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Donne d’Armenia: ricordare il genocidio a Bari

Posted on: 23/04/2017

Donne d’Armenia: ricordare il genocidio a Bari


due interviste di Maria Scoccimarro

 

In occasione della Giornata della memoria del Genocidio Armeno, celebrata il 24 aprile, pubblichiamo due interviste rilasciate da altrettante esponenti della comunità armena di Bari. Come si sa, il capoluogo pugliese, per iniziativa del poeta Hrand Nazariantz, fu luogo di accoglienza di profughi, molti dei quali si stabilirono in città fondando il villaggio Nor Arax (‘nuovo Ararat’), del quale sopravvivono ancora alcune vestigia. Maria Scoccimarro, laureatasi in Sociologia della letteratura a Bari, con una tesi proprio su L’Oriente e l’Occidente nelle opere di Hrand Nazariantz, ha incontrato Nicoletta Arusiak Timurian, destinataria di alcune poesie e lettere di Nazariantz, e Kaianik Adagian, figlia di Sarkis, l’unico armeno che vive ancora oggi nel villaggio. Dalle due testimonianze si ricava un interessante spaccato della vita sociale ed economica degli armeni di Bari, nonché un ritratto anche privato del poeta che ne fu il nume tutelare.

 

Nicoletta Arusiak Timurian De Tommasi: fascino e solitudine del poeta

Nicoletta, come ha conosciuto Hrand Nazariantz?

Ho conosciuto Hrand al villaggio armeno Nor Arax di Bari: molto spesso mi recavo lì con le mie cugine, per far visita a mia nonna e ai miei zii, soprattutto la domenica, quando tutta la famiglia si riuniva.

Com’era formato il villaggio armeno e qual è stata la reazione dei baresi alla sua creazione?

Nel villaggio ogni famiglia aveva una baracca, ma dopo un po’ molti sono andati via soprattutto verso la Francia. In realtà il villaggio armeno non era molto conosciuto, anzi quasi nessuno ci conosceva. È brutto da dire ma, di fronte a tanta diffidenza, quasi mi vergognavo di essere armena. Soltanto da una quindicina di anni il nostro popolo è venuto alla ribalta, grazie a incontri, conferenze, film sull’argomento.

Che ruolo ha avuto Nazariantz per gli armeni?

Era il nostro patriarca, una figura importante. Eravamo tutti affascinati dalla sua personalità, anche i bambini gli erano affezionati per i suoi comportamenti teneri e dolci. Era uomo di grande cultura, dava molte lezioni private di francese e inglese e anche mio fratello andava spesso da lui. Era un artista a tutto tondo, dal cuore nobile, il nostro punto di riferimento; era, anzi, egli stesso la nostra Armenia, per la quale mostrava sempre una grande nostalgia.

Quali erano i rapporti tra Nazariantz e la cultura locale?

Oltre che dagli armeni, Hrand era ben voluto anche dagli italiani e strinse ottimi rapporti con gli intellettuali locali. Ad esempio, frequentava spesso il Bar Pellecchia, in via Davanzati, dove si riunivano gli uomini di cultura.

Ha qualche ricordo particolare di Nazariantz?

Ero piccola quando l’ho conosciuto, ma mi ricordo perfettamente che era sempre circondato dai gatti che spesso gironzolavano sulla sua scrivania. Anche la sua compagna, Donna Vittoria, era appassionata di felini. Inoltre era molto affettuoso con tutti i bambini del villaggio: ci portava spesso cioccolate e caramelle. Gli ero molto simpatica perché in me vedeva la sua Armenia, l’Oriente: ricordo che mi regalò un libro per la Prima Comunione con la copertina in avorio e mi diceva sempre: «Bella ragazza, bella ragazza»!

Che ruolo ha avuto Nazariantz per la sua famiglia?

Nazariantz è stato molto importante per la mia famiglia, perché riuscì a portare mio padre e i suoi fratelli a Bari, ma soprattutto c’è un aneddoto particolare che riguarda il matrimonio dei miei genitori: mio nonno paterno esponeva alla Fiera del Levante, quando si avvicinarono al suo stand alcuni commercianti armeni provenienti da Istanbul, ai quali confidò che avrebbe voluto che suo figlio primogenito (Diran, padre di Nicoletta, n.d.r.) sposasse un’armena. La donna scelta fu mia madre (Ashkhen Sayan, n.d.r.) che accettò il matrimonio. Ed è qui che entrò in ballo Nazariantz:  mia nonna materna, Astrigh, chiese proprio a Nazariantz informazioni sui Timurian e Hrand mentì, dicendo che addirittura vivevano in una grande casa con piscina e cigni. Quando mia nonna e mia madre vennero a Bari, con grande incredulità videro la reale situazione in cui viveva mio padre tra baracche e profughi. Nonostante le perplessità di mia nonna, mia madre portò a termine  l’impegno preso, si sposò con Diran, e Nazariantz fu il loro testimone di nozze.

