fattori organizzativi dell’azione terapeutica; le politiche di pianificazione dello spazio sociale per creare un contesto ecologico idoneo alla riduzione dell’incidenza delle malattie; la documentazione letteraria sull’impatto della malattia, della cura e della prevenzione nella vita quotidiana.

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Raffaele La Capria, Cent’anni di impazienza. Un’autobiografia letteraria

Minimum Fax, Roma 2022

di Sergio D’Amaro

     L’uscita tempestiva di Cent’anni di impazienza. Un’autobiografia letteraria (pref. di Emanuele Trevi, intr. di Raffaele Manica, omaggio di Alfonso Berardinelli, Minimum Fax, pp. 193, € 13) proprio a ridosso della morte avvenuta nel giugno scorso, fissa in una sorta di testamento la lunga parabola umana e artistica di Raffaele La Capria. È la nuova edizione di Cinquant’anni di false partenze e aggiorna l’altro libro quasi omonimo edito dieci anni fa allo scadere dei suoi novant’anni. Leggi il seguito di questo post »

leronni

Giacomo Leronni, Scrittura come ciglio

puntoacapo, Novi Ligure 2019

di Esther Celiberti

Testi enigmatici, a chiave, sono i versi di Scrittura come ciglio, isole di significanti che racchiudono sfide, contenute tenzoni. La continua presenza di ossimori, le figurate antitesi dipingono una dialettica di ascesa e caduta. Misteri semantici si addensano intorno alle ricorrenti immagini del ciglio, del vortice, della polvere, del nulla. E certo per Leronni ciò che si vede non è mai solo ciò che si vede. L’identità è in bilico, tra dubbi e incertezze, «bisogna disabituarsi / dividersi, frangersi», tutto è frammento, «minutaglia di spore / e destini tranciati», è la lezione di Eliot in The waste land. Leggi il seguito di questo post »

Scatti di Poesia 2022, IX edizione

 

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I CORPI RACCONTANO

Malattia, parola, città

In attesa dell’uscita del numero 46 di “incroci” dal titolo “Salute!”, realizzato in partnership col gruppo di ricerca “Malattia, parola, città. Narrare e comunicare la malattia per il benessere della società”, segnaliamo questa conferenza di Daniele Maria Pegorari, che si inserisce nel quadro delle iniziative pubbliche previste dal progetto.

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Pietro Civitareale, Quasce na storia

Edizioni Menabò, Ortona 2022

di Paolo Testone

La voce del poeta sembra il corrispettivo del Ruscignole, che ogni mattina porta nel dormiveglia il ricordo di un’altra epoca: «me repuorte tra lu sunne / lu recorde de n’atra età». È come una canzone che sospira e si dondola nell’aria, alla maniera delle onde del mare: «Se sente susperà / pe’ l’arie na canzone: / è l’onde de lu mare / che sta sempre a nazzecà». Queste immagini terse, levigante e delicatamente modulate evidenziano un tratto significativo della produzione in versi di Pietro Civitareale, studioso, critico e poeta sia in lingua che in dialetto. Quasce na storia, che è la sua sesta raccolta in dialetto abruzzese, riunisce testi inediti scritti tra il 1953 e il 2021, offrendo, in prospettiva diacronica, un ritratto complessivo di un mondo poetico. Leggi il seguito di questo post »

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Anna Santoliquido, Il Battista

Nemapress, Alghero-Roma 2022

di Daniele Maria Pegorari

Scritto su commissione dell’italianista Ettore Catalano (per l’occasione anche regista) nell’ormai lontano 1998 e rappresentato a Mesagne (Br) in occasione dell’Epifania dell’anno seguente, Il Battista è finora l’unico testo teatrale della nota poetessa e promotrice culturale Anna Santoliquido. La pièce ha visto finalmente (e giustamente) la luce editoriale, con preziosi disegni di Michele Damiani e una prefazione dello stesso Catalano, in una versione bilingue, grazie alla traduzione inglese di Janet Mary Wing. È un dramma lieve, composto (secondo la contrainte del committente) da due brevi atti, eppure esso restituisce tutta la densità di una sacra rappresentazione, attraverso l’interazione fra pochi personaggi iconici e ben caratterizzati e un coro a cui – come da convenzione – sono affidati gli accenti più lirici e meditativi. Come pure al teatro antico (addirittura greco) rinvia la scelta di non mostrare in scena il supplizio di Giovanni Battista, ma di farlo avvenire «dietro le quinte», da cui «giungono urla strazianti» (p. 28). Leggi il seguito di questo post »

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Antonio Aprile, Lo Spettro del Flamenco

Idea Press, New York 2021

Di Giuseppe Gentile

Gli Spettri rappresentano la parte più recondita del nostro umore. Ci seguono fin da bambini, prima i mostri nell’armadio della nostra cameretta, poi la paura delle streghe, fino alle ombre che si fanno strada fra le fioche luci della notte, quelle che sembrano coprire le stelle e ci fanno paura. Pur conoscendo la loro forma, i Ghostbusters non sono di questo mondo e i fantasmi, i nostri fantasmi, non vengono mai sconfitti fino in fondo: quando non li vediamo più non vuol dire che siano svaniti nel nulla, ma che abbiamo semplicemente imparato a convivere con loro fino a farli diventare l’eco dello sgocciolìo di una fontana malata, una farfalla che lentamente si posa sulla nostra spalla. A poco a poco le fantasie divengono realtà, la giovinezza diviene ragionamento, maturità, saggezza. Leggi il seguito di questo post »

COPERTINA EQUINOZIO prova.cdrStefano Carrai, Equinozio

Industria & Letteratura, Massa 2021

di Daniele Maria Pegorari

Dopo l’affermazione al Premio Viareggio 2017 con La traversata del Gobi (Aragno), Stefano Carrai conferma il suo talento lirico con Equinozio, affidato alle cure di un editore ancora poco blasonato, ma sicuro e coerente nelle scelte di catalogo. Mi pare emerga anche con questo nuovo volume di Carrai una linea di scrittura che torna alla franchezza della lingua e alla virtuale tangibilità delle cose, abbandonando l’enigmistica di troppa poesia contemporanea (ma è poi davvero ancora ‘contemporanea’?) e sfidando l’ovvietà della vita con gli strumenti di una parola che vuole, nonostante tutto, cantarla ancora. Carrai è poeta notevolissimo quando perlustra i sentieri della memoria – una memoria individuale che si fa agevolmente generazionale –, mentre guarda ai sogni, alle speranze, ai ‘riti di iniziazione’, agli incontri prima appassionati e poi sbiaditi da quel punto d’osservazione della vita che è la mezza età, dove la solarità della giovinezza è pareggiata dal ripiegamento verso l’oscurità: un equinozio, per l’appunto, e sarà quello autunnale, che mette fine all’estate esplosiva della vita e acquieta il soggetto nella contemplazione di sé e della storia. Leggi il seguito di questo post »

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di Lino Angiuli

Bisognerebbe avere il coraggio, una buona volta, di introdurre ufficialmente, tra gli attrezzi critici, anche quegli “strumenti umani” che aiutano a intraprendere il viaggio dentro un libro come fosse la tappa di una relazione interpersonale che preveda anche amicizia e gratitudine nei confronti sia del libro che del suo autore.

Decidersi, pertanto, a rinunciare a quell’atteggiamento assai diffuso, che, per timore di compromissione, tende a creare una distanza di sicurezza, una sorta di cordone sterilizzante, tra chi scrive e chi legge, finendo così per inibire il necessario coinvolgimento emotivo che dovrebbe presiedere all’atto della lettura ovvero a quella particolare esperienza capace di offrire sia al lettore che al libro uno speciale passaporto per il reciproco attraversamento. Qualcosa di più dell’empatia, quindi, poiché questo atteggiamento comporta non solo il “con-prendere” ma anche il “lasciarsi con-prendere”, nel segno di un abbandono che, a ben vedere, è il contrario della equidistanza critica.

In linea con questo assunto, passiamo a segnalare tre libri di altrettanti autori vicini a «incroci»: cosa che facciamo in spirito di amicizia e con animo grato per le ragioni di seguito annotate. Leggi il seguito di questo post »

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Vito Teti, La restanza

Einaudi, Torino 2022

di Sergio D’Amaro

Tutto si coniuga sui verbi onnicomprensivi restare/partire. Dentro ci sono molte cose e molti riferimenti che ormai sembrano appartenere a tempi antidiluviani: paese, patria, esilio, lentezza, nostalgia, ad esempio, e tutto ciò che non si fa più con calma, attenzione, dedizione, sacrificio, indulgenza, affetto. Non è la trama di un nuovo vangelo o il ritorno reazionario ad un passato anche più difficile di oggi, ma è l’invito del libro di Vito Teti, La restanza, or ora congedato da Einaudi (pp. 168, € 13). Il termine ‘’restanza’’ è un neologismo probabilmente esemplato su partenza (o lontananza), ma vuole sottolineare più che la condizione di rimanere in un luogo, la dedizione a ciò che resta di un luogo: cioè la sua cura, la sua riscoperta e valorizzazione. È questo anche l’argomento, in fondo, dall’autore già affrontato in suoi precedenti lavori come il più esplicito Quel che resta di qualche anno prima. Leggi il seguito di questo post »

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Michele Marino, Una vita nel palazzo.

Autobiografia. Reportage di un “inviato speciale”.

Gangemi Editore, Roma 2022

di Carmine Tedeschi

       Inutile cercare in un libro di tal fatta lenocini letterari; penso che l’Autore non abbia neanche avuto l’intenzione di usarne. Tutto l’interesse che il lettore può trovarvi sta nel contenuto puro e semplice, che in modo chiaro e schietto viene esposto mettendo in fila i momenti salienti di una carriera non comune, in un posto non comune, in mezzo a personaggi non comuni. Aggiungerei: attraverso momenti storici non proprio di ordinaria amministrazione. Leggi il seguito di questo post »

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Giuseppe Cinà, L’àrbulu nostru. Il nostro albero

La Vita Felice, Milano 2022

di Pasquale Vitagliano

Li carrubi spunàvanu cchiossà sularini/ nna la màcchia, a la campìa luntanu/ unni avìa carutu la simenza/ l’alivi no (I carrubi crescevano per lo più solitari/ nella macchia, nei pianori lontani/ ov’era caduto il seme/ gli ulivi no). Scrivendo di questa raccolta di poesie in siciliano di Giuseppe Cinà, vorrei soffermarmi sulla funzione, più che sulla struttura, della lingua scelta. Che il dialetto sia la lingua materna, come Pier Paolo Pasolini precisò nella sua esordiente analisi poetica, ovvero sia espressione dell’Heimat dell’autore, contrapposta alla Vaterland, che sia cioè la parola del luogo-dell’infanzia più che della terra-del-padre, quale dimensione collettiva e sovraordinata, se ne è discusso e scritto molto. Poco, azzarderei, si potrebbe aggiungere di nuovo e davvero interessante. Più stimolante, invece, potrebbe derivarne una riflessione che scaturisca da un altro punto di vista e da una inedita (per la poesia) domanda. Perché scrivere in dialetto, con quale funzione (ammettendo che la poesia, ontologicamente inutile, possa anche non intenzionalmente assolvere ad un qualche bisogno)? Leggi il seguito di questo post »

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Antonia Abbattista Finocchiaro, Quando è tempo di Puglia

Grafica&Arte, Bergamo 2015

di Carmine Tedeschi

Di romanzi storici, di quelli con tutti i tratti distintivi del genere, non se ne vedono molti sul mercato editoriale in questi ultimi anni, dato il calo dei lettori appassionati di certe storie. Ma anche perché è facile immaginare quali e quante ricerche richiedano quei romanzi, quanti dati e cronologie da far quadrare, quanto acume letterario e accortezza compositiva nell’innestare una storia di immaginazione in un degno e preciso contesto. Ciò, almeno, se si vogliono evitare accostamenti strampalati e arrivare a un prodotto finito degno della sua tradizione. Cruccio che, si ricorderà, era già del Manzoni, quando il genere doveva ancora nascere nella letteratura italiana. Molto meno laborioso, non solo per l’autore ma anche per il lettore, sviluppare e seguire una vicenda di pura invenzione ambientata nella contemporaneità. Leggi il seguito di questo post »

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Marcella Olschki, Terza liceo 1939

Premessa di Daniele Olschki, prefazione di Piero Calamandrei

Olschki, Firenze 2022

di Sergio D’Amaro

 

     Esce in nuova edizione Terza liceo di Marcella Olschki, figlia minore con Alessandro del famoso editore fiorentino. È un delizioso, nostalgico, ironico racconto della giovinezza trascorsa tra i banchi dell’ultimo anno di un liceo fascista. Se non fosse per certi riferimenti puntualmente storici, si potrebbe dire il racconto che ciascuno di noi conserva nella sua memoria scolastica. C’è l’esperienza di una coscienza che sta per sbocciare in tutto il suo vigore e che si misura con i caratteri e i comportamenti dei propri coetanei che hanno condiviso la stessa sorte appena prima che scoppiasse la terribile guerra. Leggi il seguito di questo post »

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Francesco Elios Coviello, L’oltranza

RP Libri, San Giorgio del Sannio 2022

di Antonio Lillo

Opera prima di Francesco Elios Coviello, classe 1994, pubblicata da Rita Pacilio nella collana diretta da Antonio Bux, L’oltranza si presenta con un titolo di forte impatto e significato (oltranza = eccesso, esagerazione) per un’opera tutto sommato gestita con perfetto uso della misura. Ventiquattro composizioni in tutto, che solo in un caso superano la lunghezza di una pagina, accomunate dalla grandissima coerenza formale e di tono e da un verso libero fortemente ritmico e musicale («Un mese è passato e sono ancora con un cuore / a scaglie. L’ho avvistato sul clivo l’ho snodato / per chili e chili di puerpere e sbatte sbatte / gli infissi piegati il metallo corrugato», p.11) con utilizzo costante dell’enjambement e delle rime interne che più che artifizio retorico sono concreta necessità di non esaurire il discorso e trascinarlo in un continuo e teso movimento interno/esterno («seppellirsi, andare / al guado notturno, ma da / spettatore», p.27). Leggi il seguito di questo post »

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Rocco Della Corte, STORIA DI ETTORE L.
Scatole Parlanti, Viterbo 2001

di Sara Notaristefano 

Un po’ di Leopardi, quello delle Operette morali; il Pirandello del saggio sull’Umorismo; Achille Campanile e, in particolar modo, Italo Svevo, che campeggia anche nell’esergo del volume, sono le voci eccellenti presenti nei dodici racconti della raccolta Storia di Ettore L.; voci che tendiamo a percepire come l’eco di un passato letterario ormai considerato “classico”. Eppure questa eco ci raggiunge con rinnovata freschezza attraverso la penna di Rocco Della Corte, che si è brillantemente cimentato con la narrativa, dopo anni dedicati alla saggistica e allo studio di figure come quella, appunto, di Achille Campanile, su cui ha scritto L’umorismo cosmico (Atlantide, 2019). Leggi il seguito di questo post »

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Alfonso Berardinelli, Giornalismo culturale. Un’introduzione al millennio breve (a cura di Marianna Comitangelo e Giacomo Pontremoli)

Il Saggiatore, Milano 2021

di Sergio D’Amaro

     Piace del critico Alfonso Berardinelli l’essere costantemente controcorrente e generoso di inedite visuali sul mondo contemporaneo. Egli non s’interessa soltanto di letteratura, ma coinvolge nel suo sguardo la tridimensionalità delle analisi unita attentamente alla quarta dimensione del tempo, dell’epoca cioè che correndo con i suoi calendari disegna in modo instancabile gli scenari che avvolgono lo sviluppo delle comunità. Piace quella conversazione mai interrotta, quel suo tracciare percorsi molteplici nel campo sempre aperto della letteratura e della critica della cultura, quei suoi pezzi che paiono dei reportage sulle battaglie in campo. Leggi il seguito di questo post »

fiore su sepe

Franco Sepe, Naufragi in acque di porto. Trypticon insanae mentis

Plumelia edizioni, Bagheria 2021

di Crescenzo Fiore

Forse bisognerebbe chiedersi come giungono sino a noi alcuni libri, non quelli che per mestiere compulsiamo quotidianamente, bensì quelli che giungono inaspettati, caso o dono che siano. Sono, in genere, libri strani che se ne stanno incerti tra tavolo e scaffali, come se non sapessero dove collocarsi nella incerta mappa della biblioteca. I più “pericolosi”, almeno per me, sono i libri di poesia: mi trascinano in gorghi di parole che mi lasciano stupefatto, letteralmente. Leggi il seguito di questo post »

Dialoghi della pandemia Locandina

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DIALOGHI DELLA PANDEMIA (IN QUATTRO TEMPI)

Malattia, parola, città

Alta divulgazione scientifica coniugata allo spettacolo di qualità: è la formula scelta per il terzo evento pubblico organizzato dal gruppo di ricerca Malattia, parola, città. Narrare e comunicare la malattia per il benessere della società, che mette gli uni a fianco agli altri filologi, storici del pensiero, medici e storici dell’Università di Bari, nel quadro dei progetti “Horizon Europe Seeds”, caratterizzati da una spiccata interdisciplinarità. Giovedì 14 luglio 2022, alle ore 18, nella splendida cornice del parco dell’Accademia Pugliese delle Scienze (Bari, Villa La Rocca, v. Celso Ulpiani, 27), si alterneranno in forma dialogica momenti di studio, musica e performance sui temi delle epidemie e del dolore, della cura e della socialità.

Dopo i saluti del prof. Eugenio Scandale (presidente dell’Accademia Pugliese delle Scienze) e della prof.ssa Rosa Otranto (coordinatrice del progetto Malattia, parola, città), il primo dialogo sarà affidato ai filologi classici Pasquale Massimo Pinto e Claudio Schiano che ricorderanno Pagine antiche sulla peste, fra Tucidide (Atene, V sec. a.C.) e Procopio (Costantinopoli, VI sec. d.C.). Seguirà un piccolo prezioso concerto del mezzosoprano Tiziana Portoghese e del fisarmonicista Francesco Palazzo che, sotto il titolo Dolore e sublimazione in musica, eseguiranno brani di E.B. Rasmussen, F. Chopin, G. Mahler, V. Olive, F. Schubert e della tradizione salentina. Il terzo dialogo sarà quello fra la gastroenterologa Maria Beatrice Principi e l’igienista Giuseppina Caggiano che punteranno l’attenzione su La voce di chi cura e la parola dei pazienti, elementi essenziali perché al centro della terapia sia collocata la persona. Chiuderanno l’evento due Voci dal lockdown, quelle dell’italianista Daniele Maria Pegorari e della scrittrice Valeria Traversi, che interpreteranno passi del loro diario della pandemia Il futuro in una stanza (Stilo, 2020), accompagnati dalla chitarra jazz di Gianluca Traversi. Presenta Annamaria Ferretti, direttrice de «l’Edicola del Sud».

Ingresso libero, giovedì 14 luglio 2022, ore 18:00.

Accademia Pugliese delle Scienze

Villa La Rocca, v. Celso Ulpiani, 27 – Bari

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Nelvia Di Monte, Sence presse

Cofine, Roma 2022

di Paolo Testone

Intrecciare versi come fa la Tessitrice (che è in primis la Natura, ma, in fondo, come sua emanazione, la Poesia stessa), mescolare sapientemente i colori, «a meti dongje i colôrs», in modo da produrre diverse tonalità – il celeste combinato col grigio d’una serata d’inverno, l’arancio e il giallo che schiudono la primavera («Il celest / cun tun grîs di seris d’unviâr, naranç / e zâl par viargi lis bielis stagjon»), sono elementi costitutivi di un inno alla Luce, che la scienza contemporanea induce a pensare come un lampo tra due oscurità – quella originaria e quella finale, che si compirà nel momento in cui tutte le galassie collasseranno in buchi neri. E questo tanto nell’ottica di un laico Big Bang quanto di un divino Fiat lux. Leggi il seguito di questo post »

nappaMaria Grazia Nappa, La grazia degli invisibili

Capire, Forlì 2021

di Germana Dragonieri

Dopo Le brutture dei cuori scalzi (Aletheia, 2018) e Nata intera (La Gru, 2018), con La grazia degli invisibili Maria Grazia Nappa (Caserta, 1985) ci offre una luminosa scheggia della sua poetica, intessendo un breve e vivo dialogo in versi con la poetessa Claudia Ruggeri, nata a Napoli nel 1967 e morta suicida a Lecce nel 1996, a soli ventinove anni. La vicenda biografica e poetica di Claudia, menzionata esplicitamente sin dalla “Nota introduttiva” quale fonte di ispirazione e di luce, pervade e accompagna l’ultimo libro di Nappa dal principio alla fine, facendosene ipotesto, filo vibrante di continuità e intenzione poetica profonda. A lei, a Claudia, Nappa chiede di esserle compagna nel volo del poetare, come ribadisce nella premessa («Con lei, mi incammino nel volo: nel vuoto dissetante della poesia») e, in forma oniricamente esortativa, nella poesia Troppo trattenuta («Incamminiamoci insieme nel volo: / nel vuoto dissetante della poesia»). Leggi il seguito di questo post »

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PIERANGELA ROSSI, Gli oggetti e l’aria intorno

Il Convivio, 2022

di Esther Celiberti

Se è vero, per rifarsi ad Aby Warburg, che il buon Dio abita nei dettagli, i testi di Pierangela Rossi costituiscono una vera e propria fenomenologia lirica del quotidiano. Gli oggetti e l’aria intorno ad essi sono dipinti come nella pittura fiamminga che traccia il colore dell’atmosfera. Gli oggetti, ovunque disseminati, mutano, se cambiano posto o direzione possono rappresentare un rischio, una minaccia. E non è solo lo sguardo della poetessa a trasfigurarli ma l’onnipresente folletto che crea squilibri e pericoli. Diversamente dal ruolo dell’aiutante magico, questo sovversivo Odradek scompiglia le cose. Il Puck di turno fa dispetti, è irriverente: “Chi capisce o non capisce/il linguaggio/degli oggetti spostati?”. Gli oggetti parlano delineando una segnaletica emotiva. Come nelle Botteghe color cannella di Bruno Schulz si animano. I versi inscenano le loro baruffe, la ridda tra umano e non umano. “I coprisedie hanno tanti occhietti aperti/minutissimi, se li guardi come occhi/ti prende la vertigine di alta montagna”, affiorano gli scherzi della percezione in questo testo programmatico che sembra ricalcare le linee del realismo magico e porsi dinanzi al reale con incanto e stupore. Leggi il seguito di questo post »

locandina LUCARELLI

Logo MPC

La direzione e la redazione di «incroci», partner del progetto di ricerca “Malattia, parola, città. Narrare e comunicare la malattia per il benessere della società” (Università di Bari, Horizon Europe Seeds), sono liete di comunicare il secondo appuntamento pubblico: ospite del Museo Civico di Bari, il 9 giugno, alle ore 18, sarà l’egittologa Rita Lucarelli, dell’Università di Berkeley.

premio angiuli storia

Logo MPC

Dal 1 febbraio 2022 al 31 luglio 2023 è al lavoro un Raggruppamento di ricercatori dell’Università degli studi di Bari Aldo Moro, intorno al tema MALATTIA, PAROLA, CITTÀ. NARRARE E COMUNICARE LA MALATTIA PER IL BENESSERE DELLA SOCIETÀ, vincitore di un bando denominato “Horizon Europe Seeds”; esso è finalizzato a promuovere progetti in cui competenze maturate in aree diverse della ricerca, spesso avvertite come distanti, vengono poste al servizio le une delle altre e messe a valore per una crescita delle conoscenze, all’interno della comunità universitaria e in dialogo con la cittadinanza, attraverso opportune e mirate iniziative di studio, di didattica e di disseminazione pubblica.

In particolare, il progetto “Malattia, parola, città”, coordinato da Rosa Otranto, professoressa di Filologia classica nel Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica, mette insieme sei filologi (Nunzio Bianchi, Immacolata Eramo, Rosa Otranto, Daniele Maria Pegorari, Pasquale Massimo Pinto e Claudio Schiano), due storici del pensiero (Marienza Benedetto e Paulo Francisco Butti de Lima), quattro medici (Giuseppina Caggiano, Alessandro Dell’Erba, Davide Ferorelli e Maria Beatrice Principi) e due storiche (Immacolata Aulisa e Angela Carbone). Il gruppo di ricerca in questi diciotto mesi indagherà il rapporto fra la malattia – nelle sue molteplici manifestazioni e nelle sue accezioni sia reali che metaforiche – e la comunità civile, come spazio urbano di funzioni, relazioni e diritti. Leggi il seguito di questo post »

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Lucio Zinna, Le ore salvate

Thule, Palermo 2020

di Pasquale Vitagliano

Sanno/ di altre strade e altro vento/ di percorsi sghembi/ dai fossati impraticabili/ e li attraversano/ perché sia tutto tentato/ ogni viaggio sempre/ nel verso del verso. Il viaggio poetico di Lucio Zinna viene da lontano e indica un cammino impervio ma ineludibile. Tutti i poeti hanno intrapreso questa via. Scrive Federico Garcia Lorca che i poeti sanno che ogni sentiero è impossibile, per questo lo percorrono nella notte con calma. Cosa bisogna portarsi dietro? Cosa salvare in questo errare permanente? Se stiamo al titolo di questo ultimo libro, Le ore salvate (Thule, 2020), che raccoglie in tre sezioni la produzione poetica del decennio 2009-2019, il poeta vorrebbe salvare il tempo. Leggi il seguito di questo post »

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Mario Rondi, Avventure di un seduttore mancato

Genesi Editrice, Torino, 2021

di Carmine Tedeschi 

Il singolare del titolo (“un seduttore”) è buona spia della centripetazione tipologica delle gesta, o meglio dei “conati” seduttorii messi in atto dai protagonisti di questi ventisei racconti. Ventisei personaggi comprimibili in un solo tipo: quello dell’uomo senza qualità. A proposito del quale è inevitabile correre col pensiero, non solo a Musil, ma a gran parte della narrativa primo-novecentesca, che segnò una svolta irreversibile nella letteratura europea. Leggi il seguito di questo post »

galileo

C’è scienza e Scienza

di Lino Angiuli

Ancora una volta bisogna scomodare Leopardi per domandarci chissà se gli “scienziati” che un giorno sì e l’altro pure si affacciano al telefinestrone per dire tutto e il contrario di tutto sull’imperante doppia V (Virus/Vaccino), chissà se ricordano il passaggio della “Ginestra” in cui, con il suo sguardo acuto, profetico e sempre attuale, il Giacomo nazionale criticava l’arroganza delle «magnifiche sorti e progressive», quelle da cui sarebbe poi scaturito il pensiero positivista e l’idolatria scientista oggi riaffiorante come una vena carsica. Lo stesso pensiero positivista a suo tempo praticato eppure messo in crisi dal dr. Freud, allorquando, sfidando le resistenze culturali degli scienziati dell’epoca, si avventurava ad esplorare la magica terra che un giovanissimo Artur Rimbaud aveva chiamato l’inconnu ovvero l’inconscio.
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stella elia

Grazia Stella Elia, I paràule di tatarànne /Le parole degli antenati

Prefazione di Daniele Maria Pegorari

FaLvision, Bari 2021

di Maria Rosaria Cesareo

Da poco in libreria per i tipi della barese FaLvision, nella collana Polychromos, I paràule di tatarànne, l’ultimo lavoro in versi di Grazia Stella Elia, poetessa di lungo corso, demologa, cultrice del dialetto casalino ‒  la linguamadre di Trinitapoli (BAT) ‒ mirabilmente espresso in questa silloge. Leggi il seguito di questo post »

ulisse

James Joyce, Ulisse, a cura di Enrico Terrinoni

Bompiani, Milano 2021

di Sergio D’Amaro

Correva il 2 febbraio 1922 e la libreria Shakespeare & Company di Sylvia Beach sita al numero 12 di Rue de l’Odéon a Parigi esponeva le copie di Ulysses dello scrittore irlandese James Joyce, nato esattamente quarant’anni prima nello stesso giorno e nello stesso mese, lanciando il suo nome nella galassia della letteratura mondiale. Joyce credeva nelle combinazioni cabalistiche e la coincidenza col suo venire al mondo aveva per lui un significato latamente apocalittico, si aspettava che la sua opera fosse la rinnovata certezza di Luigi XIV: après moi le déluge. E fu in un certo senso così, giacché il ‘’maledettissimo romanzaccione’’, come lo stesso autore lo etichettò, riesce ancora dopo un secolo dalla sua uscita a stupire e a mostrare evidente quell’effetto inestinguibile di ‘’marea’’ che è la metafora più pregnante per indicare il flusso e riflusso continuo di un’avventura narrativa impegnata epicamente, ma anche ironicamente, con l’insaziabile movimento della metamorfosi. Ulysses è davvero il non plus ultra del rapporto tra linguaggio e realtà in quell’andare a disturbare tutti i confini, gli abissi, i buchi neri della condizione esistenziale e del fitto mistero che continua a circondare l’essenza del mondo. Non a caso uno degli episodi cardinali dell’opera prende nome da Proteo, il dio inafferrabile che sfugge ad ogni forma definita e rimanda nelle sue poliedriche sfaccettature all’indeterminabile aspetto delle cose che ci circondano e ai labirinti scavati nel cervello umano. Leggi il seguito di questo post »

selvaggio alchimie poeticheMario Selvaggio, Alchimie poetiche. Traduzioni.

