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SHALOM – Musica e Balcani nel poema di Gianfranco Longo

Posted on: 29/01/2019

 

di Daniele Maria Pegorari

A dicembre del 2017 informavo su «incroci» 36 della pubblicazione del terzo libro di un Cantico di lode che il poeta e studioso di filosofie e religioni orientali Gianfranco Longo va componendo dal 2015, e mi addentravo in un’articolata analisi numerologica della struttura e della metrica di quella parte dell’opera. Nello scorso settembre è uscito il quinto e ultimo libro, Shalom. Dettagli d’amore per ritrovarti (Wip, Bari 2018), per lo stesso editore che appena a gennaio dello stesso 2018 ne aveva curato anche la quarta parte. Questa volta tralascio di cercare un possibile disegno che motivi l’ordine e la distribuzione delle quasi 200 lasse rimate nelle cinque sezioni, nelle diciannove sottosezioni e negli ulteriori quaranta ‘capitoli’ che le compongono e taccio di fronte alla spiazzante relazione fra i titoli, i testi e i sofisticati suggerimenti di ascolto musicale che accompagnano ciascuno di essi.

Proprio l’interdiscorsività musicale – che è il vero tema centrale del volume –, unita alla possente aspirazione poematica e strutturale, mi convince a segnalare ancora una volta la ricerca di Longo; l’intreccio costante di scrittura, musica e filosofia, cui si aggiungono pure trentasei rinvii iconografici (riprodotti in un inserto a colori), fa di quest’opera un ipertesto che reagisce a ogni classificazione di genere e pretende dal lettore la disponibilità a un’immersione sinestetica che – lo assicuro – non potrà lasciarlo indifferente. Ma c’è, in verità, un motivo più cogente per cui Shalom va messo in risalto e concerne il superamento del livello apparentemente politico-religioso che lega questa parte alle quattro precedenti; dietro il ricordo dei primi mesi della guerra in Bosnia (a cui Longo ha assistito e che ha seguito anche dopo, come collaboratore degli aiuti umanitari dalla Germania) si cela l’approdo del poeta al nodo più traumatico della sua giovinezza, l’improvvisa e violenta separazione da una giovane bosniaca, conosciuta mentre egli compiva studi giuridici dottorali presso l’Università di Münster (dal 1991 al 1993). L’insopportabile ricordo della notte durante la quale, nei pressi del confine croato, egli aveva invano aspettato la ragazza – rimasta probabilmente coinvolta in un’imboscata sulla strada per Velika Kladuša – e il timore di aver contribuito a quell’orrore, magari compiendo un involontario passo falso, sono il motivo di un dolore e di un rimorso immedicabili, pur a distanza di ventisette anni.

L’autore si confessa piuttosto apertamente nel racconto in prosa che fa da introduzione al libro, laddove parla della sua «sopravvivenza» come «‘strumento di redenzione’, espiazione fra le minutaglie dei suoi fallimenti, tra i commiati della sua vita». E ancora: «il singhiozzo sincopato del pianto […] mi dilania di solitudine, di asprezza verso me stesso per non essere riuscito a salvarti […]. E mi domando ancora cosa sbagliai, forse un’informazione?» (pp. 28-29). Il lettore si accorge che l’intero percorso intellettuale di Longo, dalla ricerca accademica alla poesia, dal diritto costituzionale comparato alla filosofia, con un ossessivo interesse per i conflitti interetnici e religiosi, ha una precisa motivazione in quei giorni di attesa e poi di disperazione; di più, è proprio in quei lontanissimi giorni precedenti alla sparizione della ragazza che avrebbe avuto origine il «proposito di scrivere un poema che sarebbe stato un cantico di lode al creato assaltato e alla creazione negata, antropologicamente rimossa, per nefandezza dello spirito umano», e sin da allora sarebbe stato previsto che «l’ultima parte avrebbe riguardato la nostra salvezza attraverso la musica», in onore degli studi di lei presso il Conservatorio di Banja Luka e l’Accademia di Sarajevo (p. 32).

È, dunque, a questa violoncellista bosniaca, a cui nel poema si dà il nome fittizio di Sara (assonante con quello reale, ma anche allusivo a una funzione psichicamente archetipica, originaria, primaria) che il poeta si rivolge in ciascuna lirica, cercandola fra echi di guerra, visioni di strazi e notizie da una dimensione metafisica, e componendo così una duemillesca hypnerotomachia (qui nel senso di un sogno d’amore e di guerra), la cui colonna sonora è la musica colta contemporanea (con qualche affondo all’indietro, fra il Sette e l’Ottocento), di cui si propone un percorso personale. Per questo aspetto lo Shalom di Longo si rivela soprattutto una pace invocata attraverso la musica (ora rabbiosa e aspramente avanguardistica, ora rarefatta e altamente spirituale) e tocca i suoi accenti più persuasivi: «[…] c’è qualcuno che a dispetto / di bagliore offusca cielo indiviso, / è Petruška di Stravinskij, balletto / che il suono trasfigura, intriso / profilo d’un dettaglio di sorriso, / metrica per instabili raccoglimenti, / vorticando e incantando eventi, / tra stagni in fiamme e mistero» (p. 82); «Si contrae all’infinito cadenza, / varia nel finale giocoso arpeggio / di archi, mosso: una latenza / a esporsi del tema su una scala / di vetro, permette un volteggio / risonante di accordi in Re bemolle, / improvvisi, inaspettati, folle / rivelazione di gemito in fraseggio» (a commento della Sinfonia n. 14 di Šostakovič: p. 98); «c’è un conforto, Sara, ad altezza / d’uomo che ascoltiamo, fortezza / di un cielo antico abbozzando / un ritorno a casa, lacerante / nel modulato segno d’asprezza / dell’oboe, aurora accarezzando, / poi progressivamente tintinnio / di ricostituita pace […]» (da una suggestione della Sinfonia ‘Dal Nuovo Mondo’ di Dvořák: p. 109).

Non molto più corto dei due poemi su Orlando di Boiardo e Ariosto e dell’Adone di Marino e comunque più lungo del Morgante di Pulci, o, se si preferisce, di una misura superiore a quella dell’Iliade e della Gerusalemme liberata messi insieme; più del doppio della Commedia di Dante e più del triplo dell’Eneide: questo significa il traguardo dei 32.850 versi raggiunto da Longo dopo il quinto libro del suo Cantico di lode, aperto dall’anabasi contemplativa di Poetica ed Empireo, innervato dalle vibrazioni civili di Inermi e Infatuazione e diventato con Shalom decisamente una catabasi nel cuore oscuro di un dolore privato. Non giurerei che l’opera sia davvero conclusa e non so se augurarlo all’autore. Certo mi pare che questo viaggio di autoanalisi, partito dalla curiosità scientifica per le religioni monoteistiche e poi calato nel crogiuolo incandescente della storia dell’ultimo trentennio, si sia compiuto e abbia inciso sottili fessure di luce nella spessa coltre di oscurità di questo geniale poeta.

E temo che, se egli procedesse oltre, ci indurrebbe ad accantonare troppo presto questi cinque libri e costringerebbe la sua navigazione filosofica a una definitiva solitudine, lasciando indietro noi lettori che, pur «desiderosi d’ascoltar», abbiamo bisogno di più tempo e di una maggiore indulgenza linguistica, per conservarci nel suo «solco / dinanzi a l’acqua che ritorna equale» (Par. ii, 2-15).

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