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2\ Speciale Theo Angelopoulos

Posted on: 16/08/2012

La sera del 24 gennaio 2012 è morto in un incidente stradale il più noto regista greco, Theodoros Angelopoulos, nato ad Atene nel 1935 e formatosi cinematograficamente a Parigi, dove era stato esiliato nel 1967, durante la dittatura dei Colonnelli, a causa della sua militanza giornalistica a sinistra. La sua lezione artistica merita di essere ricordata, ora che la crisi culturale europea ch’egli denunciava è stata resa forse definitiva dalla grande contrazione economica che più di ogni altro Paese ha fagocitato la sua Grecia.

Per questo incroci ha voluto dedicargli un approfondimento, articolato in due tempi: un intervento del critico cinematografico Vito Attolini, che abbiamo già pubblicato, e una intervista rilasciata tempo fa a Raffale Nigro, che invece pubblichiamo oggi.

 

 

da incroci 25 –

Angelopoulos: «La crisi (della cinematografia) è in atto»

un’intervista di Raffaele Nigro a Theodoros Angelopoulos

 

Un vivace ritratto di Angelopoulos emerge da questa intervista rilasciata a Raffaele Nigro e parzialmente già apparsa sulla «Gazzetta del Mezzogiorno».

 

L’originalità narrativa di Theo Angelopoulos sta in una scelta estetica che diventa anche ragione di politica culturale e di etica. Contro il fiume di immagini prodotto dalla televisione che è rapidità, superficialità, chiasso, contro un cinema hollywoodiano che propone effetti speciali e assurdi mercati delle armi e della vita ridotta a gangsterismo, a inseguimenti spericolati, a sintesi spesso incapaci di riflettere e di far riflettere, Angelopoulos decide di raccontare nell’assoluta dimenticanza del tempo. I suoi film sono luoghi della lentezza voluta e desiderata, quale è proprio della teatralità della vita, che ha i suoi ritmi, le sue attese, le sue pause. La vita è tutta fatta di pause che il cinema solitamente cancella, riducendosi ad azione frenetica, proponendo la sintesi in luogo dell’analisi.

I suoi film elogiano il silenzio meditativo e dunque il dialogo interiore dei personaggi, fanno della comunicazione il luogo dello sguardo e dello scavo. In L’eternità è un giorno la forza introspettiva di Alessandro, un poeta e intellettuale, spiega che la vita dell’individuo è fatta di continue domande esistenziali, di ricerca sofferta e sincera spesso priva di risposte.

Fedele a una tradizione espressamente mediterranea, egli si muove nel brulichio della coralità e nell’abbandono infinito del mare o delle montagne, facendo combaciare la cultura mitologica della Grecia, i grandi miti del mare e quelli dell’entroterra montagnoso quali la Macedonia e l’Epiro, mettendo in risalto le caratteristiche di un’Europa dimenticata, pre-consumistica, e di un Mediterraneo di povertà e di ribellioni. Un’Europa che sta perdendo la propria identità, che ha sposato i riti e i miti del benessere, del consumismo, dell’americanismo. Un Mediterraneo sul quale pesa la lunga storia della civiltà, ma nel quale continuano a consumarsi i riti del potere, delle guerriglie e della violenza. Violenza e potere che non sono soltanto nei dittatori, ma anche nei ribelli, come si legge in film come Alessandro il Grande e Lo sguardo di Ulisse. In quest’ultimo, soprattutto, c’è la fin troppo palese decisione di parlare di fatti legati alla cronaca più recente, come le guerre nei paesi dell’ex Jugoslavia, la distruzione di Sarajevo, la fine del socialismo, ma sempre in chiave di allegoria, perché il cinema, in quanto sintesi di molte arti, poesia, musica, pittura è il luogo delle metafore, per Angelopoulos, e mai della cronaca.

Una funzione allegorica, quella del cinema, dove il non detto è appunto nell’espressionismo delle immagini, cariche di valenze poetiche e dove nel piano sequenza fisso come una sorta di iperrealismo che finisce col diventare ora metafisico ora segno magico, si riproduce la logica della vista, dello sguardo. Lo sguardo si concede pause e montaggi solo tra la sera e la mattina, quando cioè è costretto all’interruzione del sonno, per il resto è continuità, impossibilità di interruzione, scansione lenta della vita attraverso immagini che conservano sintesi profonde, messaggi. Le immagini sono ciò che si vede di un mondo nascosto, del quale una sintesi fugace non può darci i significati. Insomma Angelopoulos chiede ai suoi spettatori quell’attenzione e quella partecipazione emotiva e riflessiva da cui la società contemporanea intende rifuggire.

Lo incontro a Palmi, dove è venuto a ritirare il premio “I Sud del Mondo”, sulla grande scogliera che guarda la Sicilia, il mare di Messina. È un uomo taciturno che parla lento alternando il francese all’italiano.

 

Quali sono i suoi maestri?

Non si può parlare di maestri, ma ne Lo Sguardo di Ulisse c’è una scena nella quale Harvey Keitel passeggia lungo il fiume di Belgrado con un giornalista, all’epoca della guerra bosniaca, torna indietro con la mente a molti anni prima e si ritrova a pensare alle cose che ha amato: per esempio gli amici che sono morti, le donne che ha conosciuto, la madre… E a quel punto pensa a Orson Welles, Murnau e Dreyer.