Ed. L’Harmattan, Parigi – AGA, Alberobello – 2020

di Carmine Tedeschi

È esperienza nota: leggere la traduzione d’un testo letterario, disponendo dell’originale a fronte e conoscendo la lingua di partenza, ti costringe a sorvegliare con gli occhi ogni rigo, come gli spettatori che seguono la pallina durante una partita di tennis. Sinistra-destra, destra-sinistra. Dopo un po’ ti accorgi che non è soltanto il senso in sé a interessarti, ma anche le scelte del traduttore. Puntualmente ti chiedi cosa avresti scelto tu, in quel certo passo in cui magari il traduttore si è preso la sua libertà allontanandosi dall’originale. In altri termini, finisci per farti la stessa domanda di sempre sul modo di tradurre: meglio che prevalga la fedeltà al dettato originale o al messaggio in esso contenuto?   Leggi il seguito di questo post »

abbate, faccia da mostroLirio Abbate, Faccia da mostro

Rizzoli, Milano 2021

di Giuseppe Gentile

Sin dall’unità d’Italia la nostra penisola ha vissuto periodi a metà fra lampante e nascosto, senza alcuna via di mezzo, soprattutto se pensiamo a quel particolare momento che parte dagli anni Settanta col terrorismo rosso e nero, finendo alle continue sentenze che attestano in maniera ormai inequivocabile la collaborazione di una parte, o parti, dello stato (con la lettera minuscola) con la criminalità organizzata di qualsivoglia genere. Ecco che, essendo tutto parte di un complesso disegno storico governato da chissà chi, gli uomini ne diventano i principali attori. Sarebbe semplice, a questo punto, pensare ai cavalieri del bene che combattono contro quelli del male; vi è tuttavia una terza categoria di umano che si insinua fra le pieghe di questo eterno dualismo: i buoni travestiti da cattivi e viceversa o, peggio ancora, i cattivi che vengono scambiati per buoni senza servirsi di travestimento alcuno, quelle pecore che a causa di un imponderabile scherzo del destino sono anche lupi. Uno di questi loschi figuri, riconosciuti di fatto dal ‘cronico’ susseguirsi degli eventi e dei processi, sempre tuttavia al riparo da condanne, è tale Giovanni Aiello che diviene, attraverso varie e cupe collaborazioni, uno dei personaggi più ambigui della nostra storia, diviso fra polizia, servizi segreti, terrorismo, mafia, ‘ndrangheta e chi più ne ha più ne metta.  Leggi il seguito di questo post »

1993, 9 novembre. Mostar

ORWELL IN UCRAINA: NOTE SU UNA NARRAZIONE DI GUERRA

di Daniele Maria Pegorari

Facendo seguito all’articolo La cultura della pace forse non è mai esistita (e il risultato si vede), apparso su «la Gazzetta del Mezzogiorno» venerdì 25 marzo 2022, l’autore torna a difendere le ragioni della pace dalle riduzioni semplicistiche di cui esse sono oggetto nelle attuali narrazioni mediatiche e politiche.

Tutto è cominciato con la scelta di una colonna sonora che per un ragazzo degli anni Ottanta come me è uno strizza-cuore: la voce di Sting che canta «I hope the Russians love their children too», seguita dalla struggente citazione del Luogotenente Kijé di Sergej Prokoviev, è tornata dopo quasi quarant’anni a cullare le nostre emozioni nei primi giorni della terribile invasione russa in Ucraina, come sottofondo dei servizi giornalistici di diversi canali televisivi, immediatamente facendo leva sulle nostre corde sentimentali più profonde, e non solo quelle dei ricordi di chi c’era già nell’altro secolo, poiché la forza della musica è (soprattutto quando è grande musica) quella di coinvolgere e travolgere con un’immediatezza anche superiore a quella che di solito chiamiamo empatia. Ma, proprio per questo, la musica può, se non creare semplificazioni, quanto meno accarezzarle, aiutarle. E allora andiamoci piano e cerchiamo di chiarire. Leggi il seguito di questo post »

whatsapp-image-2021-06-11-at-10.40.33Riccardo Frolloni, Corpo striato

Industria & Letteratura, Massa 2021

di Sara Notaristefano

Strettamente connesso alla corteccia cerebrale è il corpo striato, responsabile del controllo dei movimenti volontari, componente del sistema dei nuclei della base che dà il titolo a quest’opera di Riccardo Frolloni. Chi legge viene immerso in quello che potrebbe sembrare di primo acchito il processo di elaborazione di un lutto: perno attorno al quale ruotano i componimenti è infatti il padre morto, figura fondamentale per l’autore («Se mio padre dice anima allora io ci credo» si legge in movimenti VII), al quale è esplicitamente dedicata l’opera. In realtà, Frolloni, senza cedere alla tentazione di abbandonarsi all’elegia, attiva un autentico processo “religioso”, aggettivo da ricondurre all’atto di re-ligare, riannodare, rimettere insieme. Il poeta intende ricongiungere i fili di un senso frantumato dalla perdita per costruirne uno nuovo: la sapiente alternanza di sogni, materiali e movimenti costituisce non solo l’articolazione dell’opera ma anche l’impalcatura del nuovo legame con un padre-dio («non avevo dio prima del padre», si legge in movimenti II), un legame che intende travalicare i limiti spazio-temporali entro i quali l’esistenza è circoscritta. Leggi il seguito di questo post »

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Andrea Genovese, Idilli di Messina

Ed. Pungitopo, 2021

di Carmine Tedeschi

Nel gustoso articolo di apertura dell’ultimo numero di Robinson (n. 268; 22  gennaio 2022) dal titolo Giovanni Verga ora scriverebbe Mastro don Bezos, Francesco Merlo così scrive: «Si portano sempre appresso la Sicilia, questi grandi siciliani, e trovano nel mondo, vale a dire nella geografia, la metafora della storia che avevano già in testa. E qualche volta accade il contrario: portano il mondo dentro la Sicilia.» Una riflessione che si attaglia come un perfetto prodotto sartoriale a questa raccolta di liriche, si direbbe riassuntiva, di Andrea Genovese. Leggi il seguito di questo post »

 

COMUNICATO STAMPA

SECOLO DONNA 2021

A cura di Bonifacio Vincenzi

Valentina Colonna: “parlami ancora come fosse mia la voce”

Macabor Editore

copertina2021ok

L’Almanacco di Poesia SECOLO DONNA, a cura di Bonifacio Vincenzi, edito da Macabor Editore, da cinque anni porta il suo contributo alla conoscenza e all’approfondimento della scrittura poetica delle donne. Esiste una poesia al femminile? Ha un senso circoscriverla, delinearne i confini, le peculiarità, le contraddizioni? Farne, insomma, una sorta di genere? Assolutamente no, anche perché la poesia, quando c’è, per fortuna, travalica le barriere, le definizioni, le catalogazioni tout-court. Leggi il seguito di questo post »

angiuli depalmaLino Angiuli, Teo de Palma, duemilaventidue un altro anno

quorumedizioni, Bari 2021

di Claudio Toscani

“…con la penna l’uno, col pennello l’altro…”: ci provano. Uno scrittore e un pittore ci fanno gli auguri per l’anno che viene, un 2022 quasi in rima con sé stesso ribadendo un numero per ben tre volte, fino a pensarne possibili combines per una puntata d’azzardo in casa da gioco. Poeta uno e artista l’altro a gestire un simpatico, affettuoso gesto d’amicizia, anche perché dodici sono i testi e dodici le illustrazioni per ognuno di loro, dodici i versi di ogni testo e dodici le sillabe di ogni verso. Un cordiale recinto creativo per coltivarvi momenti e sentimenti di umanità e natura, in linea con il parallelo fervore dei suoi ideatori: Angiuli, intangibile guida di quel che fu il fondativo avvento e ora è il crescente ruolo identitario di una delle territoriali espressività poetiche d’Italia più ricche d’incroci storico-culturali, artistici, linguistici;  de Palma, maestro d’intrigante grafismo disegnativo tra acquerelli, cere, ruggini, carte e spaghi e filigrane terrose calate in arte e stile per inquiete magie tra futuribili e protomorfe. Leggi il seguito di questo post »

Lorenzo Spurio, La ragazza di via Meridionale, Nemapress, Roma 2021

Licia Grillo, Multas per gentes, FaLvision, Bari 2021

di Filippo Casanova

image-1I due studi critici dedicati alla poetessa di origine lucana Anna Santoliquido (1948), pubblicati entrambi nel 2021, si pongono, a mio avviso, come un momento cruciale per la critica letteraria sul Mezzogiorno e, in particolare, sulla poesia, troppo spesso compressa dall’uso consumistico dell’arte. Cominciamo dal saggio di Lorenzo Spurio, La ragazza di via Meridionale. Percorsi critici sulla poesia di Anna Santoliquido, nel quale la poesia della Santoliquido trova spazio in quella che è, a ben vedere, la sola dimensione che le appartiene e che potremmo definire un segreto giardino che dal sé guarda al mondo. L’attenzione critica di Spurio, esplicata con chiarezza e precisione e impreziosita da un’intervista posta in caudam al testo, propone un percorso di lettura dell’opera poetica della Santoliquido, trasmettendo soprattutto la forza poetica che dal verso si comunica attraverso una graduale e moderna catabasi del lettore, il quale si ritrova, dapprima quasi inavvertitamente e poi con piena coscienza, al centro di un mondo composto da differenti universi. È certamente un meccanismo di non semplice costruzione, che non si presta a una semplice enunciazione e spiegazione teorica, tuttavia critico e poeta, nel libro di Spurio, si incontrano e pare parlino la stessa lingua, vivano la stessa esperienza, guardino al mondo dalla stessa prospettiva, al mondo ritornando e alla vita di ogni uomo. Leggi il seguito di questo post »

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Carlo Picca, Sandro Penna. Il Poeta del risveglio.

FalVision, Bari 2017

di Giuseppe Gentile

Fin dalla notte dei tempi il genere umano ha sempre avuto l’esigenza di comunicare i propri pensieri e le proprie sensazioni attraverso suoni, che poi sono diventate parola, una parola che poco a poco, a seconda dei vari periodi storico-letterari, si è fatta sempre più complessa, fino a diventare molto spesso un orpello senza valore. Ma in un particolare momento, fortunatamente, ha fatto la sua entrata in scena una tipologia di poeti che hanno iniziato a concepire un nuovo modo di trasmettere le vibrazioni del proprio cuore e della propria mente. Hanno compreso che non è necessario inondare i fogli di carta di aggettivi o verbi con un particolare significato, iniziando a utilizzare le lettere in maniera elementare, quasi come le utilizzerebbe un pastore al cospetto della Luna, mettendoci del loro, unendo tutto attraverso il loro genio. Non si tratta, è ovvio, di una conquista semplice. Al contrario è un procedimento lungo e complesso, alla base del quale si fa strada il principio stesso dell’arte, in qualsiasi forma essa venga espressa.  Leggi il seguito di questo post »

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PER GIANNI CELATI: UNA TESTIMONIANZA (1937-2022)

di Luigi Fontanella     

Mi ha molto scosso la notizia della scomparsa di Gianni Celati, morto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio di quest’anno. Ne scrivo ora con commozione e rimpianto per non averlo potuto frequentare più spesso…  ma lui abitava da più di trent’anni a Brighton (Gran Bretagna) con la moglie Gilian Haley, pur alternando periodi di soggiorno nella sua amata Emilia: regione che lui ha descritto con intelligenza, ironia e perfino gusto del paradosso in alcuni godibilissimi libri, spesso accompagnandosi, nelle proprie esplorazioni, con Luigi Ghirri, artista-fotografo che come lui sapeva cogliere le misteriose e più intime rigature della pianura emiliana e dei suoi silenziosi abitanti. In questo ambedue possono considerarsi un po’ i successori di Antonio Delfini, narratore e poeta ben conosciuto e studiato da Celati che ne aveva finanche curato un libro, bello quanto editorialmente sfortunatissimo: Autore ignoto presenta. Racconti scelti e introdotti da Gianni Celati (Einaudi, 2008); un narratore, Delfini, mi piace aggiungere, a me quanto mai caro. Anzi, in un certo qual modo, devo proprio alla mia ammirazione verso la narrativa di Delfini se trent’anni fa scrissi alcuni racconti, uno dei quali (intitolato Momo) osai inviare proprio a Celati. Avevo da poco letto Quattro novelle sulle apparenze (Feltrinelli, 1987), libro di intensissima suggestione che, insieme con Narratori delle pianure (ivi, 1985 e 1988) e Verso la foce (ivi, 1988, 1992), sono a mio avviso tra le opere più belle e ispirate di tutta la narrativa dell’ultimo Novecento italiano.   Leggi il seguito di questo post »

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Antonio Lillo, Il nemico sbagliato

Pietre Vive, Locorotondo 2021

di Pasquale Vitagliano

Con la sua ultima raccolta, Il nemico sbagliato, Edizioni Pietre Vive, Antonio Lillo ci stupisce per il suo passo doppio di editore e poeta, anzi, meglio, poetaeditore, come scrive egli stesso. Soprattutto, per la leggerezza con cui egli danza (e sorride) su un mappamondo che sembra dover esplodere da un momento all’altro. Poi, per il carattere proteiforme della sua prosodia e della sua ispirazione. Versi brevi, endecasillabi, distici e quartine; d’altro canto, realismo terminale, epigrammi, poesia-in-prosa. Anche l’io poetico risulta frantumato, anzi, direi diffuso. Si sente un venticello pessoiano che ci fa leggere questo inatteso libro come l’opera di una moltitudine e l’autore quale un eteronomo sia dell’editore che del poeta. Infatti, il testo è un corpo, un fusto nel mondo vegetale, che si è formato con apprensioni testuali, applicazioni poetiche, citazioni e innesti.  Ho soccorso un lombrico./ Quasi fossi entrato anch’io/ nella poesia// della Lamarque. Sembra che, per deformazione professionale dell’autore, questo libro sia stato realizzato come l’in-folio di una biblioteca personale, affollata di altri autori, poeti e non solo che, a loro volta, potrebbero finire per essere scambiati con altrettanti eteronomi. …Tersa morte dovresti averlo./ Sarà l’ultimo suo libro, è certo./ Mario dal buio non ritorna»./ Me lo diceva una ragazza in libreria/ riparati dietro uno scaffale. Leggi il seguito di questo post »

mareLaura D’Arpe, Mare. Emozioni

Edizioni Grifo, Lecce 2020

di Emilio Filieri

Il nuovo libro della poetessa salentina Laura D’Arpe ha per titolo Mare. Emozioni; già docente di letteratura italiana e latina nei Licei, la D’Arpe è alla sua quindicesima pubblicazione e fra le precedenti vale citare almeno La quinta stagione (Firenze Libri 1989), Le tre vite (Congedo, Galatina 1993), Senza Tempo (Milella, Lecce 1995), Ametrica Carmina (Congedo, Galatina 1998), Sìrima (Congedo, Galatina 2001), Iris. Ametrica carmina II (Lupo, Copertino 2014). L’incontro con la poesia sembra favorito dal tema scelto per questa silloge, Mare, a richiamare l’identità di una penisola fra Adriatico e Ionio, ponte verso l’Oriente e approdo degli eroi. Leggi il seguito di questo post »

9791254510025Nicky Persico, Il volo del pettirosso

Les Flâneurs, Bari 2021

di Giuseppe Gentile

La vita nasconde sempre, soprattutto fra le pieghe nascoste del suo larghissimo mantello, i dettagli che la rendono interessante e piena di passione. Questo vale per tutti, anche per gli uomini e le donne che incontriamo al bar o di sfuggita nella hall di un albergo, per strada o nella cucina di un ristorante. Ed è proprio grazie a tali storie (non ci interessa se inventate o meno) che nascono amori, antipatie, gioie, dolori, sorrisi e pianti, un po’ come accade fra gli atomi che si uniscono e si separano a seconda delle loro affinità col mondo che li circonda. Giusto per fare qualche esempio, ne parlava già Epicuro, a cui poi si aggiunse Lucrezio, fino ad arrivare a Goethe (un fiume di inchiostro che fino ad oggi non ha ancora terminato, e mai lo farà, la sua corsa), tutti filosofi, letterati e intellettuali che, a seconda del loro tempo e delle loro idee, hanno provato a spiegare a noi, uomini comuni, le loro relazioni sempre in bilico fra fusioni e fissioni, crescono e si affievoliscono attraverso processi complessi o semplici, ponderabili o imponderabili. Alla fine, non sarà importante il finale, ma il principio di tutto, la causa generatrice, il momento stesso della creazione, insomma il maledetto o benedetto (ai lettori la sentenza) volo di quel pettirosso. Leggi il seguito di questo post »

recalcati,giobbeMassimo Recalcati, Il grido di Giobbe

Einaudi, Torino 2021

di Laura Carnevale

Ringraziamo Laura Carnevale, professore di Storia del Cristianesimo e delle Chiese presso il Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica dell’Università di Bari – autrice, fra l’altro, dei libri Giobbe dall’antichità al Medioevo. Testi, tradizioni, immagini (2010) e Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico (2020) – per questa analisi del recente saggio che lo psicanalista Massimo Recalcati ha dedicato a una delle più dibattute figure dell’Antico Testamento.


Dopo Carl Gustav Jung, Recalcati è – a quanto mi consta – il secondo psicoterapeuta che sceglie di scrivere sul Libro di Giobbe. Se Jung pubblicava la sua Risposta a Giobbe nell’immediato secondo dopoguerra (1952), il volume di Recalcati reca come data di stampa il maggio 2021: momento in cui la seconda ondata della pandemia da Covid-19 accennava finalmente ad allentare la morsa. La contingenza storica era dunque assai favorevole affinché un pubblico più ampio rispetto a quello dei soli addetti ai lavori potesse essere spinto a meditare sulla vicenda di dolore, malattia e guarigione del giusto sofferente per eccellenza, Giobbe, presentato nel primo versetto dell’omonimo libro biblico non come un ebreo, ma come uno straniero (della «terra di Uz»), nondimeno «integro e retto, timoroso di Dio e alieno dal male». Leggi il seguito di questo post »

front-cover-jpeg-e1617779456265Sara Notaristefano, La composizione del grigio

Divergenze, Belgioioso (PV) 2021

di Daniele Maria Pegorari

Una linea di analisi in famiglia (per dirla con un romanzo di Maria Marcone che ebbe grande ribalta nazionale negli anni Settanta) tutta al femminile – una madre, una zia, una figlia, una nipotina – con alcuni personaggi maschili a fare, se non proprio da spalla, quanto meno da strumento di quell’analisi, da tavolo di laboratorio: il padre, lo zio acquisito, il primo datore di lavoro della protagonista, il marito di lei, poi sostituito, dopo il divorzio, da uno sbiaditissimo compagno (questo sì solo una comparsa). Non ne conosciamo i nomi perché l’autrice si rifiuta di contrassegnare i suoi personaggi con una convenzione sociale, una scelta peraltro spiegata in una breve nota di apertura, che rinvia al modello dei Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, uno degli autori più amati da Notaristefano. Si tratta, infatti, di sottrarre i personaggi all’imposizione onomastica, come pure alla determinazione geografica (anche i toponimi sono del tutto assenti), per farli essere meno «persone» e più «anime», universali nella loro condizione di sofferenza, di cui qui non interessa tanto la genesi (clinica, biografica, sociologica), quanto la fenomenologia dei comportamenti, delle reazioni, dei linguaggi. Leggi il seguito di questo post »

cover coleopteraEnea Roversi, Coleoptera

Puntoacapo, Pasturana (AL) 2020

di Francesco Lorusso

Decidere il titolo di un libro è un compito molto importante, poiché ha la funzione di racchiudere, sintetizzare in poche parole, se non con un solo lemma, il nocciolo del suo contenuto e, al tempo stesso, sia incuriosire che suggerire nascostamente una chiave di lettura ai vari livelli sottesi. Questo è quanto ha ottenuto, semplicemente attraverso un termine scientifico, Enea Roversi col titolo del suo ultimo libro di poesie. Con un versificare lungo, dalle rare o inesistenti assonanze (ancor meno rime), Roversi ci porta in un mondo popoloso e anonimo, come quello dei coleotteri, appunto, muovendosi tra larghe e lente inquadrature quasi cinematografiche, caratterizzate dalle forti tinte futuristiche e apocalittiche, in cui si incontrano anime disilluse e stanche. La tensione si sviluppa in uno scenario solitario terreste silenzioso, come in una pellicola di Tarkovsky, al punto che, «mentre il cane abbaia» (p. 12), il poeta riesce a farcelo vedere, pur non riuscendo a sentirlo.

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Klee, AngelusNovus

Il seminario di Sociologia della letteratura dell’Università di Bari, le cui risultanze sono state ospitate nelle scorse settimane su questo blog (puoi recuperare qui tutte le ‘puntate’ precedenti), sollecita le conclusioni che seguono, sia pur ‘provvisorie’ e desiderose di suscitare ulteriori reazioni e commenti. I romanzi e i saggi dedicati all’immaginazione della città contemporanea negli ultimi tre quarti di secolo ci mostrano con lucidità alcuni processi di ridefinizione non solo degli stili di vita, ma degli stessi modelli politici. L’orizzonte che si dispiega è forse quello di una società postumanistica che si disabitua a gestire i conflitti, ne disconosce il valore positivo e si rassegna a una mera amministrazione o gestione delle procedure.

Cibernetica sociale e felicità

di Daniele Maria Pegorari

Il dibattito svoltosi nelle scorse settimane sul blog di «incroci» e le sollecitazioni di non pochi amici, colleghi, lettori e studenti, mi spingono ad appuntare alcune riflessioni intorno al potere previsionale di certa letteratura novecentesca e all’attualità del pensiero di Bauman, in vista di una comprensione del modello di società che si è definito intorno a noi in questi anni. È stato un processo molto lungo – lento ma lineare –, iniziato quasi quarant’anni fa e conclusosi con la cancellazione del modello politico liberaldemocratico, di matrice otto-novecentesca. Ora è iniziata definitivamente una fase diversa, per la quale non trovo altro nome efficace che quello di tecnocrazia. Leggi il seguito di questo post »

marzano

Michela Marzano, Stirpe e vergogna

Rizzoli, Milano 2021

di Valeria Traversi

Un libro complesso, forte e pieno di sollecitazioni, quest’ultimo di Michela Marzano, che turba, interroga, mette a disagio e fa reagire. E questo è già un punto a favore dell’autrice e della sua coraggiosa operazione tra scavo psicologico e indagine storica, tra stirpe e vergogna. Quest’ultima è l’antidoto all’oblio e alla reiterazione delle colpe, in quanto sentimento dell’errore, il che fa di questa lettura un percorso di conoscenza privata e storica fra segreti e rivelazioni, passato e presente, scontri e riconciliazioni; e, come tutti i percorsi di conoscenza, deve attraversare la sofferenza, il male e il dolore perché possa diventare fecondo, ossia amore. Leggi il seguito di questo post »

Klee, AngelusNovus

“I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift (1726), “Le città invisibili” di Italo Calvino (1972) e “Vite di scarto” di Zygmunt Bauman (2003), tre opere scritte in epoche differenti e di genere diverso. Ad accostarle è Girolamo Gaeta, sesto partecipante al seminario di Sociologia della letteratura: secondo la sua ipotesi, in tutte e tre è possibile rintracciare il bisogno di un modo diverso di viaggiare. Non lo spostamento superficiale del turista, ma quello di colui che ama scoprire «il rovescio delle cose» e per questo scopo mette in gioco tutto se stesso. Dalle pagine di questi celebri libri emerge la rappresentazione preoccupata per un’umanità fragile, solo apparentemente sicura entro le mura fortificate della civiltà che ha costruito.

Deliri, assenze, scarti: figure dell’umanità
nei capolavori di Swift, Calvino e Bauman

di Girolamo Gaeta

Ci sono due grandi viaggiatori nella letteratura occidentale: il primo è il personaggio di un romanzo di Jonathan Swift. È un medico-marinaio britannico, dallo spirito audace curioso e inquieto, che tra Sei e Settecento viaggia verso rotte e terre lontane e straniere. Scrive un diario della sua vita ricca di esperienze.

La sua prospettiva minuziosa e razionale non farà, però, che mostrare visioni ambigue. I viaggi nelle terre lontane impongono all’osservazione del marinaio-chirurgo realtà capovolte o distorte, utopiche o distopiche. Queste realtà impongono a Lemuel Gulliver di tornare col pensiero all’Europa, alle politiche di vita occidentali, per mostrarne i limiti, i vizi, le negatività. I viaggi, i naufragi e le esperienze di Lemuel, alcune delle quali rovesciano le prospettive di senso o percezione comune, sono la satira della politica e della società occidentale, ovvero della realtà e della cultura da cui il medico-marinaio proviene: grazie a una visione globale Lemuel costruisce la satira realistica del suo locale. Leggi il seguito di questo post »

equilibrium-morire-non-ti-salvera

Dominique Jean Paul Stanisci, Equilibrium. Morire non ti salverà

Bertoni, Corciano (PG) 2021

di Chiara Cannito


Dominique Jean Paul Stanisci nasce come autore con due resoconti di viaggi nei memoriali del mondo (Viaggi bianchi e Ancora viaggi bianchi, Aga ed.) per poi affermarsi a livello cinematografico con Una scelta necessaria, docufilm ispirato dai suddetti libri, selezionato tra i migliori documentari a Stoccolma, New York, Parigi, Napoli e Alvsbyn e vincitore come Miglior Documentario del Festival del Cinema di Bruxelles. La metafora della sua vita è il Fiore di loto, titolo di una mostra fotografica da lui curata, ma anche cifra del suo stare al mondo. Il fiore di loto è emblema della sua visione della vita: la purezza (nobiltà d’animo) che affonda le radici nel fango (la violenza). Il fiore di loto è invito all’uomo, soprattutto nei momenti più bui, a farsi testimone proattivo del principio di fratellanza. Durante l’epidemia questa chiave improntata alla costruzione di relazioni sociali, che di fatto erano state interrotte e andavano reinventate, è stata tradotta – parafrasando Giacomo Leopardi – in una lettura «matta e disperatissima» e nella stesura delle «sudate carte» di questo romanzo. Un romanzo distopico per il quale lo scrittore si lascia guidare da numerose serie televisive apparse su Netflix, oltre che dai classici della letteratura e la cui narrazione muove da un terribile virus che uccide gli uomini.
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Klee, AngelusNovus

Lascia sgomenti la critica che Bauman, già alla fine del secolo scorso, muoveva alla coazione al movimento della nostra società? Il suo pensiero è una ‘distopia’? La concentrazione sull’analisi della nostra irrimediabile incompiutezza significa una condanna all’infelicità? Una lettura immediata di Modernità liquida può portare a questa facile conclusione, ma poi scopriamo che i processi che il sociologo ha descritto hanno visto la luce all’inizio del Novecento: la metafora del «supermercato delle identità», ad esempio, trova la sua radice nella perdita o nella moltiplicazione delle identità di cui scrisse Pirandello. Allora, forse, la crudezza dell’analisi di Bauman è indispensabile a ritrovare il coraggio di «rimettersi in cammino», come scrive Raffaele Geronimo, in questo quinto intervento del seminario di Sociologia della letteratura dell’Università di Bari.

