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 incroci

semestrale di letteratura e altre scritture

Infinitudine

 

anno XX, numero 39

gennaio-giugno duemiladiciannove

 

 

 

 

 

 

Può un’opera letteraria cambiare il mondo? Neanche nei momenti di maggiore entusiasmo potremmo rispondere decisamente sì. Eppure è nostra convinzione che la riflessione che scaturisce da un’esperienza estetica, vissuta con profondità e consapevolezza, può cambiare il nostro modo di vedere il mondo, di giudicarlo, di considerare il nostro posto entro di esso e il carico di responsabilità che orienta le nostre azioni. E, se questo è vero, l’importanza che può assumere un’opera d’arte – in modo particolare se fatta di parole – è tutt’altro che marginale: se può cambiare il destino anche di una sola persona, il mondo nella sua interezza ne viene in qualche misura segnato.

È questa la ragione che ci ha convinti ad aderire (sin dalla conferenza stampa di presentazione tenutasi a Roma l’8 marzo 2018) al progetto Infinito200-una poesia, una ‘ghirlanda’ di iniziative promosse in tutta Italia da Davide Rondoni per il bicentenario della composizione de L’infinito di Giacomo Leopardi (1819-2019). Si tratta, infatti, di celebrare una delle liriche indiscutibilmente più famose di tutta la tradizione italiana, la cui perfezione stilistica, unita a una molteplice interpretabilità, le ha procurato un posto fisso in ciò che l’immaginario nazionale avverte immediatamente come ‘poesia’.

 [dall’editoriale]

 sommario ed editoriale del numero 39

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Michele Damiani, MELOGRANI

Quorum, Bari 2017

 

 

 

 

di Chiara Cannito

Un presidio. Un presidio salutare gratuito contro l’imbarbarimento dei costumi, a difesa di quella bellezza offesa e tradita. Questo è Michele Damiani. Un ‘randagio’ come lui stesso ama definirsi. Un uomo d’altri tempi, «È vero?», mi verrebbe da dirgli, ridendo, ironizzando su un suo intercalare tanto charmant.

La verità. La verità che si fa poesia. La verità che si fa pittura. Quella sua poesia scritta con il tratto di un bambino. Le sue radici: l’infanzia, la madre, gli amici ‘d’arte’, variatio di ‘d’arme’, dove le armi erano i pennelli e i campi di battaglia le tavolozze. E quella sua pittura che materializza la fluorescenza.

Le sue ali: le farfalle, stilemi geometrici che conquistano lo spazio, ridisegnandolo; i volti dei giullari, antidoti di autenticità contro la follia del mondo; i velieri, paradigma del viaggio terreno e metafisico, argenteo e dorato; i melograni, cerniere antiche tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Leggi il seguito di questo post »

di Daniele Maria Pegorari

Questa non è una recensione. Non può esserlo, perché sarei in ritardo di ventiquattro anni: un po’ troppi anche per un critico che possa credibilmente dirsi indaffarato. Il punto è che di questo libro dell’ottimo Fabio Franzin, In canti d’aria (e rapide dimenticanze) (Kellermann, Vittorio Veneto 1995) proprio non sapevo nulla. Non ne ho mai saputo nulla, pur essendo Fabio un mio grande amico e avendo molti altri suoi libri.

Devo immaginare che sia il suo libro d’esordio (il poeta aveva allora 32 anni), visto che nella notizia biobibliografica di questo volumetto non si fa riferimento ad altro, se non alle rassegne a cui aveva partecipato, alle segnalazioni già ricevute e al fatto che alcune sue poesie erano in corso di stampa, su due buone riviste del tempo. In nessuna aletta o quarta di copertina se ne parla e non è improbabile che a questo libro io non ci sarei arrivato mai, se non me lo avesse mostrato la più brava libraia di poesia che io conosca (Serena, a Bari, è già quasi un’istituzione). Come d’abitudine, lei stava leggendo questo vecchio libro, prima di porlo in vendita, perché vuole sempre farsi un’idea precisa dei ‘suoi’ libri e dei ‘suoi’ autori, per poterne parlare ai clienti che, prima di tutto, sono – per lei – persone ‘bisognose’ di letture. Se Serena vendesse abbigliamento, vorrebbe indossare prima tutti gli abiti, e le starebbero tutti bene. Sembra un corteggiamento, ma non lo è: lei è stata una delle mie prime allieve, e credo di potermi permettere un complimento. Leggi il seguito di questo post »

 

Marco Missiroli, Fedeltà

Torino, Einaudi 2019

 

 

 

 

di Milica Marinković

Dopo aver amato i suoi libri precedenti, ho aspettato con impazienza l’annunciata uscita del nuovissimo libro di Missiroli, Fedeltà, pubblicato a febbraio da Einaudi e scritto da un Missiroli diverso, caratterizzato da uno stile riconoscibile ma nuovo, meno timido e più diretto, nei dialoghi molto colloquiale, dalle frasi spesso non compiute, ogni tanto in dialetto. Dalle prime righe ci si imbatte nel malinteso attorno al quale è costruito questo romanzo e che mi fa pensare subito all’opera di Camus, autore amato da Libero, il protagonista del precedente libro dell’autore riminese. Un malinteso come tanti altri sui quali si poggiano i destini descritti nei romanzi o nelle vite, per i quali si può ottenere una fortuna, ma anche perdere tutto, matrimonio compreso, se stessi compresi. Leggi il seguito di questo post »

