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FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo

Posted on: 08/01/2017

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di Antonio Lillo

 

 

IL FIORE DELLA POESIA ITALIANA, a cura di Mauro Ferrari, Vincenzo Guarracino, Emanuele Spano, puntoacapo (Pasturana 2016)

Antologia in due tomi, l’opera si presenta non priva di fascino, ma con alcuni difetti connaturati alla natura stessa dell’operazione: riassumere il meglio della nostra poesia a partire non dagli autori, dalle scuole o dalle sigle, ma dalle opere che più hanno colpito i curatori, senza però venir meno all’esigenza di completezza filologica del paesaggio letterario che si vuol descrivere. Inoltre per ogni autore scelto ci si è imposto di utilizzare un solo testo rappresentativo, con una nota introduttiva e una biografia minima. È ovvio che, con tali premesse, qualcosa sfugga o venga meno al disegno generale. Gli stessi curatori, come ammettono in premessa, sono consci del pericolo. In tale scelta va notata una quasi totale assenza di poeti dialettali. È vero che il dialetto pertiene ad altri canali linguistici, ma è anche vero che alcuni autori sono imprescindibili nel panorama italiano e forse un piccolo spazio, più di altri inseriti, lo meritavano.

Sono però considerazioni opinabili e i due volumi appaiono assai completi e piacevoli alla lettura, talvolta sorprendenti nelle scelte. Fra i meriti dell’opera vi è quello di far emergere o riemergere figure spesso dimenticate, trascurate dalla critica o laterali. Vengono così antologizzati molti poeti minori accanto ai maggiori, e poeti di aree geografiche del Paese meno favorite dai traffici editoriali (in questo senso Dante Alighieri ha lo stesso spazio di Cecco Angiolieri). Qualche nome in tanta vastità viene a mancare, ma nel complesso è un’opera di respiro assai ampio che rende bene la voce del secolo passato. Ciò va sottolineato perché, per quanto suddivisa in due tomi che si dichiarano riassuntivi della nostra letteratura, l’opera è concentrata quasi tutta nel ‘900 fino ad arrivare al presente, e soltanto le prima 80 pagine del primo tomo condensano i precedenti otto secoli. Un difetto meno perdonabile, invece, consiste nel fatto che alcune composizioni più lunghe, probabilmente per motivi di spazio editoriale, vengono tagliate. Va bene una poesia per autore, ma un frammento per autore non può dirsi propriamente «rappresentativo». 

Leda Palma, LA PRECISIONE DEL FARO, La vita felice (Milano 2016)

La precisione del faro ovvero Tat twam asi, recita il titolo intero della raccolta. «Tat twam asi», traducibile dal sanscrito come «ciò che sei», dà conto delle reali intenzioni dell’autrice, che si muove in questo libro corposo ma assai colloquiale – nella versificazione talvolta prosastica, talvolta assai studiata ma senza mai venir meno alla sua necessità di raccontarsi – come se stesse scrivendo da un punto ben preciso della vita, sospeso davanti al mare oscuro, ma guardando allo stesso tempo in due diverse direzioni, proprio come un faro che, ruotando il suo fascio di luce, illumini di volta in volta diversi punti nel buio. Così la raccolta si muove su più piani, fisici e temporali. Fra l’infanzia a Pagnacco: «Sono nata accanto alle campane/ ai Tuoi piedi scalzi di deserto/ mordendo la tua veste bianca di latte» e lo scenario futuro rappresentato dalla malattia, dagli ospedali e dall’inevitabile morte. Fra Roma e l’India, a cui è dedicata la sezione intitolata Terramadre: «s’annulla piano ecco si fa cosmo/ ogni ramo morto di me/ luce». Fra le molte nascite scrupolosamente segnate e i tanti addii agli amici, ai proprio cari, fino al lungo canto finale che riassume il senso di questo cammino in parte definitivo in parte ancora aperto e per questo incerto e insieme entusiasmante. Ne viene fuori una lunga interrogazione piena di spiritualità e al tempo stesso di timori, in cui convivono due culture a confronto: l’europea e l’indiana, sul senso dell’esistenza su cui ineluttabile si spande un profondissimo senso di morte incombente, che talvolta lascia arresi e pacificati, altre sgomenti, altre ancora perturba persino gli attimi di maggiore serenità. Ma: «nessuno le chiede dove rimbalza/ la morte buona buona l’ha adagiata/ sul garbuglio di remi a indurre il faro/ a cucire più luce dentro il mare».

Antonio Spagnuolo, NON RITORNI, Robin (Torino 2016)

Di Antonio Spagnuolo abbiamo già recensito in questa rubrica Oltre lo smeriglio (Kairos 2014) e Ultimo tocco (puntoacapo, 2015). Non ritorni si muove nell’identico solco delle due precedenti raccolte, di cui costituisce la prosecuzione nell’elaborazione del dolore per la scomparsa della sua compagna: «Forse non so rassegnarmi, per te nascosto/ fra le cadute della mente ed il sospetto/ delle improvvise illusioni». Poesia intesa come cura, dunque, o confessione, ma che non pare trovare guarigione e sembra invece consumarlo. È sempre difficile parlare di un libro a questo livello di coinvolgimento del suo autore. E proprio come gli altri, di cui mutua la struttura, l’opera è suddivisa in due parti, quasi a ricordare la costante lacerazione che vi si riversa dentro. Delle due la seconda parte è impostata con maggiore misura: poesie brevi accomunate dall’identico tema del rimpianto. La prima è invece più avventurosa sia nella versificazione che nell’impeto che ne anima l’immaginario. In particolare va segnalata, al punto da valere da sola il prezzo dell’intero volume, la lunga composizione che apre la raccolta, intitolata A, dove la vena sperimentale di Spagnuolo sposa quella classica in una terrorizzante discesa all’inferno piena di echi barocchi, fino ad arrivare a un vero e proprio apice espressivo che si fa summa delle tre raccolte succitate e in cui il dolore assai commosso e commovente di Spagnuolo diventa espressione d’arte senza tempo: «Come al fondo di rossastre lune il mio capriccio/ oscilla tra vetrate e già lo sciame di libellule amiche/ ha il caos sotto quadranti, che la lingua scompone,/ ripete frasi nelle ossa candide per sfuggire nenie/ confidate alla sera». E ancora: «Esiste anche l’urlo di preghiera per le sembianze/ di una vergine che ha donato il suo ventre/ che ha sospeso il sospiro della resurrezione fra le lance/ di soldati impauriti. Esiste l’urlo!/ Sibila agli orecchi il ripetere ancora l’illusione/ del credo, che vacilla ad ogni passo perché assurdo».

 

 

 

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