La scoperta dell’infelicità: i soggetti smarriti di Pirandello e Bauman

di Raffaele Geronimo

Il confronto con una delle opere più influenti sulla nostra società contemporanea, Modernità liquida (1999), di uno dei più prestigiosi pensatori di fine Novecento, Zygmunt Bauman, è tutt’oggi disarmante. Quello che abitiamo è un mondo velocissimo e in perenne metamorfosi, ma ancora diviso e discriminante, pronto a innalzare muri, a sopprimere conquiste raggiunte con fatica, non ancora in grado di trovare soluzioni per i mali esistenti, occupato a inseguire l’effimero a scapito di valori autentici e di legami veri, ricolmo di sempre maggiori dubbi, problematicità, atrocità.  ‘Incontrare’ Bauman nel nostro instabile presente significa accettare di lasciarsi scrutare dalle sue parole, in ciò che ci circonda e nel proprio io. Il suo pensiero è uno specchio lucido in cui riflettersi per poi ritrovarsi pieni di interrogativi e privi di risposte concrete, increduli e infelici. La sua è una verità nuda e cruda. E spesso noi fuggiamo dalla verità perché essa è straripante di luce, senza ombre in cui nascondere i nostri sensi di colpa. Leggi il seguito di questo post »

Klee, AngelusNovus

La rilettura di alcuni classici della letteratura contemporanea condotta nelle precedenti tre ‘puntate’ della serie “Distopie liquide” ha un ‘sottotesto’ implicito: il concetto di postmodernità o liquefazione della modernità che ha in numerose opere del sociologo anglo-polacco Zygmunt Bauman (1925-2017) la propria lezione indelebile. Allora è il caso di tornare a leggere i suoi libri più famosi, appuntandoci i passaggi più suggestivi del suo pensiero. Gianluca Cannillo, nell’ambito del seminario di Sociologia della letteratura dell’Università di Bari, ha posto al centro della sua riflessione Il disagio della postmodernità, pubblicato in Italia nel 1997 e ancor oggi vitalissimo: l’impossibilità contemporanea di pensare per utopie, lo sgomento che ci provoca lo straniero e la mutevolezza incessante delle life politics sono già tutte qui.

Bauman e il disagio dell’utopia

di Gianluca Cannillo

Una delle più grandi certezze solide e inespugnabili della torrenziale modernità è stata l’idea di ordine, di città utopica, pulita. L’idea della pulizia è la visione di uno stato di cose perfetto, dove non occorre più aggiungere o togliere nulla, che bisogna costruire e vigilmente proteggere da ogni pericolo. Essa, nemica giurata dell’entropia, della macchia, per un principio inerziale, tende a riposizionare cose che hanno assunto una posizione diversa da quella stabilita dalla norma; del resto, a rendere una cosa sporca non sono le caratteristiche intrinseche, ma il suo essere fuori luogo. Tuttavia, esistono cose per le quali nessun contesto ordinato prevede un posto appropriato; appartengono a questa categoria gli esseri mobili per natura, capaci di spostarsi da un posto all’altro senza essere né invitati né attesi. Sono esseri subdoli e nascosti, germi, batteri e virus che rendono poroso ogni confine demolendo qualsiasi orizzonte di certezza (cfr. Z. Bauman, Il disagio della postmodernità, Editori Laterza, Roma- Bari 1997, pp. 4-5), proprio come quando un virus è entrato in contrasto con l’agenda degli appuntamenti delle nostre esistenze. Leggi il seguito di questo post »

giannoccaro

Francesco Giannoccaro, Torce rosse

ExCogita Editore, Milano 2021

di Carmine Tedeschi

 Il personaggio del poliziotto dal passato operativo pieno di rischi ma ormai anziano e vicino alla pensione, disilluso e frustrato, messo da parte dai superiori per qualche involontaria falla tra le tante che capitano nel suo mestiere ma che hanno ripercussioni di carriera e di immagine tali da insinuare sottopelle un permanente senso di colpa; il poliziotto minato da incomprensioni familiari, abbandonato dalla moglie o rimasto vedovo (come in questo caso) e quindi solitario, tra vita privata in una casa dove torna malvolentieri  e un posto di lavoro maldigerito, in mezzo a colleghi e sottoposti che condividono (e quindi rispecchiano) parte del suo malessere; un poliziotto comunque testardo e deciso ad andare fino in fondo per ineludibile senso di onestà, costi quel che costi:  ebbene, un tale profilo di detective non è del tutto nuovo nella ormai pervasiva letteratura poliziesca. Anche nostrana. Leggi il seguito di questo post »

Klee, AngelusNovus

Nell’ambito del seminario di Sociologia della letteratura dell’Università di Bari, Katia Petronella prosegue la riflessione su Dissipatio H.G. di Guido Morselli, uno dei maggiori esempi della letteratura distopica in Italia, di cui l’autrice sottolinea il particolare solipsismo che caratterizza il protagonista del romanzo, il «fobantropo» senza nome, mettendolo in relazione con lo sviluppo aggressivo della tecnologia contemporanea. Questo le consente di elaborare un originale confronto con uno dei più geniali romanzi degli ultimi anni, Macchine come me (2019), di Ian McEwan: in un caso come nell’altro viene messa a tema la ‘non-vita’ di una società post-umanista. Ancora una volta si dimostra la piena attualità dei classici del Novecento. (Annarita Correra)

L’uomo è inutile: da Morselli a McEwan i timori per la fragilità umana

di Katia Petronella

Leggere nel 2021 Dissipatio H.G., l’ultimo romanzo di Morselli, è quasi come leggere delle nostre vite. Morselli descrive la scomparsa del genere umano e la vita, o forse non-vita, dell’unico superstite. Il protagonista è senza nome e non ci sono descrizioni fisiche, è irriconoscibile, a meno che non debba essere riconoscibile nello stesso scrittore, con il quale condivide la stessa sorte. Morselli, infatti, abbandona volontariamente la propria vita pochi mesi dopo la stesura di Dissipatio H.G., così come da un atto disperato di un personaggio disperato (un tentato suicidio o un suicidio realmente accaduto) si apre il romanzo. Leggi il seguito di questo post »

damaroSergio D’Amaro, The Bridge of Heidelberg

Gradiva, New York 2021

di Ester Saletta

Uscito in prima edizione nel 1990, Il ponte di Heidelberg, allora opera prima del Premio Lerici – Golfo dei Poeti nonché finalista del Premio Penne, è oggi nuovamente riedito in un’elegante traduzione americana con nota critica di Cosma Siani, scorciata solo di qualche componimento. Tutta ambientata in Germania, la raccolta comprende trenta poesie-lettere (quarantanove in origine) idealmente rivolte a un fantomatico Friedrich, complice di un itinerario filosofico-esistenziale che l’io lirico elegge a heideggariano Dasein. La lirica dialogata di Sergio D’Amaro si costruisce sull’ontologia a due di una tensione espressiva fatta di un ricorrente nominalismo (molti gli autori citati) alternato ad un lessico aperto alla commistione linguistica di prestiti e soluzioni ironiche («my sweet home, my sweet love / mea capsa, mea maxima capsa» p. 14). Leggi il seguito di questo post »

Klee, AngelusNovus

Prosegue la serie di riletture dei classici distopici italiani e stranieri, frutto di un seminario di Sociologia della letteratura dell’Università di Bari. La chiave di lettura è volta a scoprire e a evidenziare l’attualità di un genere letterario che ha saputo anticipare i pericoli del nostro tempo. Questa volta è Giuseppe Ferrandino a occuparsi di un confronto tra Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e Dissipatio H.G. di Guido Morselli. Partendo dagli effetti negativi del consumismo e della velocità che genera alienazione, già affrontati in quei due capolavori (rispettivamente del 1953 e del 1973), l’autore riflette su due temi di grande attualità: la Cancel Culture e l’infodemia, quella linea sottile che separa il citizen journalism dalle fake news. (Annarita Correra)

Infodemia e Cancel Culture: Bradbury, Morselli e la società liquida

di Giuseppe Ferrandino

«Relitti» è la parola con cui inizia Dissipatio H.G. di Guido Morselli: le macchine, che dalla Rivoluzione industriale in poi scandiscono i tempi dell’uomo, in sua assenza rimangono soltanto relitti inutilizzabili. Forse la specie umana si è liberata da questa sottomissione nell’unico modo possibile: dissolvendosi. Sopravvive soltanto il protagonista, un ‘dissidente’, forse l’unico ad accorgersi di questa schiavitù moderna dell’uomo, uno spettatore della vita metropolitana che ha la sua Heimat, la sua patria ideale, in montagna. Ma anche lì arriva la violenza del progresso: una nuova arteria autostradale è l’ultimo affronto che la società moderna e capitalistica fa al protagonista, il pirandelliano fischio del treno che fa scattare in lui un meccanismo di ribellione. Tuttavia la radio tace: prova inconfutabile dell’assenza di vita umana. Leggi il seguito di questo post »

Klee, AngelusNovusI classici della letteratura distopica del Novecento invitano il lettore a riflettere sul proprio presente: sono opere che ci parlano del nostro tempo, raccontando i possibili effetti disumanizzanti del potere che oggi si rivela sempre più subdolo. Alcuni studenti magistrali dell’Università di Bari, riuniti in un seminario di Sociologia della letteratura, hanno riletto in questa chiave i capolavori di Orwell, Bradbury e Morselli, aggiornandone l’interpretazione anche alla luce del pensiero di Zygmunt Bauman. Il primo articolo è di Roberta Borrelli che, partendo da 1984 e dai sistemi di sorveglianza e repressione esercitati dal ‘Grande Fratello’, riflette sulle dinamiche che regolano il linguaggio del web e dei social network, ponendosi come una sorta di «newspeak». (Annarita Correra)

L’assuefazione al bipensiero e alla neolingua: da Orwell al web

di Roberta Borrelli

La Londra distopica di Orwell è terribile e soffocante, imbarbarita e invasa da sporcizia; i rapporti umani sono impossibili o ridotti al sospetto, il tessuto sociale si è dissolto nel magma metropolitano ed è stato agevolmente sostituito dalla presenza unica del Partito. L’occhio del controllore, posto al centro dell’edificio, diventa una metafora del Potere che tutto controlla e ordina. La maggiore caratteristica distopica è quella di un trasparente «controllo totale»: «Il volto dai baffi neri guardava fisso da ogni cantone. Ve ne era uno proprio sulla facciata della casa di fronte. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta, mentre gli occhi scuri guardavano in fondo a quelli di Winston. […] In lontananza un elicottero volava a bassa quota sui tetti, si librava un istante come un moscone, poi sfrecciava via disegnando una curva. Era la pattuglia della polizia, che spiava nelle finestre della gente». Leggi il seguito di questo post »

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Friedrich Hölderlin, Susette Gontard, Lettere d’amore

a cura di L. Reitani

Mondadori, Milano 2021.

di Esther Celiberti

È uscito da qualche mese negli Oscar Classici Mondadori, di Friedrich Holderlin e Susette Gontard, Lettere d’amore, a cura di Luigi Reitani, con traduzioni di Adele Netti e Andreina Lavagetto; Netti traduce le missive di Susette a Holderlin e ad un’amica. Ed è di queste che ci occuperemo senza nulla togliere alle altre già uscite nei Meridiani e qui riproposte. Leggi il seguito di questo post »

collodi, articoli costume

Collodi, Articoli di costume, a cura di Fernando Molina Castillo e Roberto Randaccio,

in Edizione Nazionale delle Opere di Carlo Lorenzini, Vol. V, Tomo 2, Giunti Editore, 2020.

di Carmine Tedeschi

Per chi collega il nome – o piuttosto lo pseudonimo – di Carlo Lorenzini-Collodi soltanto al celeberrimo e pluritradotto Pinocchio, questo volume, ma ancor più la pubblicazione dell’opera omnia cui il volume appartiene, sono una vera inesauribile sorpresa. A partire dal Piano dell’Edizione, che comprende ben 14 volumi, di cui appunto il quinto, diviso in 2 tomi. Leggi il seguito di questo post »

la-lingua-della-citta

Mara Venuto, La lingua della città

Delta 3 Edizioni, Avellino 2021

di Sara Notaristefano

Dolore. Rabbia. Amarezza. Sono solo alcune delle emozioni che permeano La lingua della città, opera segnalata al Premio di Poesia Contemporanea Bologna in Lettere del 2020. La raccolta poetica della tarantina Mara Venuto non è stata realizzata secondo un disegno prestabilito ma è sbocciata gradualmente, componimento dopo componimento, ciascuno dei quali costituisce una tappa, anzi, una sorta di pietra d’inciampo di un percorso dolente e intenso, iniziato il 25 gennaio 2019 con la composizione della poesia dedicata a Giorgio Di Ponzio, stroncato, proprio quel giorno, da un tumore all’età di quindici anni. Leggi il seguito di questo post »

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Prestiti da gaming

di Camilla Zonno

Quella che segue è l’indagine di un’insegnante di italiano e latino nei licei intorno al dilagante fenomeno della contaminazione del linguaggio giovanile con termini provenienti dalla pratica in rete dei social gaming. Ci auguriamo che alla curiosità linguistica (che dovrà poi essere confortata dalla verifica degli effetti a medio e lungo termine) possa affiancarsi un altro livello di riflessione: come mai il 100% di questi prestiti e calchi linguistici ha un elevato contenuto di aggressività? Quali effetti psicosociali potrà avere la consuetudine massiccia di giovani e meno giovani con giochi di simulazione bellica? E questo nuovo gergo (al di là delle considerazioni glottologiche) non sarà il ‘cavallo di Troia’ che insinuerà nell’immaginario collettivo un’assuefazione alla violenza?

Siamo ormai abituati ad accogliere sempre più frequentemente prestiti linguistici o forestierismi, cioè vocaboli stranieri che sono entrati a far parte della nostra lingua e che noi utilizziamo ogni giorno più o meno consapevolmente. Si tratta di parole, per lo più inglesi, che vengono classificate come prestiti ‘di necessità’ ovvero termini assenti nel nostro vocabolario e che pertanto devono necessariamente essere importati da altre lingue: essi riguardano soprattutto il mondo dell’informatica come computer, mouse, hardware, software. Leggi il seguito di questo post »

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Luigi Fontanella, Raccontare la poesia (1970-2020). Saggi, ricordi, testimonianze critiche.

Moretti&Vitali editori, Bergamo 2021

di Carmine Tedeschi

Il titolo, i sottotitoli e i titoli delle quattro sezioni interne disegnano precisi limiti cronologici e tematici all’impegno che l’Autore – critico letterario, scrittore e poeta egli stesso – si assume nelle numerose pagine (ben 736) in cui viene offerto un corposo percorso di storia letteraria italiana recente.

       In totale 174 schede, alcune delle quali veri e propri saggi, dedicate ad autori noti e meno noti, scomparsi o ancora viventi, comunque produttivi nell’arco di tempo indicato. Ovviamente però, la trama del “racconto” ne coinvolge molti di più, tanto da costruire ed offrire nell’insieme un mosaico assai articolato di voci poetiche che hanno arricchito la letteratura italiana a cavallo del millennio e che attestano le differenze, la varietà degli interessi, dei temi, degli stili, soprattutto la dovizia linguistica dovuta all’apporto diretto o indiretto dei dialetti e delle varianti regionali: il tutto ricomponibile in un quadro molto più complesso di quello tratteggiato in varie  antologie (anche celebri) e nelle storie letterarie. Leggi il seguito di questo post »

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GABRIO VITALI (a cura di-), Sospeso Respiro. Poesia di Pandemia 

Moretti & Vitali Editori, Bergamo 2020

di Claudio Toscani

Non nuovo a risolutive pagine di saggistica, sia di vasto valore prospettico (Odissei senza nòstos, ad esempio, sul senso della creatività letteraria, della vita, della storia e della civiltà), sia di monografica scultura di un singolo autore (L’ulivo e il vento, per citare, riflessioni sull’opera di Lino Angiuli), lo scrittore Gabrio Vitali, valente diagnosta dell’intelligenza artistica ovunque dia segni di assestata sapienza umana, etica, culturale e linguistica, tiene ora a battesimo una antologia di poeti sui tempi e i modi d’assedio del Covid—19, costruita sul lavoro di quattro autori dei nostri giorni: Alberto Bertoni, Paolo Iacuzzi, Giancarlo Sissa e Giacomo Trinci (associati, in chiusura di libro, alle rilevanti testimonianze di Cristina Rodeschini, direttrice dell’Accademia Carrara di Bergamo – “a museo vuoto” – e di Mauro Ceruti, titolare di vasti domini di ricerca scientifica – “un groviglio inestricabile” -).                                                                         Leggi il seguito di questo post »

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Waldemaro Morgese, Sciamani, arabe fenici, banane gialle e mambo

Giazira scritture, Noicattaro 2021

di Mary Sellani

Quest’ultima pubblicazione di Waldemaro Morgese, scrittore, saggista ed editorialista, composta da venticinque capitoli, è una raccolta di ricordi rievocati in forma di racconti brevi e nascenti prevalentemente da memorie di libri letti in grandissima quantità. In possesso di questa enorme erudizione, l’autore si diverte talvolta a metterla a disposizione anche della fiction. Ne scaturisce un’operazione in cui egli cita puntualmente autori noti e meno noti che sollecitano le sue riflessioni sulla vita, sulla società, su problemi morali o ideali e sul valore della conoscenza e della cultura. Ripercorrendo la lettura di libri con tale facilità, sembra quasi che egli non ami vivere la propria vita, ma la vita ‘già vissuta’, ricalcando orme che sono già state calcate: citando, ripetendo, riscrivendo, fondendo il presente con il passato. Leggi il seguito di questo post »

Afghanistan

Realisti Terminali, Pace, sola igiene del mondo. Il caso Afghanistan e la bancarotta dell’Occidente

 

In questi giorni in cui nuovi venti di guerra soffiano dall’Afghanistan, gli scrittori e gli artisti che si riconoscono nella poetica del Realismo Terminale, sotto la guida di Guido Oldani e Giuseppe Langella, hanno steso un documento pacifista. Volentieri «incroci» fa sua questa posizione e collabora alla sua diffusione.

Nel manifesto di fondazione del Futurismo, Marinetti proclamava “la guerra, sola igiene del mondo”. La storia gli avrebbe dato torto marcio. Le guerre del Novecento, infatti, hanno provocato milioni di morti, tra i civili non meno che tra i soldati, hanno raso al suolo tante città, hanno ridotto alla fame o costretto alla fuga intere popolazioni, ma non hanno estirpato il male per il quale sono state combattute. Anzi, lo sviluppo tecnologico, così caro a Marinetti, è servito solo a moltiplicare gli effetti devastanti delle armi, come ci ha ricordato, pochi giorni fa, la ricorrenza dello sganciamento delle due micidiali bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Così, paradossalmente, rinfocolato dalle guerre, il male ha messo radici ancor più profonde, alimentato dall’odio e dai propositi di vendetta. Il ricorso alle armi non risolve alcun conflitto. La guerra produce solo altre guerre. Rovesciando la tesi di Marinetti, noi Realisti Terminali affermiamo con decisione che non la guerra, ma la pace è la sola igiene del mondo. La pace mondiale è il bene supremo cui tutti dobbiamo aspirare. Seppelliamo, dunque, le guerre nel pozzo nero del Novecento, incateniamo i mostri e cambiamo strada. Le vie diplomatiche del dialogo e della riconciliazione, si sa, sono lunghe e difficili: nessuno si illude che sia agevole trovare le mediazioni giuste, in grado di soddisfare i vari contendenti; ma una cosa è certa: nessuna pace firmata sotto la minaccia delle armi può essere duratura. Spezzare la spirale della guerra è la condicio sine qua non per sperare di costruire una pace stabile e sicura; poi, naturalmente, in sede di trattative bisogna tenere nel debito conto le richieste legittime di tutti, perché nessuno si senta trattato da parte perdente. Leggi il seguito di questo post »

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Giulio Ferroni, L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia

La Nave di Teseo, Milano 2019

di M. Celeste Maurogiovanni

Il ponderoso e insieme ‘leggero’ ultimo lavoro di Giulio Ferroni ha di fatto anticipato l’affollamento editoriale di titoli su Dante stimolati dal VII centenario della sua morte, essendo uscito già a dicembre 2019. Numerose e sempre molto partecipate sono state le presentazioni di questo volume, fra cui quella svoltasi il 16 giugno 2021 nell’elegante Centro Polifunzionale degli Studenti dell’Università di Bari. Pubblichiamo qui l’intervento letto in quella circostanza da M. Celeste Maurogiovanni, per conto dell’Associazione “Donne in Corriera”.

Nell’era del digitale, in cui tutto passa per le immagini, gli schermi o attraverso rapidi e scarni messaggi e noi tutti fruiamo di questi mezzi e dei loro (anche se spesso discutibili) vantaggi – soprattutto in questi anni drammatici per il nostro vivere collettivo – abbiamo riscoperto il valore del libro e della lettura. Stasera abbiamo un grande libro da maneggiare, di cui parleremo con l’Autore, le amiche e gli amici di “Donne in Corriera” , con studiosi di Dante Alighieri ed estimatori di Giulio Ferroni, professore emerito nell’Università di Roma “La Sapienza”, accademico di spicco, letterato, critico prestigioso della letteratura italiana che ringraziamo per ciò che ha prodotto e per essere qui ad aprire una rassegna dantesca (ideata dalla professoressa Rita Ceglie) che s’inquadra negli eventi organizzati per festeggiare il decennale dell’Associazione “Donne in Corriera”. Leggi il seguito di questo post »

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Rodolfo Di Biasio, TUTTE LE POESIE

Ghenomena, Formia 2021.

di Giovanni Laera

L’ultimo libro di Rodolfo Di Biasio raccoglie tutte le poesie di questo autore, figura unica nel panorama poetico italiano per come ha saputo condurre la propria voce, così essenziale eppure sapientemente modulata, entro un lucido e consapevole itinerario di ricerca, capace di guidare noi lettori in quello stesso itinerario, portandoci a scrutare nel grande mistero dell’esistenza con le sue inesauribili interrogazioni sul nostro stare al mondo, sugli stravolgimenti della Storia, sul tempo. Leggi il seguito di questo post »

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Giuseppe Lupo, Il pioppo del Sempione

Aboca, Sansepolcro (AR) 2021

di Carlangelo Mauro

Un pioppo nella corte dei Villoresi ­– lungo il Sempione, tra il fiume Olona e il Canale Villoresi – al centro del cortile, come axis mundi, è l’elemento naturale da cui nasce la storia dell’ultimo romanzo di Giuseppe Lupo, già vincitore nel 2018 del premio Viareggio (ex aequo con Fabio Genovesi) per la narrativa con Gli anni del nostro incanto (Marsilio). Il pioppo del Sempione è uscito nella collana “Il bosco degli scrittori”, nella quale un albero è l’elemento propulsivo o ispiratore dei volumi. Il romanzo è ambientato a Legnano nella scuola serale dell’istituto Bernocchi, dove un non iscritto, un ‘clandestino’, nonno Paplush, racconta ai frequentanti le storie della sua vita; si tratta di un ex operaio della teleria Tessiltex, «la gran madre» cui è stato fedele per quarant’anni fino alla chiusura. Leggi il seguito di questo post »

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Franco Cambi e Giancarla Sola, Dante educatore europeo

il melangolo, Genova 2020

di Mauro Ceruti e Gabrio Vitali

Tutti i suoi lettori e moltissimi fra coloro che non l’hanno mai letto sanno che il fiorentino Durante degli Alighieri, detto Dante, era un poeta sapientissimo di tecnica raffinata e rigogliosa e un filosofo multidisciplinare di vasta e profonda cultura. Quello che, invece, viene frequentemente sottaciuto o al tutto ignorato è che Dante è stato anche un magnifico uomo politico, nel senso più pieno e nobile del termine, capace dell’elaborazione complessa di un grande progetto di trasformazione antropologica e sociale e di una coerente visione del destino dell’umanità e del mondo, alla quale fare riferimento nei comportamenti individuali e nella storia comune. Tale progetto e tale visione vengono perseguiti e articolati in tutte le tappe dell’intera opera dantesca, dalla Vita nova al De Monarchia, al De vulgari eloquentia, al Convivio, e trovano la loro meravigliosa sintesi nell’inarrivabile poesia della Commedia e nella sua straordinaria profezia fondativa. Dante sa, tuttavia, che l’avvio di un progetto politico d’impianto evangelico e di portata planetaria, come quello che si sente inviato a portare nell’Occidente europeo di allora, implica un parallelo percorso di educazione linguistica, culturale, etica e civile, rivolto innanzitutto alla formazione di una nuova classe dirigente, capace di interpretarlo e di dirigerlo all’interno di – e ben oltre – una crisi epocale di civiltà, dalle derive devastanti e distruttive, quale quella che nel passaggio del secolo l’umanità cristiana del suo tempo attraversa. Leggi il seguito di questo post »

Lorusso-Pierno (copertina), foto

Francesco Lorusso e Mauro Pierno, Tra i tempi tecnici

Spagine, Lecce 2021

di Daniele Maria Pegorari

Nata da un esperimento per un fascicolo di «incroci» dedicato al lavoro (il n. 38 uscito a dicembre 2018) la scrittura poetica a quattro mani di Francesco Lorusso e Mauro Pierno merita di essere segnalata per l’alto valore etico di un’operazione creativa che tenta di forzare la trappola del consueto individualismo artistico per generare un’opera comune, in cui le due voci restino indistinguibili; i due poeti sono già noti ai cultori della poesia contemporanea, con diversi titoli ciascuno, ma qui, senza tradire l’autenticità delle rispettive ricerche, fanno un passo indietro e lasciano in evidenza la mera parola scritta, invertendo provocatoriamente la tendenza letteraria contemporanea. Perlopiù assistiamo infatti – non più soltanto nella narrativa, ma anche nella poesia – a una spettacolarizzazione della letteratura, incentrata sull’attrattività dell’autore trasformato in personaggio, soprattutto se può prestarsi alla maschera del maudit o del performer. Lorusso e Pierno, invece, resistono in nome di una poesia pura, cioè affidata alla lettura e alla condivisione solo in forza dei suoni, dei ritmi, delle immagini e, naturalmente, della sua intelligibilità. Nient’altro, solo linguaggio che prova a diventare arte, partendo dall’ordinarietà delle ispirazioni. Leggi il seguito di questo post »

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Massimo Seriacopi, Identificazione di un poeta. Dante attraverso alcuni “suoi” personaggi

Pietre Vive Editore, Locorotondo 2021.

di Giovanni Laera

Uno dei lavori più interessanti pubblicati negli ultimi tempi in occasione dell’anno dantesco è questo libriccino di Massimo Seriacopi curato da Roberto R. Corsi per Pietre Vive. I motivi che ci spingono a tale apprezzamento sono molteplici, così come diversi sono gli spunti che gli agili saggi contenuti sanno offrire, spingendo il lettore non solo ad approfondire alcuni aspetti di una scrittura vasta come l’universo, ma anche a riflettere sul lavoro di identificazione e autoriflessione che coinvolge, attraverso il percorso dantesco, il suo stesso statuto di lettore della Commedia. In questa raccolta di cinque saggi, infatti, partendo dal processo di identificazione che il poeta-pellegrino Dante innesca con i personaggi che ‘finge’ di incontrare nei tre regni dell’aldilà, Seriacopi arriva a ribaltare la prospettiva, offrendo – nell’ultimo saggio – tre esempi di lettori geniali dell’opera dantesca, capaci essi stessi di rileggere la propria esperienza seguendo l’odorosa pantera dei versi del Sommo Poeta. Leggi il seguito di questo post »

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Rita Pacilio, Cosa rimane

AUGH Edizioni, Viterbo 2021

di Carmine Tedeschi

Questo breve romanzo (poco più di cento pagine) assume ben presto, nel corso della lettura, l’andamento narrativo di uno di quei bilanci inevitabili quando sei in piena maturità, perché dettati dall’urgenza di trovare un senso al vissuto e, soprattutto, “a cosa rimane” da vivere.