Ruggiero Stefanelli, FORSE QUASI CHISSÀ

Il seme bianco, Roma 2018

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

Quando la sapienza dell’italianista di lungo corso – maturata dietro una cattedra di Letteratura italiana nell’Università di Bari – e una consuetudine con la pedagogia s’incontrano con un’esperienza familiare di disabilità drammaticamente reale, può accadere che ne scaturisca un’ottima lezione, magari un ciclo di conferenze, preceduto o seguito da un saggio testimoniale. Ma quello che è successo a Ruggiero Stefanelli – che, allentati gli impegni scientifici, ha già pubblicato nel 2012 un romanzo, Ombre sulla basilica, e nel 2014 una raccolta lirica, Poesie dal tempo – va oltre l’autobiografia familiare per divenire ‘racconto di realtà’, vale a dire una storia d’invenzione, ma così fondata sull’esperienza reale e sulla documentazione neurologica e pedagogica, da offrirsi come una lettura avvincente, senza perdere in precisione e credibilità. A trenta anni esatti da quell’intenso cult movie che fu Rain man (che vinse un Orso d’oro a Berlino e ben quattro Oscar, fra cui quello a un magnifico Dustin Hoffman, la cui difficilissima interpretazione si meritò anche un Golden Globe e un David di Donatello), il nuovo libro di Stefanelli, Forse quasi chissà, ci trasporta ancora nel misterioso mondo dei Disturbi dello Spettro Autistico (o semplicemente ‘autismo’), una patologia complessa, sempre più frequentemente diagnosticata, che inficia gravemente non solo l’interazione sociale e la capacità di generalizzare gli interessi (come nella consimile sindrome di Asperger), ma anche la facoltà linguistica. Non sempre questi disturbi si associano a un ritardo mentale più o meno marcato e questo contribuisce a fare del soggetto autistico una persona potenzialmente consapevole del proprio stato di disagio, senza però agevolarlo nel processo di autocontrollo e superamento degli ostacoli che sono di natura primariamente neurologica e non psichiatrica. Leggi il seguito di questo post »

Alberto Schiavone, Dolcissima abitudine

Guanda, Milano 2019

 

 

 

 

di Milica Marinković

Torino, novembre 2006 è il titolo del primo capitolo di Dolcissima abitudine di Alberto Schiavone, uscito a gennaio per Guanda. Il lettore potrebbe immaginare una storia contemporanea, ambientata nella Torino degli anni Duemila, ma questo libro è tutt’altro. L’inizio del romanzo è la sua fine. Si comincia da un funerale, dal funerale di Aldo, cliente fedelissimo di Rosa e amico di Piera. Cliente perché questa donna è una prostituta, ormai alla fine della carriera. Amico perché Aldo è forse l’unico uomo che abbia saputo avvicinarsi anche al cuore, non solo al corpo, della Madame dai due nomi. Il cuore appartiene a Piera, mentre il corpo è chiamato Rosa. Rosa in arte e artigianato, Rosa virtuosa di quel mestiere antico. Leggi il seguito di questo post »

Ricordo della Presidente AIB e redattrice di «incroci»

 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

“La cura”: basterebbe il titolo di una nota canzone del suo autore preferito, Franco Battiato, per ritrovare il senso del passaggio terreno di Maria, spentasi un mese fa, dopo una dolorosa malattia. «L’angelo dei libri» l’ha definita «la Repubblica» il 2 marzo e, in effetti, tutta la sua vita è stata dedicata alla promozione dello studio e della lettura, sin da quando, mentre già operava come bibliotecaria, partecipava alla fondazione di «incroci», di cui fu redattrice fino al 2008. Nel primo numero apparve il suo saggio Per Artemisia. Note per una ricerca tra storia (dell’arte) e invenzione (letteraria): un’altra traccia rivelatrice non solo della sua curiosità culturale, ma anche della sua concezione della conoscenza come militanza civile. Riproduciamo qui l’articolo apparso il 2 marzo su «la Gazzetta del Mezzogiorno», che ringraziamo per la generosa disponibilità.

Nella Chiesa di S. Barbara dei Librai, nei pressi di Campo de’ Fiori, si legge una lapide latina dedicata ai «Confratelli di Bibliopoli finché alfine sia aperto il libro dell’eternità». La conosceva bene Maria Antonietta Abenante che nella Città Eterna ha potuto leggere le sue ultime pagine, prima che una terribile malattia, con cui ha lottato duramente due anni, ne fiaccasse anche la vista e infine le spegnesse il respiro, nella tarda sera di giovedì 28 febbraio 2019. Di libri ella aveva riempito la sua vita, dagli anni del liceo in provincia di Crotone, dove era nata il 13 aprile 1969, a quelli dell’Università di Bari, dove si era laureata in Lettere, discutendo con Grazia Distaso un pionieristico studio sulla drammaturgia di Mario Luzi. Ma chi ha avuto il privilegio di starle accanto in gioventù e per molti anni (un privilegio che deve essere pareggiato oggi da un’infinita gratitudine) sa che la sua più profonda passione era la scienza del libro, a cui era stata avviata da Pietro Sisto. Leggi il seguito di questo post »


«incroci» – semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli •  Daniele Maria Pegorari • Raffaele Nigro

Acquisto e Abbonamento

Una copia: euro 10,00
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Modalità di acquisto:
– vedi sito dell’editore (http://www.addaeditore.it/)

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