 

Il silenzio, la lentezza, che mi pare preceda il saggio di Kundera, da dove nascono? Da Dreyer?

No, è un ritmo interiore, sono paesaggi che corrispondono a miei paesaggi interiori. Io non scrivo la sceneggiatura dopo aver trovato il paesaggio, ma prima. È una conseguenza e, quando non trovo il paesaggio che corrisponde alla mia condizione interiore lo modifico, cioè intervengo e cambio per esempio il colore o vi introduco elementi che modificano sostanzialmente il paesaggio: i costumi, un albero, le foglie, finché corrisponde a quello che io voglio.

 

C’è nel suo cinema anche molto espressionismo.

Non so se si possa parlare di espressionismo. C’è un lavoro culturale, come in una pittura.

 

Lei ama la pittura?

Se lei vede i miei film comprende come io ami la pittura.

 

Quali pittori?

Sono molti. Molti pittori greci che lei non conosce, i surrealisti come Magritte, i grandi pittori italiani, i fiamminghi, El Greco, e poi i moderni.

 

C’è un grande amore anche per la cultura contadina sparita

Io penso che c’era in quella cultura un’originalità, una stretta relazione con la terra, con qualcosa che legava le persone per cui le espressioni della vita quotidiana, la danza, la canzone erano molto più presenti che ora. Elementi che davano qualcosa di straordinario alla vita quotidiana: il pane, la terra, l’acqua, il fuoco, i rapporti, la danza, la canzone, la pioggia, la neve; elementi che servono a riportare alla memoria un mondo che non esiste più.

 

I Balcani sono Mediterraneo o un altro mondo?

No, sono un altro mondo. La Grecia, soprattutto la Grecia del nord, geograficamente appartiene ai Balcani, ma la sua cultura non ha niente a che vedere con essi. La Grecia ha più una cultura del mare che della montagna. Gli albanesi hanno una cultura della montagna. I Serbi sono slavi e hanno anche loro una cultura della montagna. I Balcani hanno sì il mare, ma il Mar Nero è un’altra cosa dal Mediterraneo.

 

Lei si sente più uomo di mare o di montagna?

L’uno e l’altro, perché mio padre è della montagna e mia madre del mare e io sono nato ad Atene e sono sempre vissuto là. Ho scoperto la Grecia durante il servizio militare.

 

Dove l’ha fatto?

Facevo parte di un’unità militare che viaggiava di continuo e ho potuto conoscere tutta la Grecia. Soprattutto quella interna, la Grecia dimenticata, perché il cinema dell’epoca si occupava soltanto di Atene. Il primo film che ho fatto è stato appunto su questa Grecia dimenticata e non l’ho girato durante il periodo estivo, ma in quello invernale, quando tutto è più duro. Pensi a certe scene di Alessandro il Grande.

 

Quando ha girato quel film era affascinato dall’immagine dei briganti?

Era, non so come definirlo, una sorta di meditazione sul potere, sulla trasformazione di qualcuno, di un uomo, di un’idea, sia che fosse un liberatore o un’idea liberatrice e che poco a poco si trasforma con il potere in un dittatore, in un tiranno. È ciò che è avvenuto in un’idea di libertà come il socialismo quando si è trasformato nell’applicazione del socialismo dittatoriale.

 

Il film era nato come riflessione sul regime dei Colonnelli?

No, era una riflessione sulla fine del Socialismo. Il regime era finito dieci anni prima.

 

I titoli dei film li pensa prima o alla fine?

Prima. Sto scrivendo ora un film che è il primo di una trilogia il cui titolo generale è La città del piacere, anche se è un titolo provvisorio. Il titolo della prima parte è La terra che piange, il secondo è La terza ala e il terzo è L’eterno ritorno.

 

Tutti da girare ancora?

Sì, ancora da girare.

 

Ma lei crede in Dio?

Non so in quale Dio. Né io credo in qualcosa di ciò che si ama nell’infanzia.

 

Però dai suoi film emerge una sorta di fede nella bellezza.

Non so che risponderle. Da giovane io ho perso la fede. E anche con la bellezza ho stabilito una relazione ormai troppo lontana.

 

Che pensa dell’Italia e degli italiani?

Innanzi tutto, conoscendo molto bene l’Italia, penso che gli italiani siano molto vicini per carattere ai greci, soprattutto gli italiani del Sud. Sono stato a Bari per uno stage e mi sono trovato meglio che a casa. Ma frequento abitualmente la Romagna e Roma. Poi, come seconda cosa, io penso che l’Italia sia tutta un ‘museo’.

 

Come la Grecia?

Non proprio.

 

Forse perché la Grecia non ha avuto il Rinascimento?

Esatto, perché non lo abbiamo avuto.

 

Avete avuto il mondo classico e la cultura bizantina. Poi i turchi hanno bloccato tutto.