       Per la matura Lorena, impegnata attivamente nel volontariato a favore di immigrati e barboni, in apparenza quindi con le carte in regola perché quel senso (o almeno un accettabile equilibrio) lo abbia già trovato, l’evento scatenante che la rigetta fra i marosi del dubbio esistenziale è costituito dal lascito di una sua cara amica uccisa del cancro. Il lascito consiste in una semplice borsa con dentro qualche oggetto (tra l’altro una cavigliera, il cui significato sarà chiarito nel seguito del racconto) e una chiavetta USB con dei file. Leggi il seguito di questo post »

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Giuseppe Pontiggia, Giovanni Sias, Dialoghi sul romanzo, la psicanalisi, la scrittura e altro

Polimnia Digital Editions, Rimini 2020

di Achille Chillà

Quando un noto psicanalista incontra un celebre scrittore, si determina una compenetrazione tra sfere conoscitive affini eppur differenti; e le regole dell’intervista si stemperano nell’orizzonte greco dell’antico dialogo. Nel nostro caso il grande romanziere è Giuseppe Pontiggia interpellato da Giovanni Sias in due occasioni, precisamente nel luglio del 1989 e nell’ottobre del 1992. Il volume aggiunge alle due interviste un testo intitolato “Dovuto a Pontiggia”, in cui lo stesso Sias ripercorre le tappe di un’amicizia mutuamente feconda. Inoltre, una essenziale biografia del romanziere lombardo integra e arricchisce di sfumature e riferimenti le questioni enucleate durante gli amabili conversari. Leggi il seguito di questo post »

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Susi Ciolella, Le parole ribelli 

Eretica Edizioni, Buccino (Salerno) 2019

di Paolo Leoncini

In questa raccolta poetica di Susi Ciolella la testimonianza di macroscopici fenomeni di sopraffazione e di emarginazione interiormente coinvolgenti e oggettivamente documentati, costituisce, in sé, una poeticità tragica che elude le ambizioni “letterarie”, anzi è radicalmente “pre-letteraria”, in quanto riguarda situazioni “fuori” della “civiltà” e della cultura “istituzionale”: i migranti di Mare nostrum, “personificati” da Samia Yasuf, che parla in prima persona, morta lungo le coste di Malta in un barcone di clandestini (p.12); il Viaggio metropolitano, con la “sorella ROM bruciata nel camper a Centocelle” (p.18); e Rami, il dodicenne, nato in Italia, ma “invisibile”, che pure parla in prima persona (p.23); e i Meninos de rua di Rio de Janeiro, uccisi dalla polizia la notte del 23 luglio 1993 (p.24); il Caporalato, con Soumaila Saiko, uccisa in Calabria mentre cercava delle lamiere per costruire un riparo (p.28); e Abdel Salam, ucciso a Piacenza durante un picchetto (p.29). Leggi il seguito di questo post »

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Pio Tarantini, Buona Domenica#

Edizioni Oberon Media, 2020

di Carmine Tedeschi

Provi una strana sensazione a sfogliare questo libro. Un libro all’apparenza come tanti altri, dalla veste gradevole e dai molti contenuti di un certo interesse. Ma dopo tre righi di Prefazione ti accorgi che non è, non può essere, come tanti altri libri, per la semplice ragione che è composto di pezzi derivati da una rubrica domenicale che l’autore si è volontariamente imposta su Facebook. Torna, insomma, al supporto cartaceo ciò che era nato sull’onda dei bit. E ciò, in un’epoca segnata dal trionfo del web e dei social, non può non colpire. Leggi il seguito di questo post »

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Letteratura e giornalismo, vol. III (Giornalisti o scrittori?), a cura di Daniela Marcheschi, Marsilio, Venezia 2020.

di Pasquale Pellegrini

Sono appuntamenti qualificati i seminari internazionali di studi di letteratura e giornalismo organizzati dalla Fondazione Dino Terra di Lucca. Il terzo appuntamento, svoltosi il 23 novembre 2019, di cui presentiamo gli atti, ha approfondito «con uno sguardo interdisciplinare e un’attenzione che va oltre i confini nazionali, i problemi del rapporto tra letteratura e giornalismo così come si sono delineati tra Otto e Novecento e si stanno ulteriormente evolvendo oggi con la cultura digitale». Il filo conduttore di quest’ultimo volume di Letteratura e giornalismo, il terzo, curato, per Marsilio, da Daniela Marcheschi, è Giornalisti o scrittori. Leggi il seguito di questo post »

franzin, la fabbrica abbandonata

Fabio Franzin, ’A fabrica ribadonàdha (La fabbrica abbandonata)

Arcipelago Itaca, Osimo (AN) 2021

di Elena Bensi De Palma

L’intimistica quanto schietta voce dell’Opitergino-Mottense (variante del dialetto Veneto-Trevigiano, utilizzata nel Trevigiano sud-orientale) è il canale preferenziale della raccolta di liriche La fabbrica abbandonata. Ancora una volta Fabio Franzin libera le sue tasche dai ricordi di fabbrica che, come monete, scivolando sul pavimento, rompono il silenzio di un poeta che non teme di frugare nella sua storia e in quella della Nazione. La raccolta ripercorre così la ciclica disfatta del terzo millennio: dallo slancio ottimistico dei nuovi investimenti, alla desolazione dei vecchi centri, confinati in un destino di monumentale incuria. Leggi il seguito di questo post »

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Paolo Puppa, La recita interrotta. Pirandello: la trilogia del teatro nel teatro

Bulzoni, Roma 2021

di Esther Celiberti

Il saggio di Puppa presenta riflessioni illuminanti e vividi corti circuiti nella trattazione di un argomento centrale della Storia del Teatro. Onesta resa dei conti con un autore con cui da tempo Puppa si misura. Opera precisa, fondata e non ossequiente nel rispetto e nell’accettazione dei contributi altrui. La recita interrotta annoda i testi alle messinscene, al lavoro degli attori e dei registi, coniuga significati e temperie culturali. Avvincente e convincente, prosegue la cifra stilistica dell’autore, studioso e performer e supera la prova di tracciare significativamente le linee del colosso Pirandello. Nessun luogo comune dell’annoso trovarobato a disposizione della critica teatrale. E il rammentare molteplici esperienze è segno del valore del libro. Leggi il seguito di questo post »

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Lorenzo Annese, Vita da Gastarbeiter

Stilo editrice, Bari, 2021

di Antonio Lillo

Lorenzo Annese è probabilmente una figura assai poco conosciuta in Italia. Riveste, invece, a leggerne l’autobiografia, Vita da Gastarbeiter pubblicata nel 2021 da Stilo Editrice, una sua importanza esemplare in quella sorta di “storia minore” che caratterizza le vicende del nostro popolo. Bracciante agricolo meridionale, nato e cresciuto ad Alberobello nell’estrema povertà degli anni della guerra, emigra in Germania nel 1958. Lì, in parte grazie alla sua intraprendenza e alle sue indubbie capacità, in parte grazie all’occasione propizia, diventa il primo operaio italiano assunto dalla Volkswagen, poi sindacalista addetto al rapporto con gli italiani assunti dopo di lui in fabbrica, poi primo membro straniero del Comitato interno, attraverso cui cerca di favorire l’integrazione degli altri emigrati, creando un vero e proprio modello di riferimento, fino a intraprendere per un breve periodo la carriera politica nel comune di Wolfsburg, dove tuttora vive. Leggi il seguito di questo post »

rossi-pierangelaPierangela Rossi, In medio cielo

Il Convivio Editore, 2020

 

di Carmine Tedeschi

Se proprio ci fosse bisogno di definire con una cifra pertinente e definitiva la peculiarità di queste liriche, non potremmo trovare di meglio che il temine “delicatezza”. La delicatezza degli aiku, per assumere un termine di paragone abbastanza noto. Analogia che non poggia solo sul numero dei versi ridotto all’essenziale, nè sull’istantaneo lampeggiare delle immagini, né sul ventaglio degli echi emozionali  generati da riferimenti e suggestioni. La delicatezza si estende come un rassicurante linimento a tutto il testo e lo pervade, convincendoci della sua ovvia necessità nel nostro tentativo di ri-tornare a penetrare e vivere simbioticamente il mistero della natura, del tempo, dell’esistenza tutta intera. Leggi il seguito di questo post »

papa francesco su dante

una nota di Valentina Merla

Il 25 marzo 2021 – in coincidenza col cosiddetto Dantedì – papa Francesco ha dedicato al Sommo Poeta una lettera apostolica, unendosi così all’attenzione internazionale per il settimo centenario della sua morte. Non è la prima volta che il magistero della Chiesa trae ispirazione dalla Commedia: ne è esperta l’autrice di questa nota che su questo argomento ha discusso nell’Università di Foggia una tesi magistrale con Daniele Maria Pegorari (a.a. 2007/2008) e una tesi dottorale con Domenico Cofano (a.a. 2013/2014), pubblicandone prima i risultati parziali in un saggio sulla rivista internazionale «Dante» nel 2009, poi quelli definitivi nel poderoso volume Papi che leggono Dante. La ricezione dantesca nel magistero pontificio da Leone XIII a Benedetto XVI (Stilo, Bari 2018). Dal 2015 è insegnante di ruolo.

Con questo articolo annunciamo il tema del prossimo numero di «incroci» (in uscita a giugno): il Sacro. Una nozione che ci scuote intimamente, in un tempo in cui nuove forme di organizzazione socioeconomica planetaria mettono in discussione la natura creaturale dell’uomo e il significato di ‘umanesimo’.

 

«Splendore della luce eterna»: comincia così, facendo riferimento a una nota antifona mariana, la lettera apostolica per la commemorazione del settimo centenario dantesco, pubblicata il 25 marzo, un giorno, quello dell’Annunciazione, dal valore profondamente simbolico; infatti se parlare della Madre inequivocabilmente significa parlare del Figlio e della sua Incarnazione, non si può dimenticare che esattamente il volto umano di Gesù è l’approdo del viaggio dantesco. Leggi il seguito di questo post »

benucci, paolina leopardi

Elisabetta Benucci, Vita e letteratura di Paolina Leopardi

Le Lettere, Firenze 2020

di Sergio D’Amaro

Grazie al lavoro certosino di Elisabetta Benucci, strenua e profonda conoscitrice delle carte di Paolina Leopardi, abbiamo finalmente a disposizione la prima biografia organica dell’amata sorella di Giacomo, Vita e letteratura di Paolina Leopardi (Le Lettere, pp. 262, euro 19,50). La curatrice di svariate edizioni della contessa recanatese ha ricostruito anno per anno l’ambiente, il carattere, gli interessi, le passioni, le contrastanti vicende di questa donna della prima metà dell’800, compulsando le migliaia di lettere a disposizione e ricomponendo le complicate vicissitudini della famosa famiglia. Il quadro che ne risulta illumina efficacemente la parabola esistenziale di Paolina (Pauline, come intestava alla francese alcune sue lettere), immersa in un sistema di relazioni che la videro per tre quarti della sua vita sacrificata al destino che molto spesso toccava alle donne della nobiltà, che solo nel matrimonio potevano sperare una vita relativamente autonoma. Questo non accadde a Paolina, che fu destinataria di varie proposte di matrimonio e non poté sposare l’unico uomo di cui si era innamorata perdutamente, non ricambiata e diffidata dalla famiglia sulla personalità dongiovannesca del pretendente. La celebre canzone del fratello Giacomo (Nelle nozze della sorella Paolina) non fu beneaugurante ed ella si rassegnò a rimanere zitella per tutta la vita. Leggi il seguito di questo post »

finch___la_notte_5f871c8b8cbf6Sergio D’Amaro, Finché la notte non ci separi

Besa, Nardò 2020

di Antonio R. Daniele

Devastare e riedificare, morire e rinascere. Il romanzo di Sergio D’Amaro, in fondo, sta tutto qui. Pare poco ma non lo è affatto; pare una dialettica molto sfruttata, ma mai quanto servirebbe. È un romanzo storico? D’accordo, c’è la storia di mezzo. Ma prima di tutto ci sono gli uomini, le loro vicende e i loro annaspamenti, il loro agitarsi per rifare una strada molte volte accinta. Quindi la storia – quella che studiamo sui libri sin dai primi anni di scuola – non è una lezione, non è un ripasso di eventi. È piuttosto un incontro inevitabile, un appuntamento con la memoria a cui è bene non mancare. Leggi il seguito di questo post »

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Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma

Einaudi, Torino 2020.

di Maria Donata Montemurri

«I Romani sapevano di discendere da un advena, uno che viene da fuori, accompagnato da fuggiaschi che avevano attraversato il mare rischiando mille volte di morire e scomparire nelle acque» (p. 4) narra nel “Prologo” Giulio Guidorizzi palesando una verità che, ancora oggi, in un tempo come quello odierno così anacronisticamente globalizzato e insieme impreparato ad accogliere lo straniero, rappresenta un nervo scoperto capace di dividere l’opinione politica e pubblica. Leggi il seguito di questo post »

 

baroniGiancarlo Baroni, I nomi delle cose

puntoacapo editore, Pasturana (AL), 2020

di Achille Chillà

In questo primo e drammatico scorcio del ventunesimo secolo l’impoverimento delle parole è un segnale preoccupante dell’asservimento dei linguaggi alle esigenze del consumo: si comunica per vendere, acquistare, pubblicizzare o indurre bisogni nuovi. L’arte può supplire a questo spread espressivo ricordandoci l’importanza del rapporto tra la nostra vita interiore e la quotidiana e consapevole pronuncia delle parole. Il linguaggio verbale è trascrizione dell’inconscio soggettivo e collettivo secondo lo psicoanalista e filosofo francese Jacques Lacan. A questo proposito suona opportunamente il titolo I nomi delle cose della raccolta di poesie del parmigiano Giancarlo Baroni inclusa nella collana Altre Scritture per puntoacapo editore. Leggi il seguito di questo post »

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Pasquale Pellegrini, Babbo Natale uno di noi

Ed. Città nuova, Roma 2020

di Carmine Tedeschi

Ancor più della categoria del “buonismo narrativo”, che nella Postfazione Angiuli ricorda a proposito di questo libro, per poi superarla e accantonarla, vengono in mente i “libri edificanti”: altra categoria obsoleta per via del diffuso snobismo intellettuale che rifiuta la funzione “edificante” della lettura. Sarebbe come rifiutare in blocco la formazione, l’educazione. Si tratta di necessità e funzioni sociali indiscutibili, non solo per accompagnare la crescita delle giovani generazioni, ma anche per favorire e indirizzare al meglio (al Bene) gli adulti. A questo scopo è rivolto un intero settore della ricerca pedagogica, sotto l’etichetta di “formazione perpetua”. Leggi il seguito di questo post »

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Mario Andreose, Voglia di libri

La Nave di Teseo, Milano 2020

di Domenico Ribatti

Nato a Venezia nel 1934, Mario Andreose è tra coloro che conoscono meglio di altri il mondo dell’editoria del nostro Paese, per averlo vissuto dall’interno da oramai sessanta anni. Ha lavorato per Il Saggiatore di Alberto Mondadori dapprima nel 1959 come correttore di bozze, e poi, via via, come traduttore dall’inglese e dal francese, redattore, redattore capo, direttore editoriale. Passato alla Mondadori nel 1969, si è occupato del settore nascente dei libri per ragazzi e di coedizioni internazionali di opere illustrate. All’inizio degli anni Ottanta è diventato direttore editoriale del Gruppo Fabbri, comprendente le case editrici Bompiani, Sonzogno, Etas e le edizioni scolastiche. È stato direttore editoriale della Bompiani e, da ultimo, è stato tra i fondatori de La Nave di Teseo, della quale è presidente. Leggi il seguito di questo post »

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Amedeo Anelli, Quartetti

Libreria Ticinum Editore, Voghera 2020

di Carmine Tedeschi

Della poesia di Amedeo Anelli ci siamo altre volte occupati (l’ultima in Incroci n.37, gennaio-giugno 2018), annotandone fra i tratti distintivi l’abile trapasso dall’efficace rappresentazione del paesaggio naturale alla rispecchiata congiuntura del paesaggio interiore. Ne segnalammo, inoltre, la predilezione per riferimenti al mondo musicale: riferimenti sia estrinseci, come in qualche titolo e in qualche dedica a musicisti noti e meno noti al grande pubblico, sia intrinseci allo sviluppo di temi nel lessico e nella musicalità dei versi.   Leggi il seguito di questo post »

Cesare Pavese, Il taccuino segreto

Nino Aragno Editore, Torino 2020

 

 

di Francesco Giannoccaro

A settant’anni dalla tragica scomparsa dello scrittore, e a trenta dalla sua prima pubblicazione sulle pagine della «La Stampa», rivede la luce, per i tipi dell’Editore Aragno, il cosiddetto Taccuino segreto di Cesare Pavese. L’opera, curata da Francesca Belviso, ricercatrice presso l’Università Nouvelle ̶ Paris 3, si avvale della puntuale introduzione di Angelo D’Orsi e della preziosa testimonianza dello scopritore del Taccuino, Lorenzo Mondo. Completano il libro gli scritti di alcuni amici e sodali di Pavese, usciti in occasione della sua prima apparizione su «La Stampa», e la copia anastatica del Taccuino, ad attestarne l’inequivocabile autenticità. Leggi il seguito di questo post »

Eugenio Lucrezi, Bamboo Blues 

nottetempo, Milano 2018

 

 

di Antonio Perrone

Le capacità fonetico-ritmiche di un verso percepito alla lettura come una sequenza di veri e propri ritmemi, ovvero unità lessicali indipendenti da un punto di vista sonoro, nonché un procedimento di messa a nudo delle forme metriche svolto dal ruolo percettivo e straniante dei fenomeni di allitterazione e consonanza, inseriscono le linee di Lucrezi in quella antitesi tra riconoscimento e visione del segno linguistico che dalla critica formalista della letteratura alle sperimentazioni verbo-visuali della nuova avanguardia poetica, continua a influire sui modi di fare e studiare poesia. Leggi il seguito di questo post »

Costantino Esposito, Il nichilismo del nostro tempo

Carocci, Roma 2021

 

 

di Franco Perrelli

 

L’ultimo libro di Costantino Esposito, Il nichilismo del nostro tempo (Carocci editore, 2021), si qualifica per il sottotitolo Una cronaca, che rimanda probabilmente a un’origine giornalistica di parte del volume (i primi dieci capitoli infatti sono stati pubblicati come articoli su un noto quotidiano), ma soprattutto per una propensione ad aprirsi all’attualità  sia in direzione della discussione dei temi più urgenti negli ambiti filosofici ed epistemologici, sia per un’attenzione a certa cultura pop. La scrittura stessa si presenta agile, affabile e talora, nel tono, persino affettuosa, autobiografica e rigorosamente coniugata in prima persona. Leggi il seguito di questo post »

Silvano Trevisani, Le parole finiranno, non l’amore.

Manni, San Cesario di Lecce 2020

 

 

 

di Carmine Tedeschi

Questa raccolta di liriche, né smilza né corposa ma certamente ricca, al lettore si presenta addensata intorno alla costante tematica del raffronto passato/presente, variamente coniugata nelle dieci sezioni che la compongono.

       Diciamo subito a scanso di equivoci che non è il rimpianto stucchevole o la nostalgia troppo facile a sortire in primo piano dall’andirivieni memoriale tra i mitizzati anni della giovinezza e il poco gradevole presente. Si tratta piuttosto di una progressiva presa di coscienza che le cose cambiano intorno e dentro di noi, cambiano radicalmente mentre noi stessi cambiamo; che oggi le vediamo con occhi diversi da ieri e che ciò che ha resistito al cambiamento, rimanendo costante, quei punti di riferimento sentimentali, intellettuali e morali ancora saldi e capaci di orientarci nel caos del presente, quelli, sono stati frutto di conquista faticosa e dolorosa. E proprio per questo, oggi, assai preziosi. Leggi il seguito di questo post »

è disponibile il nuovo numero di

 incroci

semestrale di letteratura e altre scritture

VentiVirus

 

anno XX, numero 42

luglio-dicembre duemilaventi

 

                                                   sommario ed editoriale del numero 42

Pancrazio Luisi, Figure del tempo sospeso

Edizioni del Verri, Milano 2019

 

 

di Pasquale Pellegrini

È un viaggio nel tempo, reale e, allo stesso tempo, immaginario, legato, cioè, alla memoria, quello di Luisi, viaggio in cui reale e immaginario finiscono per intrecciarsi e fondersi. «Narrava – scrive l’autore nel prologo – di un viaggio realmente intrapreso che in taluni episodi s’intrecciava con un altro del tutto immaginario: man mano che procedeva nel racconto sentiva venire meno quel confine quella stessa distinzione priva di senso. Il viaggio era uno solo e ogni tappa recava i segni di quelle precedenti e di quelle a venire». Leggi il seguito di questo post »

Salvatore Quasimodo, Tutte le poesie

a cura di Carlangelo Mauro

Mondadori, Milano 2020

di Daniele Maria Pegorari

Presa nella tagliola di una duplice remora – nel primo dopoguerra «astratta, disumana e gelida e, benché opera di un bravo cesellatore della parola, comunque di maniera, falsa»; nel secondo dopoguerra «intrisa di retorica, troppo aperta e ‘calda’», nonché traditrice della prima stagione – la poesia di Quasimodo, soprattutto dopo il premio Nobel ottenuto nel 1959, non ha mai goduto di un sereno accoglimento nel canone della letteratura italiana del Novecento. A un’ostinata e convincente opera di riconsiderazione attende da anni Carlangelo Mauro, studioso napoletano che, dopo aver portato alla luce il Quasimodo ‘giornalista’ del «Tempo» e de «le Ore» (di cui ha pubblicato nel 2012 e nel 2015 i testi completi, accompagnandoli con diversi saggi di studio), ora corona la sua ‘lunga fedeltà’ all’autore siciliano curando per gli “Oscar moderni Baobab” la nuova edizione di Tutte le poesie. Si tratta di un poderoso volume di oltre seicento pagine che è destinato a sostituirsi al precedente Oscar curato da Gilberto Finzi nel 1995, di cui peraltro Mauro conserva l’introduzione, ma all’interno di un progetto editoriale che per la prima volta propone la traduzione dei Lirici greci (1940) come una vera e propria raccolta lirica ‘in proprio’ e, dunque, collocata non in appendice, ma nella posizione cronologica che le compete, cioè dopo le Nuove poesie (per non spezzare la consuetudine di considerare un blocco unico le quattro sillogi che sin dal 1942 sono raccolte sotto il titolo ricapitolativo Ed è subito sera) e prima di Giorno dopo giorno. Leggi il seguito di questo post »

 

Oronzo Liuzzi, Eccomi. Il sacrificio di Isacco

Oèdipus, Nocera inferiore,  2020

 

di Carmine Tedeschi

I racconti mitici, da qualsiasi latitudine provengano e comunque siano stati metabolizzati dalle culture successive fino a noi, a causa dei loro sensi riposti ci appaiono lontanissimi e insieme paradossalmente vicini. Tutto questo è risaputo, per cui non sono una sorpresa troppo grande le interpretazioni sempre nuove o le rappresentazioni contemporanee lontanissime dalla cultura d’origine.

       Ciò che invece stupisce in questo poemetto, nel quale si rievoca il racconto biblico del sacrificio di Isacco (Genesi, 22-1), è l’identificazione della voce lirica con la vittima. Ripercorrere le sequenze del dramma identificandosi con Isacco e tradurre le sue emozioni forti in versi di drammatico lirismo: questa sì che è cosa nuova. Leggi il seguito di questo post »

Chiara Cannito, Torno subito
Argentodorato editore, Ferrara 2019

di Lino Minenna

Chi l’ha detto che la morte è la fine di tutto? Confessiamo, l’abbiamo pensato, l’abbiamo forse temuto… E se fosse solo il naturale passaggio in un’altra dimensione spazio-temporale magari parallela alla nostra, nel senso ‘guardiamo gli altri e loro non vedono noi’ o ‘ci siamo ma vorremmo essere altrove’ che solo a pensarci arriva l’emicrania, dolce e serena compagna di viaggio delle giornate di molti di noi. E come se non bastasse, subentra la preoccupazione: chi ci penserà al ‘rito di passaggio’, al funerale? Chi eseguirà per filo e per segno le mie ultime volontà, chi porterà le mie ceneri a Timbuktu a piedi scalzi e camminando all’indietro, seguendo il percorso pre-stabilito da me medesimo prima di ‘oltrepassare il guado’? Leggi il seguito di questo post »

SARA FRUNER, Lucciole in palmo alla notte, poesie, Venezia, Supernova ed., 2019,

di Paolo Leoncini

Giovane scrittrice, perfettamente bilingue, docente di italiano a New York, dove è uscita la prima raccolta poetica in inglese Bitter Bites from Sugar Hills, qui Sara Fruner fa emergere una umanità sensibile, in una notte del mondo, in una regressione antropologica. Si avvale di istanti come di una guaina elastica che si estende ad abbracciare uomini, tempi e spazi che ai condizionamenti e alle convenzioni del presente mondano tendono a sottrarsi per una luce interiore di salvezza. Le “lucciole” sono ciò che di poetico rimane nell’oscurità, nella notte di un mondo regredito agli incidenti quotidiani/una pentola che spacca una faccia/una bomba che cambia la vita// le mani del mondo /…/tentano un rammendo /…/sul lavoro del secolo/ velocità fratto tempo/…/ sopra uno specchio / che sfrego tremante/un verso sfuggente/siamo lucciole/in palmo alla notte (Lucciole, p.9). Leggi il seguito di questo post »

Paolo Di Paolo, LONTANO DAGLI OCCHI

Feltrinelli, Milano 2019

 

di Sara Notaristefano

 

Apparentemente, Lontano dagli occhi è un romanzo incentrato su tre donne molto diverse tra loro, accomunate solo dal fatto di essere incinte: Luciana lavora per un giornale che sta per chiudere; Valentina è una studentessa di diciassette anni e Cecilia conduce la propria esistenza dividendosi tra una casa occupata e la strada, in compagnia del suo fedele cane, Giobbe. Nessuna di loro ha desiderato la propria gravidanza, che, però, lungo una scia di sentimenti contrastanti, viene portata avanti. Con l’avvicinarsi dell’estate, attraverso i propri corpi trasformati da creature che s’impongono con involontaria e inconsapevole perentorietà, il loro stato diventa sempre più evidente, non soltanto a se stesse ma anche agli occhi altrui. Un’evidenza simile non riguarda, invece, i rispettivi partner: l’Irlandese, chiamato così per via dei suoi capelli rossi; Ermes, compagno di scuola di Valentina, e Gaetano, che lavora in una tavola calda di via Taranto, non recano con sé alcun segno fisico che tradisca la loro condizione di futuri padri, perciò possono nasconderla, perfino dimenticarla, rimuoverla, mimetizzandosi tra la gente che popola le strade della capitale. Metonimia di un’Italia che stenta a evolversi in un Paese degno delle proprie potenzialità, Roma non è soltanto il vivace scenario dell’eccesso di visibilità dei manifesti elettorali che la tappezzano e di una folla in delirio per lo scudetto dei giallorossi, ma è anche la città che sembra aver fagocitato, strappandola agli occhi del mondo, Emanuela Orlandi. Leggi il seguito di questo post »

Ferdinando Fasce, La musica nel tempo. Una storia dei Beatles

Einaudi, Torino 2020

 

 

di Sara Notaristefano

 

Sui Beatles c’è una bibliografia così profusa da far apparire ogni nuova pubblicazione come una superflua operazione di marketing ad uso e consumo dei loro fan. Perché, dunque, l’ennesimo libro sui Fab Four? Perché La musica nel tempo è, appunto, una storia dei Beatles, narrata da un punto di vista, se non inedito, innegabilmente inconsueto, almeno in Italia. Infatti, non si tratta né di un punto di vista biografico, né discografico, né musicale e neppure testuale; ma è un punto di vista che coniuga la trama della carriera dei Beatles con l’ordito del contesto storico e sociale nel quale essa si colloca. Storia “individuale” (dove, per “individuo”, dobbiamo considerare il “collettivo Beatles”, formato dai quattro ragazzi di Liverpool e dalla loro cerchia relazionale, comprendente familiari, amici e membri del loro entourage) e storia “collettiva” s’intrecciano in una rete di influenze reciproche così fitte da rendere difficile il discernimento tra debiti e crediti dell’una nei confronti dell’altra. Leggi il seguito di questo post »

 

Michela Manente, 5-7-5 Haiku 3-6-6 Giorni

Spring Edizioni – Eliana Riva Editrice, Caserta, 2020

 

 

di Paolo Leoncini

 

Comprende 366 haiku, considerando il 29 febbraio, di 17 sillabe, secondo una moderna tradizione europea che da Rilke giunge a Spaziani, Merini, Zanzotto. È un’esperienza coraggiosa e bene riuscita, in un ‘genere’ eccentrico che confina con l’aforisma, questa di Michela Manente, la quale, nell’«Introduzione» afferma che «la raccolta, per alcuni aspetti dissacra il senso dell’haiku: questa antica forma di breve componimento poetico viene da lontano». Diciamo subito che la ‘dissacrazione’ riguarda il fatto che nell’Oriente l’haiku nasce dalla permeazione, spontanea, intrinseca, di anima e natura. Mentre nell’Occidente entrano la soggettività emozionale, la contingenza fenomenica, la mediazione della scrittura nei confronti dell’universalità, del tempo, dell’eterno. Manente tocca i nuclei essenziali della poesia-energia e della parola-verità: «la poesia – scrive Manente – può nascondersi ovunque. Si tratta di catturare la luce che la alimenta, appropriandosene con gli occhi essenziali del poeta, per poi spingerla al di là della realtà […] dove si fa energia» (p. 7); e, quindi: «parto da stimoli offerti dalla quotidianità, in lingua madre, ma non sempre [ci sono infatti testi in latino, inglese, francese, dialetto veneziano] per ritrovare nei lessemi la verità delle cose […] spostando verso il basso il tono sapienziale della forma classica»; «Questi haiku […] nascono per contagio da letture o situazioni in cui mi son trovata e dal contatto con altri idiomi, vivi, defunti o popolari» (p. 9); «Nel narcisistico mondo occidentale la natura è dentro l’uomo più che fuori di lui, o è una sua proiezione, un suo desiderio, un’illusione»; «In queste pagine troverete haiku laici e terreni […] in cui l’importante è riappropriarsi ogni giorno di un pezzetto di universo» (p. 10). Leggi il seguito di questo post »

Matteo Bussola, L’INVENZIONE DI NOI DUE

Einaudi, Torino 2020

 

 

di Sara Notaristefano

 

In una Verona dipinta non tanto come la «città dell’amore» di Romeo e Giulietta ma come il luogo dove quell’amore «è morto», vivono Milo e Nadia, quarantaseienni, sposati da quindici anni. Lui ha rinunciato all’ambizione di diventare un architetto, ripiegando su un impiego da cuoco; lei coltiva il sogno di scrivere un romanzo «magnifico», che, negli anni, si rivelerà più che altro un’interminabile fatica. L’inizio del loro rapporto risale all’ultimo anno del liceo, quando Milo trova scritta sul banco una semplice domanda: “Chi sei?”. Per giorni, i due ragazzi, che frequentano classi differenti, si scambiano numerosi messaggi, senza, però, incontrarsi di persona. Come se fossero predestinati ad amarsi, Milo e Nadia s’incontreranno, anni dopo, a una festa, dando vita a un idillio che sfocerà nel matrimonio. Con il trascorrere del tempo, però, Milo e Nadia si allontanano sempre di più; in particolare, a spegnersi gradualmente è la «selvaggia», vitale, empatica ragazza di cui lui si è innamorato anni prima. Nadia sembra restare con lui per inerzia, come se la promessa dell’indissolubilità del loro amore fosse più importante dell’effettivo perdurare del sentimento stesso. Milo attribuisce a se stesso la responsabilità di aver trasformato il loro «amore in cenere» ma, ancora profondamente innamorato della moglie, non vuole arrendersi e, per riconquistarla, ricorre allo strumento che li ha legati anni prima: la scrittura. Sotto falso nome (Antonio), scrive un’e-mail alla moglie, che gli risponde, avviando una corrispondenza che si fa tanto più fitta quanto più labile diventa, nelle loro parole, il confine tra menzogna e confessione. Leggi il seguito di questo post »

Marco Bellini, LA COMPLICITÀ DEL PLURALE

LietoColle Editore, Faloppio (Co) 2020

 

 

di Piero Marelli

 

Ogni lettore possiede il diritto di rifiutare o accogliere l’opera di un autore e quindi la prima domanda che si è presentata, leggendo l’ultimo libro di Marco Bellini, La complicità del plurale, è stata quella di verificare la tenuta di questo libro nel panorama poetico contemporaneo, perché la sua scrittura ha immediatamente imposto una riflessione: avanguardia o restaurazione, apocalittico o integrato, come direbbe Eco, o non piuttosto una rigorosa riproposta moderna (e, grazie a Dio, non post-moderna), di una scrittura che chiede, prima di tutto, un giudizio di valore, naturalmente non disgiunto da una tenuta letteraria, che ritrova qui, dentro la tradizione lombarda di alta moralità e risparmio lirico, una propria ragione rinnovata e rinnovabile. Leggi il seguito di questo post »

«LETTERA IN VERSI», newsletter di poesia di BombaCarta, n. 72 – dicembre 2019, numero dedicato ad Antonio Spagnuolo.