Nazariantz e Diran erano, quindi, molto amici. Che ruolo ha avuto Hrand per suo padre?

Mio padre è stato sempre grato a Nazariantz, perché è stato grazie a lui che è riuscito a sfuggire al genocidio armeno: insieme ai suoi fratelli raggiunse la Grecia e poi grazie a Hrand arrivò a Bari. Sicuramente il ‘professore’ (come lo chiamavamo al villaggio) è stato per mio padre un maestro e un punto di riferimento, perché gli ricordava la sua terra lontana dove non fece più ritorno.

Nella vita di Nazariantz hanno svolto un ruolo importante le donne, non è così?

Le donne sono state la rovina di Nazariantz! E forse sarà stato proprio per questo che ha perso per un soffio il Nobel per la Letteratura, oltre che per il fatto di essere armeno. Era molto affascinante, una figura carismatica che indubbiamente piaceva alle ragazze. Mi ricordo che, dopo la morte di Donna Vittoria, lo vidi nei pressi del Lido Sant’Anna abbracciato a una giovane.  Probabilmente si trattava della sua ultima compagna, Maria Lucarelli, una ‘ragazza madre’ (come si diceva una volta) di Casamassima con la quale si sposò. Purtroppo, però, Donna Maria non era una persona colta e, dopo la morte di Hrand, i libri della sua biblioteca andarono perduti.

Nazariantz era credente?

Sì, Nazariantz era di religione gregoriano-apostolica che accoglie i sette sacramenti e ordina vescovi e diaconi; la differenza con la religione cristiano-cattolica sta nel fatto che i preti possono sposarsi e si riconosce la figura del patriarca come capo spirituale.

Il suo ultimo ricordo su Nazariantz?

L’ultimo ricordo che ho di lui è legato agli ultimi giorni di vita. Nazariantz si ammalò e fu ricoverato al Policlinico di Bari, dove morì l’anno prima del mio matrimonio. Mi recavo spesso con mio padre a trovarlo con un barattolo di pesche sciroppate e lo sentivo ripetere sempre una frase: «Povero Hrand, povero Hrand…». Purtroppo gli ultimi anni li ha vissuti in miseria, è morto solo e povero: sua moglie Maria non andava a trovarlo e neanche gli studenti lo facevano. Fu valorizzato dagli amici di Conversano solo dopo la sua morte. Tutti lo avevano ormai abbandonato, eccetto mio padre, che gli è stato vicino anche economicamente.

Nazariantz le ha dedicato molte poesie. Le capita di rileggerle dopo tanto tempo?

Avevo 21 anni quando Hrand mi dedicava le sue poesie. Mi capita spesso di rileggere ancora quelle parole dette con il cuore e, quando lo faccio, inevitabilmente rivivo la mia giovinezza, i momenti trascorsi con mio padre e mi commuovo.

Intervista a Kainik Adagian: un angolo d’Armenia a Bari

Kaianik, come arrivò suo nonno a Bari?

Per capire la vita di mio nonno, Levon Noubar Adabjan, nel villaggio armeno bisogna che racconti quello che successe ai miei bisnonni che scapparono dall’Armenia. Mentre viaggiavano in treno, il mio bisnonno fu scaraventato fuori dal convoglio e morì sul colpo; la mia bisnonna si ammalò e lasciò così mio nonno orfano. Levon fu istruito presso un collegio di Istanbul e durante gli anni del genocidio scappò dalla sua terra, arrivò in Grecia, a Rodi Egeo, per poi fare tappa a Bari.

C’è qualche esperienza particolare che suo nonno le raccontava?

Mio nonno ha vissuto due grandi tragedie: non solo vide da vicino il genocidio armeno, ma fu deportato nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale. Mi raccontava che quando arrivò nel porto di Smirne, nella speranza di trovare la salvezza sulle navi inglesi, vide che i soldati di Sua Maestà tagliavano le mani a quanti provassero a imbarcarsi. Solo le navi italiane accettavano gli armeni, mentre quelle inglesi si rifiutavano, perché l’Inghilterra aveva importanti accordi economici con la Turchia. Poi mi raccontava che durante gli anni della deportazione gli unici alimenti che mangiavano erano le kartoffeln, le patate.

Suo padre, invece, come ha vissuto gli anni nel villaggio?

Mio padre, Sarkis, è nato nel 1945 proprio nel villaggio armeno e non è mai tornato nella terra dei suoi padri. È l’unico a vivere ancora oggi in quelle strutture, perché molti, con il passare del tempo, sono andati via, mentre mio padre ha deciso di trascorrere lì la sua vita. Oltre a lui, nel villaggio c’è anche un plesso di proprietà delle suore, dove attualmente si tengono incontri e conferenze.

