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Archivio dell'autore

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di Antonio Lillo

 

 

FRONTIERE anno XVII, Numero 33, gennaio-dicembre 2016 (San Marco in Lamis 2016)

Frutto dell’attento e costante lavoro del Centro Documentazione sulla Storia e la Letteratura dell’Emigrazione della Capitanata (CDEC) di San Marco in Lamis (FG), presieduto da Matteo Coco, e dell’impegno di Sergio D’Amaro come direttore responsabile, «Frontiere» è una delle poche riviste italiane che si occupi di letteratura e storia dell’emigrazione. Nata nel 2000 come semestrale, dal 2007 la rivista ha un’uscita annuale, l’ultima delle quali nel 2016 col numero 33.

La rivista si segnala per la veste grafica asciutta, essenziale ma moderna. Così per le sue scelte editoriali mai scontate. L’ultimo numero, in particolare, è dedicato alle tragedie sul lavoro degli emigrati di Mattmark (1965) e Marcinelle (1956), a cui si è scelto di dare un taglio laterale, per certi versi letterario più che propriamente storiografico, recuperando e rimettendo in circolo un articolo d’epoca di Dino Buzzati abbinato a una intervista originale al cantautore Adamo, figlio di emigrati. A questi due pezzi si aggiungono alcune altre testimonianze tratte dal volume La catastròfa di Paolo Di Stefano (Sellerio): «Insomma, mio padre muore lì a 1035 metri sottoterra e quindici giorni prima nasco io al paese. Mia madre a un certo punto riceve un milione con cui si è fatta la casa, poi gli hanno richiesto indietro il milione e gli hanno pure pignorato la casa. C’è una lettera del Ministero del Lavoro del 17 dicembre 1956 dove mi dicono che mi donavano un milione come orfano. Ma potevo ritirarlo solo alla maggiore età: così se prima ci prendevo una casa come aveva fatto mia madre, nel ’77 ho potuto comprà niente più che una macchina e ho preso una Dyane 6». Leggi il seguito di questo post »

Sei mesi fa, il 9 gennaio 2017, ci lasciava, all’età di novantun anni il grande sociologo e filosofo anglo-polacco Zygmunt Bauman. «incroci» rende un piccolo omaggio alla sua memoria, con una riflessione di Anna Acquaviva intorno a uno dei nodi cruciali della sua riflessione: la destrutturazione dell’identità e delle relazioni.

di Anna Acquaviva

Zygmunt Bauman, a sei mesi dalla sua morte, lascia un vuoto intellettuale incolmabile nella società attuale, la quale necessita ancora di quell’analisi sociologica del mondo che forse solo Bauman era stato in grado di compiere. Importante e influente pensatore, lucido e analitico osservatore del nostro secolo, professore emerito di sociologia presso le università di Leeds e di Varsavia, instancabile spettatore del mondo e degli aspetti sociali che lo caratterizzano, Bauman ha sempre cercato di analizzare ‘chirurgicamente’ gli aspetti del reale e soprattutto il ruolo che gli uomini hanno assunto in relazione ad esso. Alle soglie del terzo millennio, presentò per la prima volta, in maniera compiuta e puntuale, la sua geniale quanto profetica visione, o meglio versione, della modernità, una modernità liquida (espressione che preferì a quella di postmoderno, divenuto oggetto di confusione e diffidenza), che come un liquido straborda a infettare tutto ciò che tocca. Simbolo del nostro secolo e della sua liquidità, frutto acerbo degli stravolgimenti che la modernità liquida ha portato con sé, è stato per Bauman l’uomo narcisisticamente isolato, che si presenta ancora oggi tanto evoluto quanto egocentricamente solo, incapace di riflettere lucidamente e in maniera indipendente sugli eventi che caratterizzano questi anni, essendo racchiuso nel suo ego e rimanendo schiavo delle paure nate dal contatto con l’esterno. Leggi il seguito di questo post »

è disponibile il nuovo numero di

 incroci

semestrale di letteratura e altre scritture

mare monstrum

 

 anno XVIII, numero 35

gennaio-giugno 2017

Mediterraneo, luogo mitico dall’ancipite simbologia, così come ancipite è ogni umana realtà: vita e morte vi s’incontrano e scontrano da sempre, producendo, tra l’altro, un folto immaginario capace di intrigare intensamente. Luogo che necessita di periodiche riletture e riscritture, mano a mano che le sue onde ‘incrociano’ e trasportano la storia e le storie, fino a sconvolgere le geografie. Visitata da Ulisse e da Enea, l’Italia continua ad essere terra di approdi sperati e disperati, così come la Puglia continua ad essere un braccio proteso verso Oriente, attratto da ancestrali richiami.