 

 

di Giovanni Laera

 

L’ultimo numero di «Lettera in versi», newsletter di poesia a carattere monografico, è dedicato alla carriera di Antonio Spagnuolo, poeta e medico napoletano. Figura di spicco della poesia meridionale, Spagnuolo ha saputo, in oltre settant’anni di assidua frequentazione poetica, offrire ai suoi lettori una voce modulata, ricca di sfaccettature ma sempre riconoscibile, capace di attraversare decenni e correnti letterarie senza mai cedere alle tentazioni della moda e di portare in superficie – attraverso l’attenta auscultazione di moti interiori spesso sfuggenti e inafferrabili – temi e concetti universali, fissati con sicurezza sulla pagina.

   L’attento e non facile lavoro di selezione dei curatori di «Lettera in versi» si concentra in particolare sull’ultima, feconda stagione dell’opera spagnuoliana. Fatta eccezione per i versi tratti da Poesie 74 (1974), infatti, i testi scelti provengono tutti da raccolte del nuovo millennio: Rapinando alfabeti (2001), Canzoniere dell’assenza (2018), Istanti o frenesie (2019) e Poveri nell’ombra (2019). A impreziosire tale selezione anche tre inediti, indicativi dell’indefessa attività di ricerca di Spagnuolo (curatore tra l’altro del blog Poetrydream), un’intervista all’autore curata da Liliana Porro Andriuoli e un’esauriente antologia critica. Leggi il seguito di questo post »

NONOSTANTE

In venti anni di vita, la nostra rivista è stata sempre puntuale che più puntuale non si può: giugno e dicembre sono rimasti, per venti anni, i mesi consacrati alla sua uscita semestrale. E, senza l’intrusione del pandemonio pandemico, anche il numero di giugno 2020 sarebbe stato puntualissimo, essendo stato composto e licenziato nei tempi previsti.

Ma il virus – come abbiamo dovuto apprendere obtorto collo – ha creato problemi a tutti quanti, comprese le aziende attive nel mondo del libro (editoria; tipografie; distribuzione), provocando una serie di pesanti disservizi e facendo sbandare i programmi operativi.

Arrendersi? Ma no: questo non è mai stato all’ordine del giorno, cari amici, neanche come lontanissima ipotesi. Rinserrare le fila, tirare un respiro e rivedere il diario di lavoro: questo sì, procrastinando a settembre l’uscita del numero estivo (calendario alla mano, siamo sempre nei tempi stagionali).

Intanto non possiamo non fare qui qualche veloce riflessione. Per quanto male intenzionato, non può bastare un virus a interrompere quella che possiamo chiamare una mission consolidata, qual è quella che da venti anni unisce alcune persone intorno al progetto di «incroci», un progetto sempre più radicato, motivato, necessario. E come non riflettere, poi, sulla coincidenza che ha assegnato al primo numero successivo al ventennale della rivista il tema dell’amore!?!

L’amore, infatti, non è solo il motore che muove l’universo e dà energia ad ogni atto umano ma è anche il più potente rimedio antivirale capace di sconfiggere ogni attentato alla libertà di pensiero e di azione.

Con l’amore nella testa e nel cuore, quindi, guardiamo a settembre come al prossimo appuntamento per riprendere la nostra strada, insieme a chi ci legge e ci vuole bene.

Nel frattempo, attraverso il nostro blog, manteniamo il contatto con le idee e le parole, mediante qualche gustosa anticipazione del numero 41 che servirà a tener desta la nostra attenzione e quella di chi ci segue.

I DIRETTORI e L’EDITORE

 

 

 

Sommario

 

Editoriale

 

Dicesi amore…

poesie di Barbara Carle

 

Tempo-tempesta e le ferite dell’amore

dialogo in versi tra Vivetta Valacca e Dieter Schlesak

 

Acino

un racconto di William Vastarella

 

L’eros in età classica: Lucrezio, Catullo, Orazio, Ovidio

traduzioni e note di Carmine Tedeschi

con disegni originali di Nicola Genco

 

Psyché: la forza e la grazia del genio erotico

pensieri di Giuseppe Gentile

 

Chi è questa che vèn?

un contributo di Milena Nicolini

 

Amor mi mosse… che mi fa parlare

un intervento di Giuseppe Langella

 

Amore essenzial, Amor vero

un saggio di Tommaso Sgarro

 

Isabella Morra: l’impresa

un contributo di Esther Celiberti

 

Il labile confine. Amore e alienazione nella scrittura di Anna Banti

un saggio di Maria Donata Montemurri

 

Un’altra storia…

un saggio di Silvano Trevisani

 

Tu sei parola

un saggio di Marika Consoli

 

Giorgio Caproni, la musica, la voce

un saggio di Valentina Colonna

 

Poemusica

un intervento di Lino Angiuli

 

Recensioni                                                                                                                 

D.M. Pegorari su G. Lupo, Breve storia del mio silenzio

G. Laera su W. Vastarella, Adriatica. Poesia dalle due sponde di Levante

G. Laera su I. Morra, Rime, a cura di G.A. Palumbo

G. Laera su G. Pinaffo, Cartoulénax, cartoline. Poesie in patois francoprovenzale dell’Alta Val Grande di Lanzo

Luzi su M.P. De Paulis, Curzio Malaparte. Il trauma infinito della Grande guerra 

Chillà su M. Marciani, Revuçégne, Rovistamenti

Chillà su S. Di Lino, La parola detta 

C. Toscani su G. Alfano e S. Carrai, AA.VV, Letteratura e psicoanalisi in Italia

C. Toscani su C. Cavalleri, Per vivere meglio (una conversazione con J. Guerriero)

F. Giuliani su G.B. Guerri, Disobbedisco

M. Boccaccio su G. Cascio, Michelangelo in Parnaso. La ricezione delle rime tra gli scrittori

P. Testone su Gabrio Vitali, Odissei senza nòstos. Mappe per interrogare l’opera letteraria

A. Lillo su S. D’Amaro, Still life

Vitagliano su F. Manzoni, Angelo di sangue. înger de sânge

M.R. Cesareo su D. Mondini e C. Loiodice, L’Affare Modigliani

Tedeschi su F. De Napoli, Ventilabro. Scotellariana 

C. Tedeschi M. Rimi, Le voci dei bambini

 

Amici di incroci

una testimonianza fotografica di Barbara Carle

Domenico Cipriano

LA GRAZIA DEI FRAMMENTI

Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero (No) 2020

 

 

di Marco Bellini

 

Inevitabilmente, quando un autore decide di investire energie nella realizzazione di un’autoantologia, la motivazione che lo muove va ricercata nel bisogno di “mettere ordine”, di riorganizzare e sottoporre a un vaglio scrupoloso la propria produzione tentando una sintesi che ne racchiuda l’essenza. Cipriano si misura con questo gesto, prima ancora che razionale, emotivo. La scansione di tutto il lavoro già pubblicato richiede un’immersione verticale e, nel contempo, la capacità di esercitare un distacco quasi impossibile rispetto a una materia che, anche se preterita, l’autore sente adesa alla pelle e in cui riconosce la propria spinta sorgiva. Con La grazia dei frammenti ci troviamo di fronte a questo tipo di operazione. Leggi il seguito di questo post »

La Parola della Grande Madre

una prosa di William Vastarella

Ho perso la mia vita a lavorare di cesello,

a limare le matite, la grafite, mentre con uno sbuffo

le pareti dello stomaco di pietra della terra, in un istante,

della stessa materia fanno un diamante.

 

So che c’è una parola, una parola così potente, così potente da mutare il pensiero in cose.

Fu trovata anticamente nei tentativi delle infinite permutazioni dei suoni possibili della lingua dell’Homo Sapiens.

Ventisettemila anni fa tra gli spasmi la disse una giovane donna morendo durante il parto.

Questa donna è sepolta come Magna Mater, coronata da una calotta di conchiglie, nella grotta di Santa Maria d’Agnano sotto Ostuni.

Per secoli è stata venerata sotto diversi nomi divini dai popoli della Terra.

La parola fu custodita da una casta di sagge incorruttibili quando le donne erano matriarche. Leggi il seguito di questo post »

 Mauro Ferrari, LA SPIRA

puntoacapo, Pasturana (AL) 2019.

 

 

di Marco Bellini

 

Con La spira, breve poemetto composto da sei parti, Mauro Ferrari distilla, con pazienza da miniatore, poche liriche dense e partecipate (si consideri che la genesi dell’opera risale agli anni novanta, per ottenere la versione definitiva solo recentemente). Partendo dall’immagine, eletta a simbolo, della spira appartenente alla fabbrica Italsider/Ilva di Novi Ligure, l’autore ci accompagna dentro il tessuto vivo della memoria collettiva appartenente alle generazioni nate negli anni cinquanta/sessanta cui dedica il volume. Leggi il seguito di questo post »

Prossimità e diritti al tempo del Covid 19

intervista ad Augusto Ponzio a cura di Mary Sellani

Ripercorrendo la filosofia di un classico del Novecento, Emmanuel Levinas (Kaunas 1906-Parigi 1995), Augusto Ponzio, professore emerito di Filosofia e teoria dei linguaggi nell’Università di Bari, riflette sul senso di nozioni come prossimità e diritto nella società globale, dove tutto migra, compresi i virus. L’itinerario di studio di Ponzio iniziò da un’opera fondamentale di Levinas, Totalité et infini (1961), letta quando lavorava alla sua tesi di laurea in Filosofia, sul tema La relazione interpersonale, discussa nel 1966 a Bari con Giuseppe Semerari. Il suo ultimo libro, Con Emmanuel Levinas. Alterità e Identità, è uscito per Mimesis a ottobre 2019.

 

Con Emmanuel Levinas è il punto d’arrivo di un cammino che partendo da Levinas riporta a Levinas; un cammino che, però, non ha la forma di un cerchio, ma piuttosto di una spirale, giacché non si tratta di ripetizione ma di un ricominciamento sempre di nuovo, di una ri-scrittura; una specie, insomma, di eterno ritorno di una passione intellettuale sempre viva e riattualizzata da continue riflessioni intorno a questa importante figura della filosofia del Novecento, alla luce degli avvenimenti che si sono succeduti, fino all’attuale configurazione della globalizzazione. Una riflessione non interrotta, benché essa non abbia escluso l’ascolto di altre parole come quelle di Bachtin, Kierkegaard, Peirce, Marx, Blanchot, Bataille, Barthes, Kristeva, Rossi Landi, Schaff, Sebeok, oltre che di Giuseppe Semerari, il suo maestro di Filosofia teoretica. Leggi il seguito di questo post »

Martino Marazzi, SBAGLI

Castelvecchi, Roma 2019.

 

di Sergio D’Amaro

È il quarto lavoro narrativo di Martino Marazzi, italianista dell’Università di Milano, molto noto per i suoi libri sulla cultura italoamericana. A suo modo, questi suoi Sbagli (scanditi in cinque capitoli che si chiamano “Accettazione”, “Esterno-ambulatorio”, “Ninfeo”, “Refettorio”, “Cella”) sono quelli di un’umanità perennemente alla ricerca di sé stessa nello smarrimento esistenziale e nel labirinto delle decisioni e dei rapporti che si intrattengono con gli altri. Il narratore-regista dei racconti, detto «il Maresciallo», è ospite di un manicomio sulle cui pareti incide i momenti salienti di cinque vite dall’esito negativo. A volerlo racchiudere in una formula di comodo si potrebbe utilizzare l’espressione ‘confesso che ho sbagliato’ (parafrasando il nerudiano «confesso che ho vissuto»), sottolineando che molti furono gli esordi con buone intenzioni, molti i cambiamenti nell’attuarle, molti i compromessi dolorosi e le dolorose rinunce, impossibile la bontà nel perseguirle. Vi si parò davanti un destino cinico e baro, un’accolta di diavoli traditori, una perseverante sfiducia negli altri, una crescente insofferenza. Si spense ogni evidenza sulle anomalie della normalità e il manicomio così, divenne la sede naturale per emettere diagnosi di disumanizzazione. Leggi il seguito di questo post »

 

Pier Vincenzo Mengaldo, COM’È LA POESIA

Carocci, Roma 2018.

di Sergio D’Amaro

Pier Vincenzo Mengaldo, filologo e storico della lingua, è uno dei pochi testimoni della tradizione letteraria italiana meritevoli dell’appellativo di ‘maestro’, dopo aver insegnato per decenni nell’Università di Padova e aver pubblicato opere imprescindibili come le cinque serie de La tradizione del Novecento (in edizione più recente presso Carocci) e l’antologia-spartiacque I poeti del Novecento (Mondadori, 1978). Spaziare da Dante ai più recenti decenni, portare la propria intelligenza critica a misurarsi con i classici e nello stesso tempo ad approfondire le ragioni dei contemporanei ha fatto di Mengaldo un osservatore particolarmente sensibile alle sorprese che la letteratura riesce ad apprestare man mano che produce nuove proposte. Leggi il seguito di questo post »

Il prossimo numero di «incroci» (il quarantunesimo, in uscita a giugno 2020) sarà dedicato a un tema tanto universale e vasto da averci finora sconsigliato di affrontarlo: l’amore. Ma, dopo 20 anni di lavoro, ci è sembrato naturale farne il nodo tematico delle nostre creazioni e riflessioni. In vista di quel fascicolo, proponiamo qui un breve racconto dedicato a quello che Novalis definiva «il più alto mistero», ovvero l’unione fra l’uomo e la donna come iniziazione al sacro (e al sacro guarderà un successivo numero di «incroci»: il nostro cantiere ferve…). Marcel, il protagonista di queste pagine, avverte che l’amore è inconscio anelito all’Unità, tensione alla totalità dell’essere, ricordo oscuro di un tempo che precede la Storia, prima della Caduta; l’amore è desiderio di un incontro preparato dai primordi e atteso nel tempo, è l’appuntamento che chiude il Cerchio del Tempo.

Il vicolo era stretto, maleodorante. Una fioca luce appannata disegnava tremolanti losanghe sul selciato lucido di pioggia. La lanterna cigolava e oscillava al vento gelido dell’Armorìca. Anche il sorriso di santa Novala appariva ora spento, smorto, appannato. Sotto l’arco dell’edicola sbrecciata, i bianchi occhi di calcare parevano indicargli un’insegna corrosa, sbiadita dal tempo. “Töhne” si leggeva a rilievo nel muro smattonato, soffocato dalla muffa verdastra che ricopriva l’edificio. Leggi il seguito di questo post »

Giorgio Baroni e Cristina Benussi (a cura di) , Vele d’autore nell’Adriatico orientale

Serra, Pisa-Roma 2018.

di Claudio Toscani

Più di cinquanta interventi sono qui raccolti come esito di un convegno internazionale dell’I.R.C.I. (Istituto per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata) dedicato nell’ottobre del 2017 alla navigazione a vela nella letteratura italiana tra il Quattrocento e i primi decenni del secolo scorso, teatro il golfo di Trieste e le coste nord dell’Adriatico. Scritti sollecitati dai coordinatori scientifici Giorgio Baroni (già ordinario di Letteratura moderna e contemporanea a Milano) e Cristina Benussi (dell’Università di Trieste). Per secoli, e non solo in quell’angolo di mare, le comunicazioni e i trasporti di merci e persone si sono servite delle vie d’acqua e d’imbarcazione: cultura, commercio, organizzazione pubblica, aggressioni e difese, fino e oltre l’imporsi della navigazione a motore, momento in cui cessa l’interesse del suddetto convegno che intanto ha raccolto un cospicuo numero di elaborati tra descrizioni di luoghi raggiunti, osservazioni paesaggistiche, storiche,  scientifiche, linguistiche, artistiche, psicologiche e creative. «Qui il mare – precisa l’introduzione – ha significato potere e bellezza, sconfinamenti e scontri, vita e morte» e il viaggio, quello a vela in particolare, con il suo valore simbolico, ha permeato racconti dalla gran varietà di stili e di realizzazioni letterarie, di proposte e prospettive a gonfie vele tra forze della natura, scelte ideali e tecniche espressive. Leggi il seguito di questo post »

Ombretta Ciurnelli, Lingue allo specchio. Poesia in dialetto e autotraduzione

Ali&no, Perugia 2019.

di Giovanni Laera

Chi avrà voglia di leggere questo libro di Ombretta Ciurnelli troverà una miniera di osservazioni e approfondimenti su una questione tanto interessante quanto sottovalutata, quando si parla di poesia dialettale: l’auto-traduzione. Partendo da una tradizione di studi piuttosto recente, avviata negli anni Novanta del secolo scorso dal poeta e critico Gian Mario Villalta, l’autrice di questo volume riesce a organizzare un materiale eterogeneo e sfaccettato in dodici capitoli agili e al contempo esaurienti. Leggi il seguito di questo post »

Oltrepassare il confine: la poesia al femminile

Laura Di Corcia, In tutte le direzioni (Lietocolle, 2018)

di Carlangelo Mauro

Non molti i libri di poesia che oggi si confrontano con il tema quanto mai attuale e drammatico dei profughi e dei migranti. Ho potuto ritrovarlo nei libri di alcune poetesse, come Antonella Anedda (Historiae, Einaudi) e Maria Grazia Calandrone (Il bene morale, Crocetti). Quest’ultima ha realizzato anche un documentario per Radio3: “Vicini di casa. I migranti e la rotta balcanica”.

Da rileggere è sicuramente il volume di una poetessa italo svizzera, Laura Di Corcia, In tutte le direzioni (Lietocolle, collana PordenoneLegge). Il libro in questione conduce il lettore in territori di confine, invita al viaggio e nel contempo ad una sosta, ad una riflessione su stessi e sul tempo in cui viviamo in cui la precarietà ha mille facce tutte diverse: «al di qua ci siamo noi fermi e muti / in un eterno nulla / immersi in un mare primitivo / che non sa ancora dire / chi è morto e chi è vivo». L’identità, è stato scritto, è uno dei temi basilari della produzione poetica di questa giovane autrice della Svizzera italiana, proveniente da una famiglia che si era già spostata da Sud al Nord Italia. Chi sono? Chi siamo? Chi sono gli altri rispetto al confine che si attraversa? E la questione dei morti e dei vivi va ben al di là dello stato civile cui Croce ridusse Il fu Mattia Pascal di Pirandello. Leggi il seguito di questo post »

è disponibile il nuovo numero di

 incroci

semestrale di letteratura e altre scritture

Tenere famiglie

 

anno XX, numero 40

luglio-dicembre duemiladiciannove

 

 

 

 

 

 

Per proteggere la famiglia da chi potrebbe avere interesse alla sua liquidazione (come la letteratura distopica aveva profetizzato già un secolo fa), è il caso di tornare a riflettere sulle caratteristiche storiche che questa istituzione ha assunto a livello globale, al fine di riscoprire, accanto alle sue necessarie modificazioni storiche, anche la sua insostituibile valenza psico-affettiva, quale cellula primaria della società. Insomma, dovremmo sostituire il disdicevole alibi, forse non solamente italiano, come pure sosteneva nel 1945 Leo Longanesi, del tenére famiglia (un compromesso per giustificare le deviazioni etiche), con una più virtuosa indulgenza verso le tènere famiglie (rigorosamente al plurale), affinché esse riconoscano la propria fragilità (la tenerezza, appunto) e poi accrescano la fiducia nelle proprie risorse e capacità. Su questa ambivalenza la letteratura, in età moderna e contemporanea, ha detto davvero tanto e tanto ha davvero da dire.

 [dall’editoriale]

 sommario ed editoriale del numero 40

 

Valeria Traversi, Io non sono Clizia, Raffaelli, Rimini 2019 

 

di Graziana Moro

Giovedì 28 novembre 2019, alle ore 18, si presenta presso la Libreria Laterza di Bari (v. Dante, 53) un romanzo che restituisce a una storia d’amore tutta l’importanza che ebbe per la costituzione della poetica di Eugenio Montale; al contempo in queste pagine si rende giustizia a una straordinaria figura femminile, Irma Brandeis, americana, studiosa di letteratura mistica e italiana. A discuterne con l’autrice sarà il prof. Ferdinando Pappalardo. Con l’occasione pubblichiamo una recensione di Graziana Moro

Io non sono Clizia è una negazione affermata con veemenza. Valeria Traversi, docente di Lettere, ripercorre in un romanzo edito da Raffaelli (Rimini 2019) la storia d’amore di Irma Brandeis ed Eugenio Montale – alias Clizia e Arsenio –, romanzando il loro rapporto che si dipana in un gomitolo costituito da realtà e allegoria. Irma Brandeis, professoressa americana, studiosa ed esperta di letteratura italiana, vuole vivere la propria vita ‘in quanto’ Irma e nega l’alterità poetica di Clizia perché insegue prioritariamente l’uomo e non il poeta. Figlia di ebrei progressisti di origine austriaca, ricerca l’Arte, la Bellezza e l’Amore facendosi guidare dal fil rouge delle parole che non possono restare nomina nuda, ma risultano funzionali alla definizione di quella concretezza che spiega la verità delle cose. Leggi il seguito di questo post »

Sergio D’Amaro, LE PAROLE DI CARLO LEVI. GUIDA E DIZIONARIO TEMATICO

Stilo, Bari 20192

 

di Nicola Longo

Quest’ultimo lavoro di Sergio D’Amaro si presenta con tutti i segni di una fruibilità molto ampia. Si rivolge agli specialisti, studiosi della vasta opera di Carlo Levi, ai suoi numerosissimi lettori, a coloro che vorrebbero cimentarsi con la scrittura o con la pittura di Levi, nonché agli studenti che cominciano a scoprire i valori straordinari che la letteratura possiede. Il libro è suddiviso sapientemente in cinque capitoli: un Profilo biografico che, inevitabilmente, si richiama a un precedente lavoro molto più ampio, scritto dallo stesso autore insieme a Gigliola De Donato (Un torinese del Sud: Carlo Levi. Una biografia, Baldini & Castoldi, Milano 2001); una Cronologia che opportunamente richiama i dati essenziali, in ordine cronologico, della stessa biografia; un Piccolo dizionario leviano. Persone luoghi affetti, cuore del volume, in cui, attraverso una serie numerosa di parole chiave, si attraversa l’esperienza esistenziale e artistica di Levi, le sue opere letterarie e pittoriche, le riviste, i suoi luoghi, le sue amicizie e le sue conoscenze; una Sintesi delle opere che contiene un’utilissima sintesi di tutte le opere, da Cristo si è fermato a Eboli (1945) fino a Quaderno a cancelli (1979, postumo); infine un’Antologia della critica che rimette in circolazione una serie di giudizi di emeriti critici intorno a ciascuna opera di Levi. Solo per dare un’idea di questa parte del volume mi piace ricordare come, per il Cristo, si possano leggere brani di Montale, Petronio, Pancrazi, Serra, Muscetta, Russo e, per L’Orologio, brevi giudizi di Antonicelli, Fiore, Bocelli, Cecchi, Muscetta, Petroni, Fortini, Sereni. Leggi il seguito di questo post »

di Daniele Maria Pegorari

Dall’11 al 13 ottobre 2019 l’Auditorium La Vallisa di Bari ha ospitato Binari paralleli. L’avventura di un soldato, monologo di Maurizio De Vivo tratto da un racconto di Italo Calvino. L’ultima replica è stata introdotta da Daniele Maria Pegorari che in questo intervento ci conduce alla scoperta di questo testo e della sua segreta ‘teatralità’.

«Io scriverei racconti per tutta la vita. Racconti belli stringati, che come li cominci così li porti a fondo, li scrivi e li leggi senza tirare il fiato, pieni e perfetti come tante uova, che se gli togli o gli aggiungi una parola tutto va in pezzi»: così scrive in una lettera privata un ventitreenne Italo Calvino, testimoniando, sin dalle sue origini, una predilezione per la narrazione breve (il racconto, la fiaba), pur mentre portava a termine la stesura del romanzo d’esordio, Il sentiero dei nidi di ragno, che uscirà per Einaudi il 10 ottobre dell’anno seguente, il 1947 (l’epistola citata, datata 8 novembre 1946, era indirizzata a Silvio Micheli ed è compresa in Lettere 1940-1985, a cura di L. Baranelli, A. Mondadori, Milano 2000, p. 167). Leggi il seguito di questo post »

Carlo Di Lieto, Letteratura, follia e non vita

Torino, Genesi Editrice, 2018

 

di Antonio Filippetti

Carlo Di Lieto aggiunge un nuovo tassello al vasto approfondimento della letteratura internazionale in chiave psicanalitica che va studiando e approfondendo da diversi anni. Il termine psicanalisi nella ricerca dello studioso napoletano assume da sempre una ricchezza semantica che trascende l’area freudiana, che all’origine la limitava, implicando le diverse ottiche e scuole della psicologia del profondo come, ad esempio, la psicosintesi con la sua analisi esistenziale. Leggi il seguito di questo post »

Pasolini politico?/2

di Daniele Maria Pegorari

All’intervento di Pasquale Vitagliano sulla possibile attualità politica di Pier Paolo Pasolini, pubblicato dal blog di «incroci», risponde questa nota del condirettore della rivista, auspicando che altri vogliano condividere o intervenire (con commenti o altre proposte di articolo). Allo scadimento del confronto ideale nelle forme del chiacchiericcio e dello slogan a effetto – che tanto sta corrodendo l’intera scena politica contemporanea – si può forse reagire con una più ragionata articolazione del dibattito democratico.

