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Nei paraggi di premiopoli

Posted on: 07/01/2016

PremioNei paraggi di premiopoli

 

 

di Lino Angiuli

 

«Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori»: la frase che campeggia sulla sommità del Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur andrebbe periodicamente chiosata e aggiornata, per verificarne la portata e la tenuta ovvero la distanza tra le mappe valoriali di allora e di ora, tenendo presente che il Duce ebbe a pronunziarla il 2 ottobre del 1935, rivolgendola contro le Nazioni Unite, che avevano osato condannare l’Italia per l’aggressione all’Abissinia.

Quanto alla prima categoria, essa può ancora stare in pole position, se si considera che sono quasi duemila i titoli annualmente prodotti dai nostri versificatori, nonostante i lettori di poesia, in Italia, si debba cercarli con il lanternino. Insomma, meno si legge e più si scrive, eppure la categoria non arretra, non si perde d’animo e resiste, nonostante qualche critico torni ciclicamente a dichiarare ex cathedra la “morte della poesia”.

Anche per gli artisti e per i santi non possiamo certamente lamentarci, mentre per gli eroi bisogna fare i conti con Bertold Brecht che nella Vita di Galileo, la cui prima versione risale anch’essa agli anni Trenta del secolo scorso, fa dire all’insigne scienziato «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», procurando un ribaltamento totale della nozione di eroicità. Se poi, in proposito, chiamassimo in causa il poeta Guido Gozzano e Totò Merumeni (sua controfigura presa in prestito dal terenziano Heauton timorumenos), allora il busto dell’italico eroe, assimilabile al superuomo disegnato dal poeta Gabriele D’Annunzio nel periodo sopra richiamato, sarebbe irrimediabilmente ammaccato.

Anche per i pensatori, gli scienziati e i navigatori, l’aggiornamento è oggi penalizzante, considerato il dominio dei pensieri unici e la progressiva scarsità di cervelli che intendono coniugare in proprio il verbo ‘pensare’; considerata, altresì, la fuga all’estero di ricercatori; considerata infine la difettosa navigazione del noto comandante Schettino.

Il deficit di tali fattispecie viene però compensato da quella dei ‘trasmigratori’: basta contare, nel corso di una sola legislatura, quanti deputati e senatori trasmigrino da un partito all’altro con audaci inversioni a U o spericolati sorpassi. Per ognuno di loro la lingua e la storia italiana offrono il sinonimo di “trasformista”, condiviso con il mondo del cabaret.

Per compensare ulteriormente le predette carenze, potremmo integrare la frase mussoliniana con altre categorie italiche postfasciste: c’è già chi lo ha fatto, in verità, aggiungendo qualità poco nobili alle illustri professioni vantate dal Duce (con “palazzinari”, ad esempio). Noi preferiamo proporre un aggiornamento che passi attraverso quel diffuso rito socio-culturale chiamato “premio”, in grado di fare degli italiani anche un popolo di “premiatori” e, conseguentemente, di “ premiati”.

Ce n’è davvero per tutti e non v’è curriculum di scrittore, cuoco, pittore, sommelier, cineasta, atleta, danzatore, miss etc etc che non ne riporti almeno uno, quasi per affermare il concetto che “se non si è vinto manco un premio, non si è nessuno”.

E così, se il premio Nobel per la pace lo si è potuto assegnare, a suo tempo, persino al non del tutto “pacifista” Kissinger; se a New York un’industria che produce deodoranti per i piedi si è spinta a premiare annualmente, con 2.500 euro, “la scarpa più marcia e puzzolente”; se la rivista inglese «Literary Review» premia le peggiori scene di sesso narrate in un libro; da noi non si scherza affatto, tanto che, nel campo della… ‘lunghezza’, a Rimini viene premiato il baffo più lungo e a Ravenna il più lungo bacio sott’acqua.

Del resto, che altro sono certe trasmissioni televisive se non dei premi camuffati e distribuiti urbi et orbi, anche a chi, in uno dei mille quiz propinati, sa rispondere che Dante Alighieri è un poeta italiano o se qualche casalinga cucina in diretta un piatto ben inquadrato dal cameraman?

Se poi, premiando premiando e punzecchiando punzecchiando, andassimo a visitare il mondo dei cosiddetti premi letterari, anche in questo campo noteremmo un’enorme pletora di concorsi. Osservando più da vicino questo fenomeno di costume, peraltro, salterebbe subito agli occhi il fatto che spesso i premiatori appartengano alla medesima cordata editoriale dei premiati. Così come salterebbe agli occhi la circostanza che, per quanto riguarda i premi più importanti, cioè quelli che fanno vendere un po’ di libri, siano sempre le case editrici maggiori a disputare la finale, cosa che diventa quasi risibile allorquando le due tre editrici finaliste appartengono alla medesima “famiglia allargata”.

Se diamo un’occhiata al campo dei premi meno importanti e da sottobosco ci assale una giungla variopinta di bandi e concorsi: con o senza tassa d’iscrizione, con o senza pubblicazione dell’opera premiata, con o senza coppe diplomi attestati antologie, con o senza spese di viaggio vitto alloggio a carico del premiato e, comunque, sempre con una folla di partecipanti che aspirano ad annotare nel proprio curriculum vitae la parola “premio”.

Ovviamente, allorquando c’è di mezzo il “vil denaro”, quando cioè la dotazione del premio è consistente, penne note e meno note si danno da fare per aggiungere alla soddisfazione curriculare anche una boccata d’ossigeno per il conto in banca, cosicché alcuni libri sembrano preparati e sfornati proprio nella prospettiva di una colletta premiologica che sollevi le sorti commerciali dell’editore e quelle poco letterarie dell’autore. E diciamo “colletta”, perché ci sono autori particolarmente bisognosi che, dopo aver vinto un premio importante dotato di una discreta somma di denaro, non rinunciano – come il buon gusto vorrebbe – a partecipare ad altri concorsi minori finendo col racimolare incassi non indifferenti. In certi casi, trattandosi di risorse finanziarie rivenienti da Enti pubblici, un po’ di maggiore trasparenza non guasterebbe.

Ma la fantasia premiologica non conosce limiti, se si considera che per i romanzieri che non ce l’hanno fatta al primo giro, c’è pure una seconda possibilità offerta dal premio “Asti d’appello” (sic), cui sono ammessi i libri/autori giunti al secondo o al terzo posto nei maggiori premi, come dire che viene data l’occasione di una rivincita a chi non ce l’abbia fatta allo Strega, al Campiello, al Bagutta, al Viareggio, al Bancarella… Un premio di consolazione ammontante (per il 2015) a diecimila euro. Perché non pensare a un premio per eventuali spareggi?

Comunque, come si diceva, ce n’è proprio per tutti i gusti e per tutte le taglie. E chi dovesse sentirsi frustrato per non averne ancor ricevuto uno, di premi, non disperi: c’è pur sempre il fantasioso Guiness dei primati o, male male, uno dei tanti premi che si possono maturare, a punti, presso un distributore di benzina o acquistando per mesi e mesi la stessa marca di biscotti!

 

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