Lei, quindi, è nata nel villaggio armeno. Che ricordi ha?

Sono nata lì nel 1971, tra case diroccate e malmesse. Nonostante questo, ho della mia infanzia ricordi molto positivi. Ero circondata dalla campagna, da alberi che ricreavano un po’ l’ambiente armeno e mi piaceva correre con la bicicletta lungo il viale. Molto spesso venivano altri armeni dall’America e dalla Francia, e i miei nonni li ospitavano: ricordo che mia nonna Kaianik allungava ogni volta il tavolo per accogliere i suoi conterranei e preparava per loro cibi e bevande armene. Quando divenni più grande, durante gli anni della scuola, ho notato, purtroppo, una certa diffidenza nei miei confronti: i professori non mi chiedevano mai chi fossi, da dove venissi, perché avessi un nome non italiano…

Questa diffidenza che lei ha subito toccava in generale tutti gli armeni?

Esattamente. I miei bisnonni e i miei nonni hanno cercato di avere un futuro migliore dimenticando il loro passato, le angherie che avevano subito: non raccontavano a nessuno la loro storia, hanno mantenuto il riserbo sui loro trascorsi. Questo atteggiamento accomuna molti armeni:  quelli che si spostarono in Francia o a Venezia cambiarono addirittura la desinenza del loro cognome per non farsi riconoscere. Quando gli armeni arrivarono a Bari, molti di loro furono costretti a cambiare religione, da cristiani gregoriani a cristiani cattolici, mentre le suore che si trovavano nel villaggio costringevano i bambini a cambiare nome con la minaccia del sale nella pasta. Gli armeni erano chiusi nel loro villaggio, da quel ghetto non potevano uscire, erano tutti schedati dalla polizia fascista. Di qui la paura di raccontare. E questo dolore che la mia famiglia ha vissuto lo sento tuttora anche io.

Qual era l’importanza del villaggio?

A Nor Arax, oltre alle case ora dismesse, vi era una chiesa e una scuola che era aperta anche ai bambini italiani e quindi fu realmente il fulcro di tutto il quartiere, tant’è che nel 1927 fu installata nel villaggio la fontana che riforniva tutta la zona.

Che reazioni hanno avuto gli armeni, quando dalla loro terra sono stati catapultati in un mondo nuovo?

Gli armeni che arrivarono a Bari avevano in precedenza una vita molto dignitosa: erano intellettuali, aristocratici, possidenti terrieri che sostenevano, insomma, l’economia del Paese. Quando arrivarono a Bari si sono ritrovati in un mondo surreale: hanno vissuto in baracche di compensato, senza coperte per dormire! Solo dopo un po’ di tempo si sono adattati e sono riusciti a migliorare le loro condizioni di vita autonomamente, senza alcun sostegno economico da parte del governo fascista.

Quali attività svolgevano i profughi?

A Bari gli armeni svolgevano soprattutto l’arte della produzione e della vendita dei tappeti, che già conoscevano perché tramandata di padre in figlio: ricordo perfettamente mia nonna seduta al telaio a tessere con l’eleganza del suo portamento. La città divenne un importante centro di produzione, tant’è che furono create scuole anche nel brindisino e persino in Calabria; i tappeti erono talmente pregiati che furono acquistati, tra gli altri, anche da Papa Pio XI, usati nella Banca d’Italia ed esportati in Inghilterra. Spesso nei tappeti venivano inseriti alcuni simboli del cristianesimo armeno per favorirne la diffusione.

Suo nonno o suo padre hanno conosciuto Nazariantz?

Mio padre ha conosciuto Hrand, ma è stato mio nonno ad essere più vicino a lui. Il poeta aveva una personalità che oserei dire doppia. A livello letterario e culturale Nazariantz era realmente una figura importante e molto conosciuta: era poliglotta, conosceva ben quattordici lingue e soprattutto fu grazie a lui che molti armeni riuscirono ad arrivare in Italia. Non vinse il Nobel forse perché armeno. Ma dal punto di vista umano aveva degli aspetti non positivi. Era bravo ad accattivarsi le persone che potessero dargli denaro, chiedeva spesso soldi anche a mio nonno e poi cercava sempre di imporre le sue idee. 

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2 Risposte to "Donne d’Armenia: ricordare il genocidio a Bari"

Con riferimento all’intervista si precisa che le famiglie attualmente residenti nel villaggio armeno di Nor Arax (նոր Արաքս – Nuovo Arasse, fiume che scorre alle pendici dell’Ararat attraversando attualmente il confine turco-armeno) sono due: Adagian e Lilosian.
Inoltre altre due famiglie hanno mantenuto proprietà nel villaggio.

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