 

L’articolo che Pasquale Vitagliano (giornalista e poeta) ha dedicato alla riflessione su una formula politica molto problematica – quella pasoliniana della «destra sublime» – ha il merito di ricordare a «incroci» una delle sue vocazioni principali: quella di innestare lo studio della letteratura (e di altre discipline umanistiche) nel fuoco dell’attualità, onde trarne lo stimolo per una critica costruttiva e ricavarne dei paradigmi interpretativi generali e particolari. Più semplicemente, delle agognate ciambelle di salvataggio nei marosi della società liquida. A quella tragedia in cui Pasolini fece comparire quello strano sintagma – «destra sublime», appunto – mi sono rivolto una dozzina d’anni fa, quando Pasquale Voza ne diede una nuova edizione (purtroppo ora introvabile), con un’introduzione che già si arrovellava intorno alla plausibilità politica della vicenda rappresentata. Il punto è che Bestia da stile è un’opera teatrale difficile, ossessiva e ossessivamente incompleta, ‘interminata’ e interminabile, come tutte le ultime opere di Pasolini. Leggi il seguito di questo post »

Pasolini politico?

di Pasquale Vitagliano

«Il volgar’eloquio: amalo». Da questo verso deriva il titolo del libretto che trascrive il colloquio tenuto da Pier Paolo Pasolini con un gruppo di docenti e di studenti il 21 ottobre 1975 presso la biblioteca del liceo classico “Palmieri” di Lecce sul tema “Dialetto e scuola”. Il testo venne edito un anno dopo per le edizioni Athena di Napoli, a cura di Antonio Piromalli, professore dell’Università di Cassino, tra gli organizzatori dell’incontro su iniziativa del Ministero della Pubblica Istruzione, e dell’antropologo Domenico Scarfoglio. Si tratta dell’incipit del monologo di Bestia da stile, una tragedia allora inedita, e che fu concesso dalla nipote di Pasolini, Graziella Chiarcossi, la quale ne conservava l’originale dattiloscritto. Il colloquio parte proprio da questi versi. Pasolini stesso precisa che si tratta dell’ultima strofa e che essa «cita e, in un certo senso, rifà e mima i Cantos di Pound». Leggi il seguito di questo post »

Vincenzo Elviretti, Il vento. Racconto di una canzone, Catartica, 2019

di Paolo Leoncini

Si tratta di un «racconto», costituito di 44 capitoletti, ambientato a Bellegra, paese in provincia di Roma. Elviretti continua una rappresentazione critica della vita di provincia, già motivo di Pietre, la precedente serie di racconti del giovane scrittore laziale. Qui, l’elemento critico si rende più evidente come «crisi» dell’esistenza, nella cittadina di provincia, che diventa simbolo di una crisi sociale ben più ampia. L’autore riprende, attraverso un intento «costruttivo», tra il saggistico e il narrativo, gli elementi dell’indistinto, dell’ambiguo, dell’equivoco, fino alla sovrapposizione tra l’immaginario e il reale; tra il testo della «canzone» di Fabietto, – «io narrante», protagonista del racconto, i cui versi finali dicono: «E no, e no/qualche cosa farò/e no e no/nel vento ti ucciderò» − e il fatto reale dell’uccisione di Baffo, personaggio eminente della vita di Bellegra, ma tutt’altro che amato, e soprattutto da Serafino, già suo partner omosessuale, che compirà il delitto: («Accanto a Baffo hanno trovato i versi di una canzone, scritti per terra con un pennarello, una di quelle del tuo complesso», p.86), dice il padre a Fabietto. Qui, si potrebbe già rilevare una contaminazione interna tra la «decisione», dinanzi ad un amore tradito, finito, di «fare qualcosa», e il farlo secondo i versi della canzone, ovvero uccidendo «nel vento»: ciò vanifica la «decisione» stessa sul versante volitivo e la dissolve nell’irreale del «vento», cioè del transeunte, dell’inesistente, tratti psicologici che effettivamente connotano il mondo giovanile della cittadina, in accezione allusivo-simbolica ad una contemporaneità, dove i moventi dell’interiorità volitiva si scambiano con i moventi della momentaneità immaginativo-regressiva, consentendo fatti che sono, in effetti, reali, ma non realisticamente motivati. Leggi il seguito di questo post »

Marilù Oliva, Musica sull’abisso

HarperCollins, Milano 2019

 

 

di Milica Marinković

Sotto i portici e tra le mura della città che più di qualsiasi altra sa del Medioevo dotto e ancora pulsante, si nasconde una passione particolare per la lingua latina che riprende fiato in una classe bolognese. Il liceo che porta il nome di uno dei simboli della letteratura classica, Marco Tullio Cicerone, diventa luogo di una singolare unione tra i compagni della classe quinta G.

Oltre che dalla posizione sociale altolocata delle loro famiglie, questi studenti sono legati anche da qualcos’altro. Quello che per la maggior parte dei giovani rappresenta l’incubo degli anni del liceo, una materia morta e risorta per farli sudare e studiare, per gli alunni della quinta superiore di questo liceo bolognese è una passione viva, una conoscenza che potrebbe condurli verso il senso/segreto della vita e della morte. I ragazzi padroneggiano con maestria la lingua degli antichi e si sentono superiori a tutti coloro che non sono in grado di capire il fascino del latino. Tutto ciò, però, li porta in un’altra direzione, verso il luogo del sangue, del sacrificio, dell’aldilà. Leggi il seguito di questo post »

 

Francesca Amendola (a cura di), UNA VITA IN VERSI. TRENTASETTE VOLTE ANNA SANTOLIQUIDO

LB, Bari 2018.

 

di Rita Gallo

Uscito in occasione del settantesimo compleanno di Anna Santoliquido, questo volume rappresenta un tributo a un’esperienza poetica ormai ineludibile, quando si parla di letteratura meridionale, italiana e addirittura internazionale. La curatrice Francesca Amendola, che aveva già dedicato alla poetessa una bella monografia, Anima Mundi (2017), ci ricorda nella sua introduzione il lungo percorso dalle poesie di ambientazione lucana a quelle di afflato civile, fino al pluridecennale impegno nel Movimento Internazionale “Donne e Poesia”, senza disdegnare la scrittura teatrale e in prosa. Il libro si presenta come una successione di interventi e testimonianze di autori che hanno conosciuto, artisticamente e umanamente la scrittrice e che possono così offrire un ampio spettro delle sfaccettature che compongono la sua opera. Ne emerge la storia di una poetessa cresciuta in un paesino, Forenza, nel cuore del territorio che ha incantato Levi e che rivive nelle sue raccolte, a partire da I figli della terra (1981), dove a prendere voce non sono solo i ricordi dell’autrice, ma un intero Sud, troppo a lungo assente dal panorama letterario nazionale. Leggi il seguito di questo post »

LUCIA MONTAURO, Poesie (1988-2018)

a cura di Sandro Gros-Pietro e Giorgio Seropian, introduzione di Giancarlo Pontiggia

Torino, Genesi Ed., 2018

 

di Paolo Leoncini

Libro davvero eccezionale, importante, questo volume che comprende tutti i testi editi ed inediti della poetessa messinese Lucia Montauro, vissuta a lungo a Milano, dove è mancata nel dicembre 2017: dedica alla sua terra e al suo mare Diario peloritano, una delle ultime raccolte (2016), preceduta da I miei sette mari (2016) e seguita da Mediterraneo cangiante perlage (2017): costituiscono il nucleo originario dell’isola e del mare, presente in questi testi del periodo ultimo, nell’affinamento di uno scandaglio interiore, durato tutta un’esistenza; e maturato in accordo con la consapevolezza sapienziale nei confronti del mondo, con la «saggia accettazione del velo di Maya», come scrive Maria Luisa Spaziani (p. 606); e che Pontiggia riformula come l’«affiorare» di «segni di una vita profonda, sepolta in noi o sotto il velame delle cose» (p. 9). Leggi il seguito di questo post »

Liliana Tangorra, VENGHINO, SIGNORI! STORIA DEI TEATRI DI PUGLIA E ANALISI DEL PATRIMONIO PUBBLICITARIO (1840-1940)

Quorum edizioni, Bari 2018.

 

 

 

di Lucrezia Naglieri

La monografia Venghino signori! Storia dei teatri di Puglia e analisi del patrimonio pubblicitario (1840-1940) segna il secondo traguardo della collana “Puglia memorabile. Arte archeologia, architettura e storia”, diretta dalla dottoressa Liliana Tangorra, autrice di questo volume. Come spiegato nell’introduzione alla collana, l’intento principale della ricerca è quello di offrire un’analisi inedita dell’iconografia e dell’architettura tipografica delle locandine teatrali realizzate in Puglia tra il 1840 e il 1940, attraverso un linguaggio lineare e accessibile e un’agevole veste grafica. Leggi il seguito di questo post »

è disponibile il nuovo numero di

 incroci

semestrale di letteratura e altre scritture

Infinitudine

 

anno XX, numero 39

gennaio-giugno duemiladiciannove

 

 

 

 

 

 

Può un’opera letteraria cambiare il mondo? Neanche nei momenti di maggiore entusiasmo potremmo rispondere decisamente sì. Eppure è nostra convinzione che la riflessione che scaturisce da un’esperienza estetica, vissuta con profondità e consapevolezza, può cambiare il nostro modo di vedere il mondo, di giudicarlo, di considerare il nostro posto entro di esso e il carico di responsabilità che orienta le nostre azioni. E, se questo è vero, l’importanza che può assumere un’opera d’arte – in modo particolare se fatta di parole – è tutt’altro che marginale: se può cambiare il destino anche di una sola persona, il mondo nella sua interezza ne viene in qualche misura segnato.

È questa la ragione che ci ha convinti ad aderire (sin dalla conferenza stampa di presentazione tenutasi a Roma l’8 marzo 2018) al progetto Infinito200-una poesia, una ‘ghirlanda’ di iniziative promosse in tutta Italia da Davide Rondoni per il bicentenario della composizione de L’infinito di Giacomo Leopardi (1819-2019). Si tratta, infatti, di celebrare una delle liriche indiscutibilmente più famose di tutta la tradizione italiana, la cui perfezione stilistica, unita a una molteplice interpretabilità, le ha procurato un posto fisso in ciò che l’immaginario nazionale avverte immediatamente come ‘poesia’.

 [dall’editoriale]

 sommario ed editoriale del numero 39

Michele Damiani, MELOGRANI

Quorum, Bari 2017

 

 

 

 

di Chiara Cannito

Un presidio. Un presidio salutare gratuito contro l’imbarbarimento dei costumi, a difesa di quella bellezza offesa e tradita. Questo è Michele Damiani. Un ‘randagio’ come lui stesso ama definirsi. Un uomo d’altri tempi, «È vero?», mi verrebbe da dirgli, ridendo, ironizzando su un suo intercalare tanto charmant.

La verità. La verità che si fa poesia. La verità che si fa pittura. Quella sua poesia scritta con il tratto di un bambino. Le sue radici: l’infanzia, la madre, gli amici ‘d’arte’, variatio di ‘d’arme’, dove le armi erano i pennelli e i campi di battaglia le tavolozze. E quella sua pittura che materializza la fluorescenza.

Le sue ali: le farfalle, stilemi geometrici che conquistano lo spazio, ridisegnandolo; i volti dei giullari, antidoti di autenticità contro la follia del mondo; i velieri, paradigma del viaggio terreno e metafisico, argenteo e dorato; i melograni, cerniere antiche tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Leggi il seguito di questo post »

di Daniele Maria Pegorari

Questa non è una recensione. Non può esserlo, perché sarei in ritardo di ventiquattro anni: un po’ troppi anche per un critico che possa credibilmente dirsi indaffarato. Il punto è che di questo libro dell’ottimo Fabio Franzin, In canti d’aria (e rapide dimenticanze) (Kellermann, Vittorio Veneto 1995) proprio non sapevo nulla. Non ne ho mai saputo nulla, pur essendo Fabio un mio grande amico e avendo molti altri suoi libri.

Devo immaginare che sia il suo libro d’esordio (il poeta aveva allora 32 anni), visto che nella notizia biobibliografica di questo volumetto non si fa riferimento ad altro, se non alle rassegne a cui aveva partecipato, alle segnalazioni già ricevute e al fatto che alcune sue poesie erano in corso di stampa, su due buone riviste del tempo. In nessuna aletta o quarta di copertina se ne parla e non è improbabile che a questo libro io non ci sarei arrivato mai, se non me lo avesse mostrato la più brava libraia di poesia che io conosca (Serena, a Bari, è già quasi un’istituzione). Come d’abitudine, lei stava leggendo questo vecchio libro, prima di porlo in vendita, perché vuole sempre farsi un’idea precisa dei ‘suoi’ libri e dei ‘suoi’ autori, per poterne parlare ai clienti che, prima di tutto, sono – per lei – persone ‘bisognose’ di letture. Se Serena vendesse abbigliamento, vorrebbe indossare prima tutti gli abiti, e le starebbero tutti bene. Sembra un corteggiamento, ma non lo è: lei è stata una delle mie prime allieve, e credo di potermi permettere un complimento. Leggi il seguito di questo post »

 

Marco Missiroli, Fedeltà

Torino, Einaudi 2019

 

 

 

 

di Milica Marinković

Dopo aver amato i suoi libri precedenti, ho aspettato con impazienza l’annunciata uscita del nuovissimo libro di Missiroli, Fedeltà, pubblicato a febbraio da Einaudi e scritto da un Missiroli diverso, caratterizzato da uno stile riconoscibile ma nuovo, meno timido e più diretto, nei dialoghi molto colloquiale, dalle frasi spesso non compiute, ogni tanto in dialetto. Dalle prime righe ci si imbatte nel malinteso attorno al quale è costruito questo romanzo e che mi fa pensare subito all’opera di Camus, autore amato da Libero, il protagonista del precedente libro dell’autore riminese. Un malinteso come tanti altri sui quali si poggiano i destini descritti nei romanzi o nelle vite, per i quali si può ottenere una fortuna, ma anche perdere tutto, matrimonio compreso, se stessi compresi. Leggi il seguito di questo post »

Ruggiero Stefanelli, FORSE QUASI CHISSÀ

Il seme bianco, Roma 2018

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

Quando la sapienza dell’italianista di lungo corso – maturata dietro una cattedra di Letteratura italiana nell’Università di Bari – e una consuetudine con la pedagogia s’incontrano con un’esperienza familiare di disabilità drammaticamente reale, può accadere che ne scaturisca un’ottima lezione, magari un ciclo di conferenze, preceduto o seguito da un saggio testimoniale. Ma quello che è successo a Ruggiero Stefanelli – che, allentati gli impegni scientifici, ha già pubblicato nel 2012 un romanzo, Ombre sulla basilica, e nel 2014 una raccolta lirica, Poesie dal tempo – va oltre l’autobiografia familiare per divenire ‘racconto di realtà’, vale a dire una storia d’invenzione, ma così fondata sull’esperienza reale e sulla documentazione neurologica e pedagogica, da offrirsi come una lettura avvincente, senza perdere in precisione e credibilità. A trenta anni esatti da quell’intenso cult movie che fu Rain man (che vinse un Orso d’oro a Berlino e ben quattro Oscar, fra cui quello a un magnifico Dustin Hoffman, la cui difficilissima interpretazione si meritò anche un Golden Globe e un David di Donatello), il nuovo libro di Stefanelli, Forse quasi chissà, ci trasporta ancora nel misterioso mondo dei Disturbi dello Spettro Autistico (o semplicemente ‘autismo’), una patologia complessa, sempre più frequentemente diagnosticata, che inficia gravemente non solo l’interazione sociale e la capacità di generalizzare gli interessi (come nella consimile sindrome di Asperger), ma anche la facoltà linguistica. Non sempre questi disturbi si associano a un ritardo mentale più o meno marcato e questo contribuisce a fare del soggetto autistico una persona potenzialmente consapevole del proprio stato di disagio, senza però agevolarlo nel processo di autocontrollo e superamento degli ostacoli che sono di natura primariamente neurologica e non psichiatrica. Leggi il seguito di questo post »

Alberto Schiavone, Dolcissima abitudine

Guanda, Milano 2019

 

 

 

 

di Milica Marinković

Torino, novembre 2006 è il titolo del primo capitolo di Dolcissima abitudine di Alberto Schiavone, uscito a gennaio per Guanda. Il lettore potrebbe immaginare una storia contemporanea, ambientata nella Torino degli anni Duemila, ma questo libro è tutt’altro. L’inizio del romanzo è la sua fine. Si comincia da un funerale, dal funerale di Aldo, cliente fedelissimo di Rosa e amico di Piera. Cliente perché questa donna è una prostituta, ormai alla fine della carriera. Amico perché Aldo è forse l’unico uomo che abbia saputo avvicinarsi anche al cuore, non solo al corpo, della Madame dai due nomi. Il cuore appartiene a Piera, mentre il corpo è chiamato Rosa. Rosa in arte e artigianato, Rosa virtuosa di quel mestiere antico. Leggi il seguito di questo post »

Ricordo della Presidente AIB e redattrice di «incroci»

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

“La cura”: basterebbe il titolo di una nota canzone del suo autore preferito, Franco Battiato, per ritrovare il senso del passaggio terreno di Maria, spentasi un mese fa, dopo una dolorosa malattia. «L’angelo dei libri» l’ha definita «la Repubblica» il 2 marzo e, in effetti, tutta la sua vita è stata dedicata alla promozione dello studio e della lettura, sin da quando, mentre già operava come bibliotecaria, partecipava alla fondazione di «incroci», di cui fu redattrice fino al 2008. Nel primo numero apparve il suo saggio Per Artemisia. Note per una ricerca tra storia (dell’arte) e invenzione (letteraria): un’altra traccia rivelatrice non solo della sua curiosità culturale, ma anche della sua concezione della conoscenza come militanza civile. Riproduciamo qui l’articolo apparso il 2 marzo su «la Gazzetta del Mezzogiorno», che ringraziamo per la generosa disponibilità.

Nella Chiesa di S. Barbara dei Librai, nei pressi di Campo de’ Fiori, si legge una lapide latina dedicata ai «Confratelli di Bibliopoli finché alfine sia aperto il libro dell’eternità». La conosceva bene Maria Antonietta Abenante che nella Città Eterna ha potuto leggere le sue ultime pagine, prima che una terribile malattia, con cui ha lottato duramente due anni, ne fiaccasse anche la vista e infine le spegnesse il respiro, nella tarda sera di giovedì 28 febbraio 2019. Di libri ella aveva riempito la sua vita, dagli anni del liceo in provincia di Crotone, dove era nata il 13 aprile 1969, a quelli dell’Università di Bari, dove si era laureata in Lettere, discutendo con Grazia Distaso un pionieristico studio sulla drammaturgia di Mario Luzi. Ma chi ha avuto il privilegio di starle accanto in gioventù e per molti anni (un privilegio che deve essere pareggiato oggi da un’infinita gratitudine) sa che la sua più profonda passione era la scienza del libro, a cui era stata avviata da Pietro Sisto. Leggi il seguito di questo post »

Emmanuele Francesco Maria Emanuele, PIETRE E VENTO

Pagine, Roma 2017

 

 

 

di Achille Chillà

Pietre e vento, titolo della raccolta poetica di Emmanuele Francesco Maria Emanuele, è una diade oppositiva che rappresenta regioni e ragioni dell’anima, forze in urto fra loro, stagioni della vita stessa: il vento, racchiude la metafora del moto, dell’elemento cinetico e vitale, che ingravida il mondo in viaggio perenne; al contrario, le pietre simboleggiano la stasi, il depositarsi della materia lungo il tragitto ultra-millenario della Terra ma anche, in riferimento all’esperienza umana, il solido approdo dell’uomo alla maschera sociale più adatta alla sopravvivenza. Leggi il seguito di questo post »

Basilico

 

 

 

di Valeria M.M. Traversi

Fabio Menga è nato nell’estate del 1974 nella sua amata città di Bari. Quando tornava ‘giù’ la prima cosa che faceva era una passeggiata sul lungomare, mangiando un pezzo di focaccia calda. La vita, il lavoro e, forse, anche un certo richiamo campestre lo avevano portato da molti anni ormai nella provincia di Siena dove ha letteralmente conquistato il cuore di studenti e colleghi delle scuole medie in cui ha insegnato Lettere con il suo entusiasmo, le sue idee e i suoi progetti sempre sostenuti da un altissimo senso del dovere e da un profondo rispetto per l’insegnamento. Una terribile malattia lo ha portato via il 5 novembre 2018. Il vuoto che ha lasciato è grande, ma solo apparente, perché la sua energia costruttiva, solare, propositiva continua a vibrare come sua eredità più vera e più autentica tra tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo. Un seme di questa sua rinnovata presenza è già nel sogno di un’amica e collega di antica data, offerto a «incroci» in forma di racconto. 

Oggi posso dormire qualche minuto in più, non ho l’ansia della prima ora. Sono passate da poco le sette e il profumo del caffè mi ha raggiunto fin sotto le coperte, mi stuzzica le narici, vorrebbe invitarmi al risveglio, ma non riesce a tentarmi fino al punto di farmi rinunciare al tepore del letto. Leggi il seguito di questo post »

Angelo Inglese, SI CHIAMERÀ ANGELO!

Sillabe, Livorno 2018.

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

Com’è noto, in Italia, e soprattutto in Puglia, la banda ha costituito a lungo, e fino a tempi recenti, il veicolo più efficace per la diffusione popolare della musica, per l’educazione all’ascolto e per l’apprendimento strumentale; non solo gli adattamenti della musica colta, ma anche un vastissimo repertorio specificamente composto per le bande sono stati per secoli la colonna sonora dei nostri territori, e non di rado dalle fila di questi complessi orchestrali sono usciti talenti destinati alla fortuna dei conservatori e della musica sinfonica, lirica o jazz. La copertina del libro di cui parlo in queste righe, oltre a restituirci un ritratto di colui cui si rende omaggio, il direttore e compositore molfettese Angelo Inglese senior (1918-1990), è anche una metafora di quello che la banda ha significato nell’Otto-Novecento: un intreccio carnale fra l’arte e la città, in cui si abolisce la distanza metafisica fra l’alto e il basso, il sublime e il mondano, e l’esperienza estetica diviene un incontro di corpi. Leggi il seguito di questo post »

Chiara Cannito, Corro

Quorum Edizioni, Bari 2018

 

 

 

 

di Francesco Brandi

Un giorno, qualcuno, in un lontano 2050, studiando sui libri di storia le vicende legate alla distruzione della Siria, terra antichissima, culla di una primissima civiltà comune Mediterranea, a sua volta origine della cosiddetta civiltà europea, che oggi ancora e stentatamente cerchiamo di costruire, dovrà riconoscere l’imperdonabile colpa delle masse di brave persone che dal privilegiato osservatorio dell’Occidente, distratte perché alle prese con le mirabolanti funzionalità dell’ultimo smartphone, con le prodezze circensi dei calciatori nella finale di Champions, con le trovate propagandistiche del più arguto dei populisti, non si sono accorti, letteralmente, dell’immane tragedia consumatasi poco di là dal mare, verso Est. Leggi il seguito di questo post »

Maria Grazia Palazzo, Andromeda

Quaderni del Bardo edizioni, Sannicola (LE) 2018.

 

 

 

 

di Carmine Tedeschi

La classicità continua a funzionare da inesauribile matrice di narrazioni, donandoci figure mitiche che consentono in ogni tempo di traguardare la Storia con occhi sempre nuovi. L’Andromeda del titolo è il prototipo della vittima innocente. Vittima due volte: prima della scriteriata madre che si vanta di essere più bella delle Nereidi, ninfe di Poseidone; poi vittima del padre che, per conservare il regno, obbedisce al dio istigato dalle ninfe e la espone ignuda sugli scogli in balia di un mostro marino. Lì la scorge Perseo, di ritorno dalla vittoria su Medusa, ne resta incantato e la libera, a patto però di poterne fare sua sposa. Come dire, un trofeo fra gli altri.  Leggi il seguito di questo post »

Bicicletta

viaggio in versi di Giuseppe Quaranta

con un biglietto d’accompagnamento di Lino Angiuli

 

L’autore di questo speciale tour, pugliese di Valenzano (Ba), è un giovane (classe 1983) ancora estraneo alle pubblicazioni cartacee, discretamente presente su qualche blog pur essendo da tempo devoto frequentatore della scrittura poetica. Comunque sia, la sua proposta risulta essere abbastanza fresca e “fischiettante” rispetto al “comune senso” della poesia oggi circolante in Italia grazie allo sforzo di creare un ponte corporeo tra il fuori e il dentro dello sguardo.

 

 

I SENSI DEL MARE

 

Guardare il mare è lasciare la terra.

L’odore marino

mi inebria come l’arrosto

del primativo in una cisterna.

Una pianta piena di auree azzurre

sbocca dall’onda.

Mi sbatte sui piedi

a martello di fabbro

su metallo

e poi si richiude

più svelto del deserto.

Il suo movimento è uguale

al neonato dopo il taglio

del cordone; una spinta infinita.

Un brusio di sangue che scappa

tra le mani della scienza,

qualcuno da non si sa dove scalcia

e ci pedala.

Capisco che uno va in viaggio,

ramingo per la terra;

tu non puoi andare verso il mare

ma il mare è uno zingarello

che conosce e fa mosse in tempo.

 

(Monopoli – Porto Rosso)

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di Daniele Maria Pegorari

A dicembre del 2017 informavo su «incroci» 36 della pubblicazione del terzo libro di un Cantico di lode che il poeta e studioso di filosofie e religioni orientali Gianfranco Longo va componendo dal 2015, e mi addentravo in un’articolata analisi numerologica della struttura e della metrica di quella parte dell’opera. Nello scorso settembre è uscito il quinto e ultimo libro, Shalom. Dettagli d’amore per ritrovarti (Wip, Bari 2018), per lo stesso editore che appena a gennaio dello stesso 2018 ne aveva curato anche la quarta parte. Questa volta tralascio di cercare un possibile disegno che motivi l’ordine e la distribuzione delle quasi 200 lasse rimate nelle cinque sezioni, nelle diciannove sottosezioni e negli ulteriori quaranta ‘capitoli’ che le compongono e taccio di fronte alla spiazzante relazione fra i titoli, i testi e i sofisticati suggerimenti di ascolto musicale che accompagnano ciascuno di essi. Leggi il seguito di questo post »

di Marc Tibaldi

Innanzitutto poeta, ma anche sociologa, musicista, editrice, Rita Pacilio articola questa identità molteplice con grande sensibilità, valorizzando la propria visione trasversale e concatenante. Le sue poesie e i suoi libri – in particolare Gli imperfetti sono gente bizzarra – sono stati tradotti in francese, spagnolo, arabo, rumeno, greco e hanno ricevuto importanti riconoscimenti in Italia e all’estero.

Quali sono stati i primi tuoi riferimenti di scrittura? Riesci a ricostruire a posteriori una genealogia?

Grazie a una bravissima insegnante, fin dalle elementari, mi sono appassionata ad Aldo Palazzeschi, e attraverso la sua poesia mi sono resa conto che la parola può essere arricchita di tanto senso emotivo, che è l’espressione più bella della musicalità insita nella natura e nel nostro corpo. Gli amori di scrittura degli anni successivi sono stati Pavese, Gatto, Cardarelli, e poi, fondamentale, è stato l’incontro con la sensibilità estrema di Dino Campana. Non riesco a trovare una genealogia tra la mia ricerca attuale e le letture di formazione. Attraverso lo studio della storia della letteratura mi sono lasciata rapire da scrittori e poeti molto distanti, da Shakespeare ad Artaud. Sento che dietro di me c’è un insieme molto diverso di riferimenti. Per esempio, penso che Pascal pur non essendo ricordato come poeta abbia fatto vera poesia, le lettere alla sorella Jacqueline, hanno una forte temperatura poetica, così pure le lettere di Grazia Deledda a Luigi Albertini, la stessa poesia che ritrovo nelle lettere di Kafka a Milena, dove ogni frase è visionaria. La poesia, per me, non è esclusivamente il verso, la metrica, e proprio da queste riflessioni ho concepito L’amore casomai, dalla possibilità di vedere la poesia nella costruzione sintattica della prosa, tenendo anche presente la ricerca di Caproni, Sanguinetti e altri che hanno spostato l’attenzione sulla prosa poetica. Leggi il seguito di questo post »

Francesco Tateo, PONTANO POETA

Edizioni del Rosone, Foggia 2017

 

 

 

 

di Francesco Giuliani

Francesco Tateo, per molti anni docente di Letteratura Italiana nella Facoltà di Lettere di Bari, che ha guidato a lungo come preside, ha da poco dato alle stampe un nuovo, stimolante volume dedicato all’umanista Giovanni Pontano. Lo studioso, com’è noto, ha concentrato i suoi interessi proprio sul periodo umanistico-rinascimentale e una nota del volume in questione ricorda che i suoi interventi pontaniani risalgono già al 1969, quando ha curato un’edizione critica del De magnanimitate, per l’Istituto Nazionale di studi sul Rinascimento. Ora, dunque, con questo Pontano poeta, che reca un esplicativo sottotitolo, Carmi scelti e frammenti con traduzione italiana, ha aggiunto un’altra tessera al mosaico dei suoi studi. In questo modo, ha messo in gioco non solo la sua indiscussa perizia di studioso, ma anche il suo orecchio di traduttore e di versificatore, affrontando una sfida non semplice. Leggi il seguito di questo post »

Onofrio Pagone, IO NON HO SBAGLIATO

Giraldi, Bologna 2016.