Come fare a non occuparsi del cosiddetto mare nostrum, che si rivela anche un monstrum (insieme meraviglioso e crudele), mentre la comunità internazionale è indotta quotidianamente a interrogarsi sulle conseguenze planetarie degli squilibri che si determinano sulle sue opposte sponde?

 [dall’editoriale]

 

Paolo Gera, L’ora prima

Rossopietra 2016

 

di Achille Chillà

Allo sguardo poetico sulla società contemporanea non sfugge un senso di horror vacui per l’ora presente, per gli intangibili veleni inoculati in forme nuove e micidiali nei tessuti indeboliti del corpo sociale. Paolo Gera nel suo L’ora prima (Edizioni Rossopietra) inforca gli occhiali del mito classico, prima di addentrarsi in una riscrittura deformante e riformante di dei ed eroi. Le categorie interpretative delle favole antiche applicate al nunc si contraggono in smorfie ora dolorose ora grottesche, per farsi tragiche, orrende e persino ciniche; lungo la scala delle dolenti note delle contraddizioni sociali ed intime dell’Homo non più Sapiens.
La lingua della raccolta sciacqua i panni in internet, accogliendo in sé la prepotenza dei termini più presenti nel gergo comune nella Rete e sui mezzi di comunicazione di massa. A patto, però, che, varcato il confine poetico, le stesse parole denuncino con la propria scabra nudità il sistema disumanizzante che le ha generate. I versi avvolgono di nuovo nitore le sillabe migranti: ‹‹ci siamo avvicinati nel fast freeze / in sacchetti di parole costrette›› (p. 8), ‹‹I like Licaone / che cucinasti carne di bambino / per smascherare un dio›› (p. 22), ‹‹e avrò un account tra i followers di Ade / un selfie con Narciso›› (p. 44).

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Da Conrad al Teatro Abeliano:
“I duellanti” con Alessio Boni e Marcello Prayer

di Irene Gianeselli

L’articolo che segue è il vincitore di una sezione (“Recensione a uno spettacolo di ampio rilievo artistico”) del Premio di Critica e Storia del Teatro under 35 “Nicola Saponaro”, intitolato alla memoria del grande drammaturgo, nato l’8 dicembre 1935 e morto il 24 gennaio 2015. Il premio, fortemente voluto dal cutamc (Centro interuniversitario per il Teatro, le Arti visive, la Musica e il Cinema) dell’Università di Bari, dall’Associazione “Attraverso lo spettacolo” e dalla Biblioteca del consiglio regionale della Puglia “Teca del Mediterraneo” (che custodisce il prezioso Archivio privato donato da Saponaro), ha l’obiettivo di valorizzare gli studi di critica teatrale e di storia dello spettacolo, con particolare (ma non esclusivo) riferimento all’ambito regionale. La giuria, presieduta dalla direttrice del cutamc, prof.ssa Grazia Distaso, era poi composta Lea Durante, Francesco S. Minervini, Daniele Maria Pegorari e Maria Grazia Porcelli (per l’Università di Bari), da Maria A. Abenante e Daniela Daloiso (per “Teca del Mediterraneo”), da Waldemaro Morgese, Egidio Pani e Franco Perrelli (per “Attraverso lo spettacolo”) e da Mary Sellani (compagna del drammaturgo). «incroci» si associa alla nobile e doverosa commemorazione dell’autore (indimenticabile amico di tante nostre iniziative), accogliendo questa recensione sul blog e pubblicando altresì, in uno dei prossimi volumi, un contributo di Marica Mancini, risultato vincitore nella sezione “Saggio inedito sulla storia del teatro”.

La stoccata deve essere data. Ecco il télos della tensione che Conrad rende materico nel racconto The Duel, dato alle stampe nel 1908. Lo stile tagliente e asciutto dello scrittore penetra la Storia e anima i due ussari della Grande Armèe di Napoleone, Armand D’Hubert e Gabriel Feraud. Due vite che si compenetrano in un unicum sublimato nel racconto stesso, nell’affabulazione della carne. Una tragedia che comincia ma non finisce, e si proietta in un eterno presente che Alessio Boni, Marcello Prayer, Roberto Aldorasi (con Francesco Niccolini che ha anche tradotto e adattato il racconto), richiamano nell’impasto drammaturgico intimamente coerente de I duellanti, andato in scena dal 31 marzo al 3 aprile 2016 al Teatro Abeliano di Bari.

Si apre il sipario, l’altrove è svelato. Un medico (Marcello Prayer) sta disinfettando la ferita di un soldato (Alessio Boni). I due attori costruiscono in questa scena un prologo indiretto: la luce calda della lampada sul capo del paziente evoca l’intensità del rito e le mani esperte del medico ricuciono i lembi della narrazione. Leggi il seguito di questo post »


«incroci» - semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli • Raffaele Nigro • Daniele Maria Pegorari.

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