 

 

 

 

di Chiara Cannito

Un’affermazione dura perentoria, decisa, che durante la lettura del romanzo si comprende, motiva e sostanzia. La protagonista che Onofrio Pagone racconta magistralmente compie delle scelte nella sua vita che mai rinnega, mai ricusa, mai rimpiange. Io non ho sbagliato è tante cose insieme: tranche de vie, romanzo di formazione, autobiografia. È forte e fragile come la protagonista, sofferto e sorprendente nello stile, tenero e terribile nella trama. Giocando tra queste ossimoriche emozioni, si dipana la storia di una giovane rumena che scappa, incinta, dal suo paese per dare un futuro migliore a se stessa e al figlio nella città di Bari, dove già vive sua madre. E qui inizia il dramma. È una narrazione che mette i brividi, fa riflettere, apre il cuore, ma anche la mente. Tutto è racchiuso in quegli occhi della copertina: che aggrediscono con la loro dolcezza, che ti sfidano con la loro fragilità, che ti braccano con la loro muta richiesta di aiuto. Prova Pagone, e vi riesce bene, a contaminare generi e linguaggi, immagini oniriche e impietosi interni.

Proviamo a percorrere adesso la trama del romanzo descrivendola per ‘quadri’. Ad accompagnarci in questo tour è Marc Chagall.

Il violinista – 1911 Dusseldorf, olio su tela

Primo quadro: Il violinista, ovvero l’infanzia rubata.«Quella volta con Gheorghe fu bellissimo. Sentivo il vento nelle mie orecchie ed era come una voce amica che sussurrava […]. Nulla poteva presagire cosa ci sarebbe successo». Il violino che era stato per la giovane donna metafora di un amore adulto, capace di ridisegnare i destini incrociando vite e intrecciando sogni, si rivela un’illusione. La voce del violino getta la maschera: era bugiarda. False e ipocrite quelle dichiarazioni di amore eterno. Archiviata l’infanzia la giovane donna si trova a pensare il suo essere mamma. Contro tutti e contro tutto. Leggi il seguito di questo post »

QUASIMODO GIORNALISTA: UN’OCCASIONE DI RILETTURA NEL CINQUANTENARIO DELLA MORTE

 

di FRANCO  TRIFUOGGI

L’inevitabile concentrazione dell’attenzione generale sul cinquantesimo anniversario dei movimenti del 1968, ha fatto dimenticare, purtroppo, che quello è stato anche l’anno della morte di Salvatore Quasimodo. Prima che si chiuda il 2018 «incroci» vuole ricordare il grandissimo poeta siciliano con la presentazione di un libro di Carlangelo Mauro che del Premio Nobel 1959 è attualmente uno dei massimi studiosi italiani.

L’attività giornalistica di Salvatore Quasimodo presso il settimanale «Tempo», nella rubrica “Colloqui” dal 1964 al 1968, ha trovato in Carlangelo Mauro con il volume Rifare un mondo. Sui “Colloqui” di Quasimodo (Sinestesie, Avellino 2013) un interprete attento, puntuale ed incisivo. L’autore ha curato anche le edizioni integrali dei Colloqui (L’Arca e l’Arco, Nola 2012) e de Il falso e il vero verde (Sinestesie, Avellino 2015), gli scritti giornalistici di Quasimodo apparsi sul settimanale «Le Ore» dal 1960 al 1964. Mauro, autore di apprezzati studi sulla poesia petrarchista del Cinquecento e di lucidi saggi su poeti contemporanei come Fontanella, Volponi, Piersanti, Neri, Cucchi, De Angelis, ha colmato, così, una lacuna (scarsa, infatti, l’attenzione della critica sul Quasimodo giornalista e prosatore, tranne che sui Discorsi sulla poesia), mediante un regesto limpido ed esauriente degli interventi del poeta, sollecitato dai lettori, «su un’ampia gamma di argomenti culturali, sociali, letterari e artistici» caratterizzanti un periodo di «mutamenti epocali nel costume, nella cultura, nelle ideologie, nella politica». Se la parte più cospicua degli interventi riguarda i problemi dei giovani, la contestazione studentesca, il movimento beat, ampio spazio è tuttavia riservato alla questione dell’emigrazione dal Sud al Nord della Penisola, alle evoluzioni del costume nel settore della moda, della società, della condizione della donna, ai problemi posti dall’automazione e dalla cibernetica, e ad altri temi di attualità. Leggi il seguito di questo post »

è disponibile il nuovo numero di

 incroci

semestrale di letteratura e altre scritture

Lavorare manca

 

anno XIX, numero 38

luglio-dicembre duemiladiciotto

 

 

 

 

Da sempre, anche sotto forma di biblica condanna (“lavorerai col sudore della fronte”), la ‘fatica’ è considerata elemento consustanziale rispetto alla vita umana, tanto che la sua assenza o carenza viene ritenuta, a giusta ragione, causa di squilibri individuali e sociali, come del resto possiamo quotidianamente verificare in questa fase della vita nazionale, segnata dall’appannamento dello stesso concetto di lavoro, evidentemente determinato dalla svolta neoliberistica dominante da decenni, sotto forma di inguaribile crisi.

 [dall’editoriale]

 sommario ed editoriale del numero 38

Nefeli Misuraca, LA SOLITUDINE MAESTOSA. POESIE

prefazione di Guido Oldani, introduzione di Rita Pacilio, La Vita Felice, Milano 2018

 

 

 

 

di Giovanni Laera

La solitudine maestosa è l’opera prima di Nefeli Misuraca, dottoressa di ricerca in letteratura e docente in diverse università tra l’Europa e l’America. Si tratta di un esordio ponderato, consapevole, capace di offrire molteplici spunti di riflessione a chiunque voglia esplorarne in profondità il testo poetico. Non possiamo che concordare, dunque, con Guido Oldani che nella prefazione al volume parla di una raccolta «non accidentale, ma costruita su poesie che hanno un senso comune di appartenenza». Leggi il seguito di questo post »

Giovanni Verga, NOVELLE RUSTICANE

Edizione critica a cura di Giorgio Forni

Fondazione Verga / Interlinea, Novara 2016

 

 

 

 

di Francesco Giuliani

Per gli studiosi e gli appassionati di Giovanni Verga si tratta di un evento davvero importante: ci riferiamo alla pubblicazione dell’edizione critica delle Novelle rusticane, da poco in libreria per i tipi della casa editrice novarese Interlinea, a cura di Giorgio Forni, ricercatore dell’Università di Messina. L’iniziativa rientra nella nuova serie di volumi progettati per l’Edizione nazionale delle opere di Giovanni Verga, a cura della Fondazione Verga di Catania. Leggi il seguito di questo post »

Francesco Granatiero, VARDE.

POESIE IN DIALETTO GARGANICO DI MATTINATA

Aguaplano, Passignano sul Trasimeno 2016

 

 

 

 

di Sergio D’Amaro

Un caso davvero singolare di ricerca in quella lingua etnico-mitica che è il dialetto la offre ormai da molti anni Francesco Granatiero, originario del paese garganico di Mattinata. Succede poi, però, che tale ricerca è resa drammatica dalla dislocazione geografica dell’autore, trasferitosi fin dalla giovane età nell’universo urbano e industriale di Torino, cioè in una realtà quanto più lontana, per natura e cultura, dalla sua provenienza meridionale e contadina. Non si spiegherebbe altrimenti quel suo lessico che sembra inghiottire nei suoi suoni arcaici e misteriosi l’eco di un passato ancestrale, rivelando di quanto sforzo, di quanto sismico scuotimento psicologico deve essere capace l’immaginazione del singolo per resuscitare i fantasmi di un altrove che la coscienza è costretta a nascondere. Leggi il seguito di questo post »

 

Pietre Vive Editore, in collaborazione con le associazioni Pietre Vive e il Tre Ruote Ebbro, bandisce la sesta edizione del concorso di scrittura sociale Luce a Sud Est.

Come ogni anno, lo scopo del concorso è quello di promuovere una nuova lettura attenta e trasversale del Paese e di favorire l’accesso alla pubblicazione di scrittori impegnati su tematiche sociali.

È ammesso al concorso qualsiasi genere letterario (romanzo, racconti, poesie, reportage giornalistico, testo teatrale, ecc.) purché attinente al tema. Il vincitore sarà premiato con la pubblicazione della propria opera. La partecipazione al concorso è gratuita.

I manoscritti dovranno essere invitai entro il 31 gennaio 2019 a questo indirizzo: info@pietreviveeditore.it mettendo in oggetto: LUCE A SUD EST, e accompagnando il testo con la scheda di adesione scaricabile, insieme al bando, sul sito di Pietre Vive. Leggi il seguito di questo post »

Francesca Della Toffola, Accerchiati incanti

Edizioni Punto Marte, Borgo San Vittore gennaio 2018.

 

 

 

 

di Carmine Tedeschi

«La ragione è nemica d’ogni grandezza: la ragione è nemica della natura; la natura è grande, la ragione è piccola», afferma Leopardi nello Zibaldone (p.93). E dopo parecchie altre pagine: «L’arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura» (p.189-190). I tre elementi (ragione, natura, arte) messi a confronto in questi “pensieri” tornano ancora una volta a sfidarsi in un rapporto dialettico, e con un esito artistico che il poeta recanatese non poteva certo immaginare, in questo libro fotografico. Ammesso sia vero che l’arte non può superare la natura, è altrettanto vero che non smette mai di provarci, di competere con essa. Anche se spesso esagera e prevarica, scartando l’arte e affidandosi unicamente alla tecnica, l’essere razionale che è l’uomo ha assolutamente bisogno di questo sforzo. Leggi il seguito di questo post »

Antonio Lillo

LA NOSTRA VOCE NON SI SPEZZA

Stilo Editrice, Bari 2018.

 

 

 

 

di Giovanni Laera

Alcuni lettori accoglieranno con stupore la notizia che il nuovo libro di Antonio Lillo non è una raccolta di poesie. Lillo ha saputo costruirsi negli anni una meritata fama di poeta, cui va aggiunto il lavoro da direttore editoriale di Pietre Vive, giovane e preziosa realtà dell’editoria pugliese. La nostra voce non si spezza segna un nuovo corso nella carriera letteraria di questo scrittore. La poesia viene infatti momentaneamente messa da parte per la prosa di nove brevi – talora brevissimi – racconti da leggere tutti d’un fiato e poi rileggere con attenzione, per comprendere appieno quelle voci che chiedono asilo ai nostri sogni di lettori. Leggi il seguito di questo post »

Anita Piscazzi, ALBA CHE NON SO

CartaCanta, Forlì 2018

 

 

 

 

di Giovanni Laera

   «Di che è mancanza questa mancanza, / cuore, / che a un tratto ne sei pieno? / di che?», si chiedeva Mario Luzi in Sotto specie umana. Questi versi interrogano anche il cuore di Anita Piscazzi e di tutti i lettori del suo ultimo libro di poesie Alba che non so, vincitore del Premio InediTO – Colline di Torino 2017. Un cuore insaziabile, grondante di tenerezza, quello dell’autrice, ma anche un cœur volé, rubato e rimbaldianamente ferito dalla tragicità dell’esistenza. Come agire, allora? Cosa cantare in questa disperata ricerca dell’altro «dentro tutte le disarmonie del mondo»? Leggi il seguito di questo post »

Mariella Sciancalepore, TERGIVERSO. PAROLE NEI CORRIDOI

Grecale Edizioni, Bari 2018

 

 

 

 

di Giovanni Laera

L’ultima raccolta poetica di Mariella Sciancalepore, insegnante e cercatrice di poesia, si addentra nei corridoi della malattia, esplorando con sincerità ogni meandro, ogni singolo cantuccio di dolore. In questa audace operazione gli occhi della poetessa restano aperti, la lingua non teme l’espressione franca, i piedi – benché esitanti – non cessano di andare.

   L’autrice è anche insegnante certificata del Metodo Caviardage, che consente di ricavare una poesia da una pagina di testo annerendo le parole che non vengono usate nella composizione poetica. Tale metodo, che pure in Tergiverso cede il passo alla poesia tradizionale, torna utile in chiave critica per analizzare i versi e il linguaggio dell’intera raccolta. È come se la poetessa, partendo dalle pagine della propria vita, avesse annerito la moltitudine di parole che vorticano nei pensieri angosciosi del malato, riducendo la lingua alla scarna essenzialità del dettato poetico. Leggi il seguito di questo post »

Antonio Tricomi, CRONACHE LETTERARIE

Galaad, Giulianova (TE) 2017

 

 

 

di Sergio D’Amaro

Un nuovo libro di Antonio Tricomi, docente di Letteratura all’Università di Urbino, è sempre benvenuto per il carattere criticamente provocatorio della sua scrittura, caratterizzata anche da una sintassi che sorprende per le sue stratificazioni argomentative densamente strutturate. Il suo è un tipico esercizio di critica militante, impegnata a collegare i libri analizzati con la vita e con la storia circostanti per cavarne la temperatura culturale dei tempi correnti e per sapere se c’è un futuro migliore per la letteratura (è da dire che Tricomi è anche dedito alla critica cinematografica, altra sensibile cartina al tornasole). Leggi il seguito di questo post »

Sandra Lucente, ITINERARI MATEMATICI IN PUGLIA

Giazira, Noicattaro 2016

 

 

 

 

di Pasquale Vitagliano

«E mi sono condotto di conseguenza. La nozione di Dio mi sembra una nozione infima, e volgare quanto quella di un triangolo. Dio o un triangolo per me sono uguali. Mi impongo di dimostrarli e poi me ne lavo le mani», sono le parole provocatorie del filosofo Manlio Sgalambro (Etica del capriccio, in «MicroMega», supplemento al n. 1/97). Tradotte in termini più devoti potremmo dire che, sì, Dio è proprio come una figura geometrica, un triangolo appunto; esiste ma non possiamo toccarlo materialmente. E il poeta Leonardo Sinisgalli (Natura calcolo fantasia in «Pirelli», IV, n. 3, giugno 1951) scrive che «la Scienza e la Tecnica ci offrono ogni giorno nuovi ideogrammi, nuovi simboli, ai quali non possiamo rimanere estranei o indifferenti, senza il rischio di una mummificazione o di una fossilizzazione totale della nostra coscienza e della nostra vita. […] Scienza e Poesia non possono camminare su strade divergenti. I Poeti non devono aver sospetto di contaminazione. Lucrezio, Dante e Goethe attinsero abbondantemente alla cultura scientifica e filosofica dei loro tempi senza intorbidare la loro vena. Piero della Francesca, Leonardo e Dürer, Cardano e Della Porta e Galilei hanno sempre beneficiato di una simbiosi fruttuosissima tra la logica e la fantasia (…»). Leggi il seguito di questo post »

Daniela Marcheschi (a cura di), LETTERATURA E PSICANALISI

Marsilio, Venezia 2017.

 

 

 

di Claudio Toscani

Avviene all’apparire delle intelligenze più vivide e attive oltre che culturalmente laminate da anni di vaste letture e diramate conoscenze, che ribadite convinzioni e attestati percorsi vengano rivisti o ridimensionati. Questa la più manifesta cifra del libro che raccoglie gli Atti di un convegno internazionale, tenuto a Lucca tra il 24 e il 25 febbraio 2012, promosso dalla Fondazione Dino Terra sui rapporti tra Letteratura e Psicanalisi, sotto la direzione scientifica della saggista Daniela Marcheschi, che ne ha poi curato la pubblicazione. Leggi il seguito di questo post »

Stefano Lanuzza, ’900 OUT. SCRITTORI ITALIANI IRREGOLARI

Fermenti, Roma 2017.

 

 

 

 

di Sergio D’Amaro

Come esiste una letteratura coralmente riconosciuta e gratificata, così ne esiste un’altra specie, in Italia, emarginata e innamorata dell’oblio. Destini diversi che decidono quanto un autore pesi sulla bilancia del critico e nel portafoglio dell’editore. È una dimostrazione, anche, di quanto l’abilità nel sapersi adeguare a formule stereotipate (magari suggerite dalle fiorenti scuole di scrittura) e nel cogliere opportunità di successo immediato, legato alle dinamiche di mercato, abbia il suo peso nel farsi amare dalla Fama. Leggi il seguito di questo post »

Carlangelo Mauro, LIBERI DI DIRE. SAGGI SU POETI CONTEMPORANEI (seconda serie)

Edizioni di Sinestesia, Avellino 2017

 

 

 

 

di Carlo Cipparrone

Liberi di dire, il più recente libro di Carlangelo Mauro, è una raccolta di saggi dell’estensione di circa trecento pagine, riguardante quattordici poeti contemporanei di diversa età e tendenza, pubblicato nella collana “Biblioteca di Sinestesie” in prosecuzione al progetto dell’autore di riunire i propri scritti critici sulla poesia (sparsi in riviste e atti convegnistici), concretizzatosi nel 2013 con l’avvio di un primo libro dal medesimo titolo, edito dalla stessa editrice. Leggi il seguito di questo post »

è disponibile il nuovo numero di

 incroci

semestrale di letteratura e altre scritture

Concerto

 

anno XIX, numero 37

gennaio-giugno duemiladiciotto

 

 

 

 

Per quanto arduo e complicato, sarebbe invece il caso di tentare un’inversione di rotta, prendendosi la briga di frugare in cerca di qualche sia pure elementare certezza (‘minima moralia’, se si vuole), che possa fungere da lampara dentro il crepuscolo delle idee.

Un dialogo abbastanza praticabile ‒ ad esempio ‒ ci pare essere quello che da sempre intercorre tra musica e letteratura, laddove entrambe queste manifestazioni siano sostenute dalla necessità di esprimere l’umano troppo umano che cerca di dirsi e di dire. Intorno a questo dialogo e alla sua concertazione si è andato costruendo questo numero di «incroci» (la parola stessa lo dice!) all’insegna del consueto modulo interattivo che da sempre ne costituisce e rappresenta lo stigma.

 [dall’editoriale]

 sommario ed editoriale del numero 37

Luigi D’Alessio, Louis

postfazione di Valentino Fossati, RPlibri, San Giorgio del Sannio 2017, pp. 112

 

 

 

 

di Giovanni Laera

Il protagonista eponimo di Louis, ultimo lavoro poetico di Luigi D’Alessio, è un nullafacente. O meglio, Louis è il tipo di nullafacente che tutti noi vorremmo conoscere. La sua unica occupazione consiste nel restaurare l’inconscio, mentre vaga da un bar all’altro o fotografa porte chiuse, innamorandosi perdutamente di una donna che è un sogno in carta ed ossa. Un detective selvaggio sulle tracce di libri, arte e musica, un funambolo della parola, un abitatore del tempo. Di lui, come dell’autore, non si conosce l’età.

   Louis prende il nome dal Louis Waters del romanzo Le nostre anime di notte di Kent Haruf, da cui D’Alessio trae anche i numerosi «Louis disse, Louis andò…» sapientemente sparsi nel libro. Ma è la poesia ad avvicinare Luigi a Louis, alimentando il confronto tra l’autore e il suo personaggio. Un rapporto, il loro, più simile all’apprendistato che alla semplice amicizia. Perché Luigi e Louis si nutrono entrambi di versi altrui e lo fanno all’interno di una dinamica intertestuale fitta e manifesta, in cui la citazione si configura come polo di attrazione e insieme sviluppo della vicenda narrata. Saranno dunque i diletti Corso, Eliot, Montale, Kemp, Rosselli, Cvetaeva a scandire il rapporto amoroso tra Louis e la sua donna e, contestualmente, il dialogo che si stabilisce tra il protagonista e l’io narrante. Leggi il seguito di questo post »

 

LA FIASCA ROTTA DICE: NON MI AVETE FATTO NIENTE.
“IL BUIO E L’IBISCO”, IL NUOVO LIBRO DI DAVIDE RONDONI

In occasione di un «aperitivo con Davide Rondoni» domenica 29 aprile, ore 11,30, presso la libreria di poesia Millelibri (Bari, via dei Mille, 16) in cui l’autore leggerà “Il buio e l’ibisco. Parole per la fiasca rotta del Maestro di Forlì” (CartaCanta, Forlì 2017), pubblichiamo una nota interpretativa di Daniele Maria Pegorari.

Uno dei libri di Rondoni che più ho amato è quel Compianto, vita (Marietti, Genova-Milano 2004), ispirato a un suggestivo gruppo marmoreo in terracotta, rappresentante la deposizione di Cristo, opera di Niccolò dell’Arca (noto anche come Niccolò da Bari, 1435 ca.-1494) e conservato nel centro di Bologna, nella Chiesa di Santa Maria della Vita. Il poeta romagnolo torna oggi a dedicare i suoi versi a un’opera d’arte, una misteriosa e anonima natura morta dipinta probabilmente fra il 1615 e il 1620 ed esposta nella Pinacoteca civica dei Musei San Domenico a Forlì. Ci sono almeno un paio di analogie fra le due intense operette ‘d’occasione’, per così dire, di Rondoni: la prima è che entrambe le opere d’arte paiono custodire il segreto di un dolore che la forma sa esprimere con forza eppure rinvia a una zona perennemente esplorabile, mai acquisita una volta per tutte. La scena sacra di Niccolò, quasi sulle soglie del cosiddetto Rinascimento (una nozione culturale, in fondo, piuttosto ideologica e fuorviante), vede alcune delle sei figure contorcersi nell’indicibilità del lutto, resistendo all’imperativo dell’armonia e della sublimazione, che sarà invece il tratto fondamentale del secolo che verrà; il fiasco dal collo malamente spezzato e dallo spesso cordame come impazzito e ingovernabile pretende che si immagini un passato di violenza o di errore (l’oggetto sarà stato scagliato o sarà sbadatamente caduto di mano) che sfugge al controllo accademico della composizione da studio. Leggi il seguito di questo post »

Joseph Tusiani

IN UNA CASA UN’ALTRA CASA TROVO

Bompiani, Milano 2016

 

 

 

 

di Francesco Giuliani

Dal 1988 al 1992 Joseph Tusiani ha dato alle stampe, per i tipi di Schena di Fasano, una trilogia narrativa autobiografica. I tre volumi, intitolati rispettivamente La parola difficile, La parola nuova e La parola antica, formavano un corpus di circa mille pagine, offrendo un’imponente e significativa testimonianza degli effetti prodotti sul protagonista e sui suoi familiari da un evento dirompente e insieme persino banale, almeno in certi periodi e in certe aree geografiche, quale l’emigrazione. Sono dei libri che ancor oggi si leggono con interesse, ma che, nello stesso tempo, presentano dei vistosi difetti, rappresentati soprattutto dall’eccesso di notizie e di informazioni, che portava Tusiani ad affiancare dati rilevanti a pagine di interesse esclusivamente familiare o locale, che talvolta davano persino l’impressione di immodestia e di gratuita ostentazione. Tra tante parole, insomma, si perdeva il senso dell’operazione, il motivo per il quale un compito e raffinato intellettuale come Joseph Tusiani aveva scelto di rivolgersi al lettore. Leggi il seguito di questo post »

ILARIA CROTTI, Lo scrittoio imaginifico. Volti e risvolti di d’Annunzio narratore

Avellino, Edizioni Sinestesie, 2016

 

 

 

 

di Paolo Leoncini

Il libro di Ilaria Crotti si pone tra i più significativi contributi dannunziani degli ultimi decenni. Raccoglie sei saggi, di cui cinque pubblicati tra il 1991 e il 2013, in riviste e in volume, ed uno inedito: Promenades visive e itinerari stilistici dei notturni veneziani («… i ben quattro attraversamenti di Venezia [nel Notturno], processioni luttuose che privano la forma promenade dei suoi tratti culturalmente ameni e socialmente dilettevoli per convertirla in una sorta di processione misterica, di sacra rappresentazione e di danza macabra», p. 141): il primo, Per una retorica dello sguardo, del 1991, e l’inedito, costituiscono uno dei nuclei della finissima perlustrazione della studiosa, su un ambito interagente e complesso, come quello dannunziano: il nucleo dello sguardo, della percezione visiva; l’altro nucleo è costituito dai sondaggi ipo-intertestuali sulla citazione e sull’autocitazione: entrambi i nuclei (il ‘visivo’ e la ‘citazione’) sono sottesi da riconoscimenti nettamenti sincronici: lo cogliamo già nella nota incipitaria, quando l’Autrice afferma che «Una delle problematiche più avvertite investe i nessi […] tra l’eclatante esordio narrativo del Piacere e lo sperimentalismo della prosa notturna, nell’ipotesi di lavoro che lo sguardo autoanalitico e atemporale dello scriba egizio [nell’incipit del Notturno] e la sua ‘arte nuova’ animino già le forme dell’attenzione spasmodica onnivora che persegue (e perseguita) la sagoma di Sperelli» (p.9). Leggi il seguito di questo post »

rotativa1

di Carmine Tedeschi

 

Ambra Simeone, Opinionistica, Limina mentis, Villasanta, 2017

Versi lunghi, andamento monologante a tratti autistico, ritmo prosastico e colloquiale, insistente ritorno sopra uno stesso argomento: questi i tratti che balzano subito all’occhio in prima lettura. Sembrano inviti alla riflessione, invece non ci metti molto ad accorgerti che ti sta arrivando qualcosa di corrosivo dietro quel parlare innocente, per frasi fatte e concetti stracotti. L’ironia, il sarcasmo sono i toni dominanti. I bersagli in primo piano sono appunto il linguaggio del conformismo quotidiano, il parlare per imprinting televisivo o per virulenze di rete; la chiacchiera nel web e la smania di apparire, purché ben in linea con filosofie d’accatto; il vuoto esistenziale non cosciente, rassegnato, privo d’angosce intellettuali; l’incomunicabilità, ma non attraverso il silenzio bensì con piogge di messaggini sui social, fatti di parole logore, prive di senso, perfettamente inutili.  Leggi il seguito di questo post »

Giuseppe Pontiggia, DENTRO LA SERA. CONVERSAZIONI SULLO SCRIVERE

Belleville, Milano 2016.

 

 

di Sergio D’Amaro

È noto che Giuseppe Pontiggia possedesse una biblioteca di 35 mila volumi. Era quel che si dice un mostro di erudizione e col tempo era diventato soprattutto un brillante dispensatore di saggezza. I suoi libri più noti, da La grande sera (1989) a Vite di uomini non illustri (1993) a Nati due volte (2000) avevano meritato i premi più importanti (Strega, Campiello, Flaiano), eppure Pontiggia non si era mai allontanato da un’idea di letteratura che rispondesse alla domanda che tanti si pongono di fronte al raggiungimento del successo: qual è il quid incomprensibile di un’opera che permette di guadagnare il favore della critica e del pubblico? Di fronte a un’opera letterariamente alta dobbiamo credere che sia il risultato di una dote naturale o di un’attenta elaborazione testuale? Leggi il seguito di questo post »

Amedeo Anelli, OLTRE IL NOVECENTO. GUIDO OLDANI E IL REALISMO TERMINALE

Libreria Ticinum, Voghera 2016

 

 

 

 

di Margherita Rimi

Il libro Oltre il Novecento contiene due interviste e sei poesie inedite di Guido Oldani e un saggio critico di Amedeo Anelli. Il tema conduttore dell’intero volume, come indicato nel titolo, è la poetica del Realismo terminale che Oldani teorizza. Nell’introduzione esplicativa, Anelli sottolinea, sin dall’inizio del saggio, la propensione al realismo del poeta che non si disgiunge dai valori etici. Così scrive Anelli: «I fatti mettono radici in una poetica realistica, in cui etica ed estetica sono in mutua tensione ed in cui il piano etico e l’indignazione morale e la reazione, anche ironica e sarcastica, sono in dominante sugli altri piani» (p. 15). Leggi il seguito di questo post »

Giuseppe Rosato, IL MARE

Di Felice, Martinsicuro (Te) 2016

 

 

 

 

di Sergio D’Amaro

Giuseppe Rosato, in tanti anni di operosa attività poetica (sia in lingua che in dialetto), ci ha abituati al suo passo di esperto viandante esistenziale. Sappiamo che quando smette la sua penna satirica, si fa coinvolgere completamente in un’altra dimensione, fatta di profonde risonanze sentimentali e di acute inchieste memoriali. È successo, poi, che dopo la morte della sua amata consorte, Tonia Giansante, anch’ella scrittrice, Rosato abbia come di più sentito il limite del tempo, ma anche l’invito a sconfinare in un altrove che tende inutilmente a voler assumere una sembianza riconoscibile. Leggi il seguito di questo post »

La “Medea” di Andrea Cramarossa: 

un’ipergeometria delle relazioni.

 

di Fabiana Mercadante

Nell’imminenza del terzo anniversario della scomparsa di Nicola Saponaro, morto il 24 gennaio 2015 all’età di settantanove anni, pubblichiamo la recensione classificatasi al secondo posto del Premio di Critica e Storia del Teatro under 35 intitolato alla memoria del grande drammaturgo; l’iniziativa era stata fortemente voluta dal cutamc (Centro interuniversitario per il Teatro, le Arti visive, la Musica e il Cinema) dell’Università di Bari, dall’Associazione “Attraverso lo spettacolo” e dalla Biblioteca del consiglio regionale della Puglia “Teca del Mediterraneo” (che custodisce il prezioso Archivio privato donato da Saponaro). L’autrice, Fabiana Mercadante, è direttrice artistica di “Flooding lab – Collettivo di sperimentazione sulla narratività e i linguaggi della contemporaneità”. Il blog di «incroci» aveva già ospitato la recensione di Irene Gianeselli classificatasi al primo posto della sezione “Recensione”, mentre nel prossimo fascicolo della rivista (giugno 2018) apparirà il saggio di Marica Mancini risultato vincitore nella sezione “Saggio inedito sulla storia del teatro”.

 

La capacità di un segno di contenere in nuce un’informazione sul suo contrario è una delle qualità più affascinanti di un atto comunicativo. In questo senso il gioco delle risonanze di un figurante visivo o sonoro sulla percezione del destinatario di un’opera teatrale viene a svilupparsi intorno alla possibilità di costruire ampi spazi di negoziazione del senso. A partire da ciò incontra stimoli lo spettatore, nell’interpretare un’opera che non offre rifugio e appiglio nella parola, ma che tesse, per il suo sentire, una pura grammatica del suono e una corpometria dello spazio. È il caso della Medea del regista barese Andrea Cramarossa, un’opera che rinunciando al potere della parola, ci pone di fronte all’irruzione del logos (e del linguaggio che lo incarna) entro la logica del corpo e delle percezioni, per ridefinire tempi e modalità espressive del gesto, del suono e soprattutto dello spazio. Leggi il seguito di questo post »

Carlo Di Lieto, Chi ha paura della psicoanalisi?

Genesi Editrice, Torino 2016

 

 

 

 

di Antonio Filippetti

Il titolo di questo nuovo saggio di Carlo di Lieto è di per sé particolarmente intrigante e sulle prime addirittura fuorviante; esso infatti sembra per così dire voler giocare sulla scienza freudiana e invece è un attento e lucido esame della letteratura italiana analizzata appunto col registro della esegesi psicanalitica. Il titolo è in realtà un ‘espediente’ letterario in quanto rimanda a un famoso testo teatrale di Edward Albee, Chi ha paura di Virginia Woolf, laddove il nome stesso della grande scrittrice viene accostato al lupo della famosa filastrocca. E quasi per esorcizzare un’oscura prevenzione, anche il lettore viene invitato a non avere timore di affrontare l’analisi critica della letteratura da un’‘altra’ visuale; Di Lieto ci propone cioè un’interpretazione particolarmente stimolante e per molti aspetti inedita. Leggi il seguito di questo post »

è disponibile il nuovo numero di

 incroci

semestrale di letteratura e altre scritture

Utopìa

 

 anno XVIII, numero 36

luglio-dicembre 2017

Un’intera generazione di scrittori in questi anni sta toccando la soglia dei settant’anni […]. Perlopiù gagliardi signori ed eleganti signore in buona forma, i settantenni d’oggi paiono esprimere, con la loro protratta giovinezza, il sogno che li ha accompagnati a vent’anni: quello di un mondo migliore, più democratico, più dinamico, più moderno, che si sarebbe realizzato con una pacifica rivoluzione. Una rivoluzione dei costumi e della cultura che quei giovani andavano realizzando (o credevano di realizzare) a partire dal ‘maggio odoroso’ del Sessantotto e dal decennio successivo.

Per questo augurare ‘buon compleanno’ a quelle donne e a quegli uomini – e in particolare a coloro che hanno affidato la forza della loro utopia alla scrittura creativa, alla ricerca e all’insegnamento – significa anche parlare del Sessantotto, di cui per tutto il 2018 si ricorderà il cinquantesimo anniversario.

 [dall’editoriale]

 

Cesare Viviani, OSARE DIRE

Einaudi, Torino 2016

 

 

 

 

di Claudio Toscani

Provoca sin dal titolo, Cesare Viviani, in quest’ultima sua raccolta: Osare dire. Perché si mette nella posizione di chi azzarda la parola poetica come nudo nome di fronte all’ostentata eloquenza del mondo, di chi ci ricorda il silenzio dell’universo al di sopra del nostro frastuono quotidiano, di chi oppone la parte oscura, segreta, del segno creativo e della scrittura, a tutte le inesorabili rivelazioni della scienza e della tecnica.

Parecchio osa dirci Viviani: se non di nuovo, di inatteso; se non di ignoto, di dimenticato; se non di perturbante, di ultimativo. Talvolta ci mette l’‘io’, se può testimoniare in proprio, come per significare di esserci passato lui stesso nei frangenti pratici o ideali di cui parla; più raramente la ‘terza persona’, quasi per chiedere ad altri di collaborare al ventaglio delle enunciazioni; spessissimo il ‘noi’, un io allargato, un io a nome di tanti altri, e allora diventa filosofo e conoscitore della vita, con punti di vista sulle cose ultime, senza vanto ma per verticale ascolto della realtà, libere associazioni e connessioni di senso. Leggi il seguito di questo post »

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi 

Chiarelettere, Milano 2017


 

 

 

 

di Franco Sepe

La poesia di Franco Arminio, come del resto anche un po’ tutta la sua produzione prosastica, muove dal concreto. Precisamente dalla terra, dal corpo. Terracarne è infatti il titolo di un suo fortunato volume che presenta al lettore le sue escursioni-riflessioni di viaggiatore minimalista attratto da paesi e villaggi di un Sud che in realtà già conosce bene, luoghi in gran parte divenuti obsoleti dove non è più la miseria a regnare ma la desolazione. Autodefinitosi paesologo, Arminio, nativo dell’Irpinia orientale, ha informato la sua vita e la sua opera a un minuzioso lavoro di ricerca sul campo (“Quando voglio stare bene al mondo / io so dove andare: / devo andare in un paese a parlare / con i vecchi”, p.38), che coincide con la sua missione di cantore di una “Bellissima Italia annidata sull’Appennino” (p.21). Un’Italia che si sta sgretolando sotto i colpi dell’incuria e dell’indifferenza, un’Italia che si sta spopolando (“Certi paesi diventano come quei bar / in cui campeggiano, in polverose bacheche di vetro,/ vecchie merendine: i clienti se ne vanno altrove / e il barista non rinnova la merce”, p.25). Leggi il seguito di questo post »

                                      

Bachi Dardani, Un segreto ancora

Il Nuovo Melangolo, Genova, 2015, 96 pp.


 

 

 

 

di Marta Lentini

La raccolta di questo giovane genovese, da tempo a Milano, Bachi Dardani comprende 48 liriche, divise in tre parti: I miei segreti, Quotidiane e Miraggi meridiani, precedute da altre due poesie.

Il “segreto” è il motivo dominante della ricerca poetica di Dardani, il segreto da scoprire ancora, il segreto che è progetto stesso di vita, luce da perseguire, attimo da afferrare, proprio per cercare il senso stesso della vita, pur nella fatica e noia del vivere. E così il segreto ci fa intravedere l’apertura di mondi inesplorati, la possibilità di percorrere sentieri imbattuti dove ci guida solo l’immaginazione, che ci arricchisce di misteri, di miraggi, nobilitando il nostro quotidiano e dando un senso alla nostra angoscia, ma pure ci rafferma negli affetti del quotidiano, piccola ancora dove l’attimo solo si fa eterno. Leggi il seguito di questo post »

Pietre Vive Editore, in collaborazione con le associazioni Pietre Vive e il Tre Ruote Ebbro, bandisce la quinta edizione del concorso di scrittura sociale Luce a Sud Est.

Duplice lo scopo del concorso: promuovere l’editoria etica, di denuncia o di promozione, per diffondere una nuova lettura attenta e trasversale del Paese; favorire l’accesso alla pubblicazione di giovani scrittori impegnati su tematiche sociali.

Il concorso è aperto a tutti, senza limiti geografici o di età. È ammesso al concorso qualsiasi genere letterario (romanzo, racconti, poesie, reportage giornalistico, testo teatrale, ecc.) purché attinente al tema. Il vincitore sarà premiato con la pubblicazione della propria opera. La partecipazione al concorso è gratuita. Leggi il seguito di questo post »

Luigi Ianzano, Spija nGele

Caputo Grafiche, Borgo Celano (Fg), 2016, 62 pp.

 

 

 

 

 

di Marta Lentini

Spija nGele (Scruta il cielo) è una raccolta di poesie scritte da Luigi Ianzano, docente di scienze giuridico-economiche di San Marco in Lamis (Fg), che usa l’idioma sammarchese come lingua poetica, utilizzando il metodo della grafia DAM, comunemente accettato per la trascrizione dei dialetti alto-meridionali, e corredando tutte le poesie di traduzione italiana a piè di pagina.

La novità e il fascino della scrittura di Ianzano risiedono nella sua capacità di superare con la sua poesia il quotidiano e di porsi come poeta verace, ispirato da un idioma di cui sente e esalta la sacralità, la nobilissima ancestralità, il musicalissimo e spirituale riverbero dell’animo affannato o rasserenato nel magma dell’esistenza, o ripiegato su se stesso nella ricerca del significato dell’esistenza stessa, o annegato nella ricerca dell’infinito, forse proprio quello ‘oltre la siepe’, guardando oltre ‘l’ultimo orizzonte’.  Leggi il seguito di questo post »


Per maggiori informazioni: http://www.scattidipoesia.it/

liberodelibero

Comunicato stampa

Il fuoco accende la IV edizione del Festival poetico ‘verso Libero’.

La rassegna che si terrà a Fondi il 30 settembre e 1 ottobre 2017. Uno sguardo sull’opera di de Libero e sulla poesia tra musica, teatro e arte

 

Saper vedere, mettere a fuoco. Una città è stata messa a ferr’e fuoco. A fuoco una vittima, la parola, la vita. Brucia qualche cosa dentro. Arde la brace delle nostre azioni, la passione accende i nostri passi. La metafora del fuoco è onnipresente nell’opera di Libero de Libero «e di cenere odora / la stanza chiusa del cuore». La fiamma della poesia è sempre accesa nell’opera che resiste al tempo. Esistere è non smettere di divampare.

Queste righe vogliono spiegare in parte perché sia stato scelto “Mettere a fuoco la parola” come slogan della IV edizione del Festival poetico ‘verso Libero’ ideato dall’associazione “Libero de Libero”. Gli eventi si terranno tutti all’interno del complesso di San Domenico da sabato 30 settembre a domenica 1° ottobre 2017. Leggi il seguito di questo post »

Marcello Ariano, Avanzi di brace

Ed. Tabula fati, Chieti, 2017

 

 

 

 

di Carmine Tedeschi

Man mano che avanza la lettura, una lirica tira l’altra, hai l’impressione di accelerare per correre incontro alla chiusa. Cosa che avviene solo nella narrativa più attraente. Segno inequivocabile della presenza di un’architettura ponderata, discreta ma salda, in quest’ultima svelta raccolta di Ariano.
Tre sono le componenti su cui poggia l’intero colloquio poetico col lettore e che segnano un percorso nel testo, diramandosi qua e là in aggiunte di temi intrusivi come succede alle improvvise associazioni di idee in un discorso strutturato. La prima componente è la coscienza del tempo, il suo trascorrere, la sua registrazione nella memoria in quanto vissuto, la sua rievocazione espressa nella scrittura poetica. La seconda tematica è rappresentata dai luoghi, che acquistano fisionomia reale (vengono chiamati con nomi veri) e nello stesso tempo trasognata, modificata dal filtro dei ricordi e confrontata a quella di oggi. La terza, infine, sono le persone in vario modo e in vario grado legate alla vita dell’io poetante. Leggi il seguito di questo post »

Gabriella Cinti, Madre del respiro                         

Moretti e Vitali, Bergamo, 2017, 160 pp.

 

 

 

 

di Marta Lentini

Questa raccolta di poesie di Gabriella Cinti, mitografa, saggista e voce essa stessa della poesia lirica greca, nasce forse dall’ esigenza di scavare ancor più nell’oggetto della propria inesausta e inesauribile ricerca letteraria e filosofica, non solo facendosene cantatrice appassionata, ma inglobandolo nella propria storia, e facendo così, di un vissuto che si è studiato nella sua appartenenza ad altri e antichi tempi, ad altri e mitologici saperi, il proprio vissuto, rivivificato dalla urgenza di dirsi e di rivelarsi. Leggi il seguito di questo post »

Aldo Gerbino, Comete mercuriali, piume. Taccuino poetico (2007-2015)

Algra Editore, Catania, 2016,132 pp.

 

 

 

 

 

di Marta Lentini

Aldo Gerbino, ovvero ‘la poesia dappertutto, perché tutto è poesia, ma la poesia non disvela il tutto’: critico d’arte e di letteratura, filosofo, saggista, e pur scienziato, docente universitario a Palemo, città dove vive e lavora, di Istologia e Embriologia, è poeta da sempre, è poeta del tutto, perché la Poesia è dappertutto, colla sua cadenza irta eppur catartica, con la sua difficile ‘dizione’, con la sua cantabilità perduta.

Poesia a volte spietata come la cronaca nera, a volte, e perlopiù, lieve come un soffio fugace, che disvela le cose facendone ritmo puro ma ‘difficile’, nel perenne contrasto tra binario e ternario, tra ‘metro’ e verso, tra silenzio e urlo, e così parole si intrecciano contro parole, quasi per togliere significato alle cose (e alle parole) stesse, e le cose sono nomi, immagini, che si fanno cavie inconsistenti di una realtà quasi parallela a se stessa, una immagine senza specchi, dove non ci si può riflettere, ma alla quale si può sfuggire attraverso un non-ritratto, creando una nuova prospettiva, quella di un’intimità diversa, autonegantesi nello scorrere quotidiano della vita: ‹‹L’inganno è nelle cose, più se quelle certe/ assodate; così più le parole che riposano/ coperte da ghiacci stellari da aguzze voci/ laccate da rancori. Parole e cose che / ripostano ad amari colloqui, incomprensioni/ solitudini, spietatezze…›› (p. 67) Leggi il seguito di questo post »

Gerardo Trisolino, Odio Ménière.

Ed. Manni, Lecce, 2017.

 

 

 

 

di Carmine Tedeschi

Emana un delicato profumo di fresco e un buon sapore casalingo da questa scrittura poetica che veicola, con uguale leggerezza, vissuto privato e tematiche di pubblico interesse.

Privo dei contorcimenti simbolistici che costringono il lettore al gioco del nascondino, privo anche dello sguardo autistico sull’io imperante in tanta lirica novecentesca, in questo snello libretto Trisolini guarda a se stesso e al proprio vissuto con occhio divertito ed ironico, e sempre in relazione a qualcuno o a qualcosa, sia nella dimensione privata che in quella pubblica.

Anche i sentimenti più intimi, come l’amore (Amore in cinque tempi, la prima lirica), prendono subito consistenza di immagini concrete, di azioni compiute o da compiere, sicché i sogni non restano sogni, ma diventano vita: consapevoli scelte di vita, atteggiamenti, comportamenti riversati nel quotidiano. Gesti consueti, ma non per questo poco significativi nel dipanarsi della vita quotidiana: «le tue mani stendono con cura/ lenzuola federe asciugamani…»; eventi minimali, come la lista per la spesa in Atti quotidiani, che tracciano il percorso di una vita costruita in due. Leggi il seguito di questo post »

rotativa1

di Antonio Lillo

 

 

FRONTIERE anno XVII, Numero 33, gennaio-dicembre 2016 (San Marco in Lamis 2016)

Frutto dell’attento e costante lavoro del Centro Documentazione sulla Storia e la Letteratura dell’Emigrazione della Capitanata (CDEC) di San Marco in Lamis (FG), presieduto da Matteo Coco, e dell’impegno di Sergio D’Amaro come direttore responsabile, «Frontiere» è una delle poche riviste italiane che si occupi di letteratura e storia dell’emigrazione. Nata nel 2000 come semestrale, dal 2007 la rivista ha un’uscita annuale, l’ultima delle quali nel 2016 col numero 33.

La rivista si segnala per la veste grafica asciutta, essenziale ma moderna. Così per le sue scelte editoriali mai scontate. L’ultimo numero, in particolare, è dedicato alle tragedie sul lavoro degli emigrati di Mattmark (1965) e Marcinelle (1956), a cui si è scelto di dare un taglio laterale, per certi versi letterario più che propriamente storiografico, recuperando e rimettendo in circolo un articolo d’epoca di Dino Buzzati abbinato a una intervista originale al cantautore Adamo, figlio di emigrati. A questi due pezzi si aggiungono alcune altre testimonianze tratte dal volume La catastròfa di Paolo Di Stefano (Sellerio): «Insomma, mio padre muore lì a 1035 metri sottoterra e quindici giorni prima nasco io al paese. Mia madre a un certo punto riceve un milione con cui si è fatta la casa, poi gli hanno richiesto indietro il milione e gli hanno pure pignorato la casa. C’è una lettera del Ministero del Lavoro del 17 dicembre 1956 dove mi dicono che mi donavano un milione come orfano. Ma potevo ritirarlo solo alla maggiore età: così se prima ci prendevo una casa come aveva fatto mia madre, nel ’77 ho potuto comprà niente più che una macchina e ho preso una Dyane 6». Leggi il seguito di questo post »

Sei mesi fa, il 9 gennaio 2017, ci lasciava, all’età di novantun anni il grande sociologo e filosofo anglo-polacco Zygmunt Bauman. «incroci» rende un piccolo omaggio alla sua memoria, con una riflessione di Anna Acquaviva intorno a uno dei nodi cruciali della sua riflessione: la destrutturazione dell’identità e delle relazioni.

di Anna Acquaviva

Zygmunt Bauman, a sei mesi dalla sua morte, lascia un vuoto intellettuale incolmabile nella società attuale, la quale necessita ancora di quell’analisi sociologica del mondo che forse solo Bauman era stato in grado di compiere. Importante e influente pensatore, lucido e analitico osservatore del nostro secolo, professore emerito di sociologia presso le università di Leeds e di Varsavia, instancabile spettatore del mondo e degli aspetti sociali che lo caratterizzano, Bauman ha sempre cercato di analizzare ‘chirurgicamente’ gli aspetti del reale e soprattutto il ruolo che gli uomini hanno assunto in relazione ad esso. Alle soglie del terzo millennio, presentò per la prima volta, in maniera compiuta e puntuale, la sua geniale quanto profetica visione, o meglio versione, della modernità, una modernità liquida (espressione che preferì a quella di postmoderno, divenuto oggetto di confusione e diffidenza), che come un liquido straborda a infettare tutto ciò che tocca. Simbolo del nostro secolo e della sua liquidità, frutto acerbo degli stravolgimenti che la modernità liquida ha portato con sé, è stato per Bauman l’uomo narcisisticamente isolato, che si presenta ancora oggi tanto evoluto quanto egocentricamente solo, incapace di riflettere lucidamente e in maniera indipendente sugli eventi che caratterizzano questi anni, essendo racchiuso nel suo ego e rimanendo schiavo delle paure nate dal contatto con l’esterno. Leggi il seguito di questo post »

è disponibile il nuovo numero di

 incroci

semestrale di letteratura e altre scritture

mare monstrum

 

 anno XVIII, numero 35

gennaio-giugno 2017

Mediterraneo, luogo mitico dall’ancipite simbologia, così come ancipite è ogni umana realtà: vita e morte vi s’incontrano e scontrano da sempre, producendo, tra l’altro, un folto immaginario capace di intrigare intensamente. Luogo che necessita di periodiche riletture e riscritture, mano a mano che le sue onde ‘incrociano’ e trasportano la storia e le storie, fino a sconvolgere le geografie. Visitata da Ulisse e da Enea, l’Italia continua ad essere terra di approdi sperati e disperati, così come la Puglia continua ad essere un braccio proteso verso Oriente, attratto da ancestrali richiami.

Come fare a non occuparsi del cosiddetto mare nostrum, che si rivela anche un monstrum (insieme meraviglioso e crudele), mentre la comunità internazionale è indotta quotidianamente a interrogarsi sulle conseguenze planetarie degli squilibri che si determinano sulle sue opposte sponde?

 [dall’editoriale]

 

Paolo Gera, L’ora prima

Rossopietra 2016

 

di Achille Chillà

Allo sguardo poetico sulla società contemporanea non sfugge un senso di horror vacui per l’ora presente, per gli intangibili veleni inoculati in forme nuove e micidiali nei tessuti indeboliti del corpo sociale. Paolo Gera nel suo L’ora prima (Edizioni Rossopietra) inforca gli occhiali del mito classico, prima di addentrarsi in una riscrittura deformante e riformante di dei ed eroi. Le categorie interpretative delle favole antiche applicate al nunc si contraggono in smorfie ora dolorose ora grottesche, per farsi tragiche, orrende e persino ciniche; lungo la scala delle dolenti note delle contraddizioni sociali ed intime dell’Homo non più Sapiens.
La lingua della raccolta sciacqua i panni in internet, accogliendo in sé la prepotenza dei termini più presenti nel gergo comune nella Rete e sui mezzi di comunicazione di massa. A patto, però, che, varcato il confine poetico, le stesse parole denuncino con la propria scabra nudità il sistema disumanizzante che le ha generate. I versi avvolgono di nuovo nitore le sillabe migranti: ‹‹ci siamo avvicinati nel fast freeze / in sacchetti di parole costrette›› (p. 8), ‹‹I like Licaone / che cucinasti carne di bambino / per smascherare un dio›› (p. 22), ‹‹e avrò un account tra i followers di Ade / un selfie con Narciso›› (p. 44).

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Da Conrad al Teatro Abeliano:
“I duellanti” con Alessio Boni e Marcello Prayer

di Irene Gianeselli

L’articolo che segue è il vincitore di una sezione (“Recensione a uno spettacolo di ampio rilievo artistico”) del Premio di Critica e Storia del Teatro under 35 “Nicola Saponaro”, intitolato alla memoria del grande drammaturgo, nato l’8 dicembre 1935 e morto il 24 gennaio 2015. Il premio, fortemente voluto dal cutamc (Centro interuniversitario per il Teatro, le Arti visive, la Musica e il Cinema) dell’Università di Bari, dall’Associazione “Attraverso lo spettacolo” e dalla Biblioteca del consiglio regionale della Puglia “Teca del Mediterraneo” (che custodisce il prezioso Archivio privato donato da Saponaro), ha l’obiettivo di valorizzare gli studi di critica teatrale e di storia dello spettacolo, con particolare (ma non esclusivo) riferimento all’ambito regionale. La giuria, presieduta dalla direttrice del cutamc, prof.ssa Grazia Distaso, era poi composta Lea Durante, Francesco S. Minervini, Daniele Maria Pegorari e Maria Grazia Porcelli (per l’Università di Bari), da Maria A. Abenante e Daniela Daloiso (per “Teca del Mediterraneo”), da Waldemaro Morgese, Egidio Pani e Franco Perrelli (per “Attraverso lo spettacolo”) e da Mary Sellani (compagna del drammaturgo). «incroci» si associa alla nobile e doverosa commemorazione dell’autore (indimenticabile amico di tante nostre iniziative), accogliendo questa recensione sul blog e pubblicando altresì, in uno dei prossimi volumi, un contributo di Marica Mancini, risultato vincitore nella sezione “Saggio inedito sulla storia del teatro”.

La stoccata deve essere data. Ecco il télos della tensione che Conrad rende materico nel racconto The Duel, dato alle stampe nel 1908. Lo stile tagliente e asciutto dello scrittore penetra la Storia e anima i due ussari della Grande Armèe di Napoleone, Armand D’Hubert e Gabriel Feraud. Due vite che si compenetrano in un unicum sublimato nel racconto stesso, nell’affabulazione della carne. Una tragedia che comincia ma non finisce, e si proietta in un eterno presente che Alessio Boni, Marcello Prayer, Roberto Aldorasi (con Francesco Niccolini che ha anche tradotto e adattato il racconto), richiamano nell’impasto drammaturgico intimamente coerente de I duellanti, andato in scena dal 31 marzo al 3 aprile 2016 al Teatro Abeliano di Bari.

Si apre il sipario, l’altrove è svelato. Un medico (Marcello Prayer) sta disinfettando la ferita di un soldato (Alessio Boni). I due attori costruiscono in questa scena un prologo indiretto: la luce calda della lampada sul capo del paziente evoca l’intensità del rito e le mani esperte del medico ricuciono i lembi della narrazione. Leggi il seguito di questo post »

Il realismo terminale accende le “Luci di posizione”.

Un’antologia di Giuseppe Langella ripropone l’esigenza di un’«estrema avanguardia»

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

A giudicare dalla “Cronistoria” che chiude questo libro, il realismo terminale, movimento poetico fondato da Guido Oldani nel 2010 con la pubblicazione di un manifesto, ha compiuto un cammino non solo di irrobustimento delle fila, ma anche di progressiva chiarificazione teorica. Sul primo fronte vanno ricordati i numerosi poeti simpatizzanti, che raggiungono il numero di cinquantotto nell’antologia Novecento non più. Verso il realismo terminale (La Vita Felice, 2016), ma anche i teatranti, gli artisti visivi e i musicisti, i quali hanno dato vita, in giro per l’Italia, a presentazioni, mostre, concerti, spettacoli, festival e iniziative di impegno civile, ad esempio sulla dignità delle carceri e in difesa delle minoranze etniche e religiose. Sul fronte dell’approfondimento teorico vanno, invece, ricordate le tavole rotonde di Cagliari, Milano e Torino (2012, 2013 e 2014) che hanno prodotto le pubblicazioni La faraona ripiena (Mursia, 2012), il Dizionarietto delle similitudini rovesciate (Mursia, 2014) e poi gli ampi studi di Giuseppe Langella e Amedeo Anelli, apparsi rispettivamente su «La modernità letteraria» (2014) e nel volume Oltre il 900 (Libreria Ticinum, 2016), cui si aggiungerà fra non molto il mio articolo Guido Oldani e il realismo terminale (negli atti del XVIII congresso MOD Scritture del corpo). D’ora in poi costituirà una pietra miliare della riflessione l’antologia Luci di posizione, poesie per il nuovo millennio. Antologia del Realismo terminale (Mursia, Milano 2017), curata ancora da Langella, italianista insigne dell’Università Cattolica e poeta, il primo a condividere il progetto di Oldani e ad armonizzare le intuizioni antropologiche e stilistiche di questi con uno sguardo sia sociologico che storico-letterario. Leggi il seguito di questo post »

Donne d’Armenia: ricordare il genocidio a Bari


due interviste di Maria Scoccimarro

 

In occasione della Giornata della memoria del Genocidio Armeno, celebrata il 24 aprile, pubblichiamo due interviste rilasciate da altrettante esponenti della comunità armena di Bari. Come si sa, il capoluogo pugliese, per iniziativa del poeta Hrand Nazariantz, fu luogo di accoglienza di profughi, molti dei quali si stabilirono in città fondando il villaggio Nor Arax (‘nuovo Ararat’), del quale sopravvivono ancora alcune vestigia. Maria Scoccimarro, laureatasi in Sociologia della letteratura a Bari, con una tesi proprio su L’Oriente e l’Occidente nelle opere di Hrand Nazariantz, ha incontrato Nicoletta Arusiak Timurian, destinataria di alcune poesie e lettere di Nazariantz, e Kaianik Adagian, figlia di Sarkis, l’unico armeno che vive ancora oggi nel villaggio. Dalle due testimonianze si ricava un interessante spaccato della vita sociale ed economica degli armeni di Bari, nonché un ritratto anche privato del poeta che ne fu il nume tutelare.

 

Nicoletta Arusiak Timurian De Tommasi: fascino e solitudine del poeta

Nicoletta, come ha conosciuto Hrand Nazariantz?

Ho conosciuto Hrand al villaggio armeno Nor Arax di Bari: molto spesso mi recavo lì con le mie cugine, per far visita a mia nonna e ai miei zii, soprattutto la domenica, quando tutt