Sì, tutta la cultura e la fede greca si è trasferita in Italia e in Francia. In Grecia sono rimasti solo i pastori. Voi avete avuto una progressione da un punto di vista storico, noi, invece, per ben quattro secoli abbiamo avuto il silenzio. Non c’era la possibilità di parlare o di apprendere neppure il greco, perché non vi erano più scuole.

 

E della cultura del Mediterraneo?

Stesso discorso che ho fatto per la Grecia. La cultura mediterranea si è formata sull’influsso della Grecia. Su questa cultura si è innestata quella del mondo latino. Se parliamo di cultura del Mediterraneo è come parlare della civiltà greco-romana che ha lasciato tracce dappertutto. E questa è la ragione per cui, in qualunque angolo del Mediterraneo si approdi, uno di noi si trova a suo agio. Ma poi c’è stato un lungo, lunghissimo silenzio.

 

A quali paesi si riferisce? Non certo a quelli del Nord del Mediterraneo…

No, ai paesi del Maghreb, all’Est del Mediterraneo, dall’Egitto alla Palestina fino alla Turchia.

 

Mi pare di capire che lei abbia molti rapporti con l’Italia.

Con l’Italia e con la Francia, dove ho un pubblico che mi segue con interesse.

 

Ha ovviamente amici…

Tanti, a cominciare da Tonino Guerra. Tonino è un ‘originale’. Pensi che ha trasformato il suo paese natale, Pennabilli, in un ‘giardino dei frutti dimenticati’. Ha innestato tanti alberi in via di sparizione nel giardino di una chiesa, piante che i contadini stanno ormai dimenticando. Sono le testimonianze di memoria della sua infanzia. È in quel giardino che noi ci vediamo e discutiamo. Lui in italiano e io in francese. Perché io non parlo italiano, ma lo capisco. Attraverso lui io ho fatto amicizia con Fellini, Antonioni, con alcuni attori che ho amato molto.

 

Per esempio?

Mastroianni, che si diceva greco per via del suo nome, Mastro Ghiannos (mastro Giovanni) e Gian Maria Volontè, che era un eroe romantico. Io ho conosciuto Tonino quando aveva appena finito di lavorare con Antonioni a Roma. In quel periodo io mi trovavo a dividere lo stesso appartamento con Tarkovski e Tarkovski aveva cominciato a lavorare con Tonino alla sceneggiatura del film Nostalgia. Dal momento che ero nello stesso appartamento, ci conoscemmo e nacque subito una sintonia. Tonino parla solo nel suo accento dialettale, ma è un uomo di grande poesia.

 

Lei lavorerebbe come sceneggiatore al film di un altro regista? Penso per esempio proprio a Tarkovski?

No, siamo troppo diversi.

 

In cosa?

È un grande cineasta, ben intesi, ma c’è troppa differenza tra noi. Intanto lui è slavo e io sono greco. Poi c’è una differenza di religione. La fede ortodossa è una tradizione fondamentale dei nostri popoli, come la cattolica è per la vostra, ma gli ortodossi russi sono intrinsecamente mistici, al contrario degli ortodossi greci che sono semplici e chiari. La relazione con Tarkovski si riavvicina per quanto riguarda il modo di vedere il cinema, ma restano diverse e lontane le tematiche che trattiamo. Caratterialmente lui è un mistico e un introverso, un regista che produce un cinema oppresso dalla simbologia.

 

Per tornare al suo cinema. Mi pare che lei ami molto il piano sequenza invece del montaggio frenetico

Questa è la mia maniera di scrivere. È come nella letteratura. Il primo piano sequenza è di Omero, nell’Iliade. Le cinque pagine di descrizione delle armi di Achille sono un piano sequenza. Nell’Ulisse di Joyce il flusso narrativo senza punteggiatura è un piano sequenza. Le lunghe parentesi di Faulkner sono dei piani sequenza. Così faceva Orson Welles e così Murnau.

 

La tradizione cinematografica greca è recente?

Non c’è una tradizione greca, perché bisogna considerare che nella Grecia tra le due guerre è mancata un’industria cinematografica come invece da voi che avete avuto prima del neorealismo tutta un’industria. Pensi a Pastrone. Non c’erano mezzi per realizzare prodotti cinematografici, come accadeva in America o in Danimarca, per cui il cinema greco ha iniziato a esistere solo dopo la seconda guerra mondiale. Vi era un cinema locale con delle star locali o provenienti dai Balcani.

 

E Costa-Gavras? È un greco della sua generazione…

È un regista con una grandissima tecnica, ma con poca poesia.

 

Ci sono giovani registi?

Noi siamo stati una generazione di rottura. Quando vennero i Colonnelli, metà della mia generazione è andata via dalla Grecia e dopo c’è stata la televisione, per cui non c’è stato tempo di creare una tradizione. Penso che si stia solo oggi impiantando una tradizione, ma in tutta Europa si sta verificando una crisi della cinematografia e di questo sta soffrendo anche la Grecia. Che cos’è stato della tradizione cinematografica tedesca, di Wenders, di Herzog, di Fassbinder? Non c’è stato un seguito. E anche in Italia, dopo i grandi neorealisti, dopo Fellini e Antonioni cosa è venuto? La crisi è in atto. Molti della mia generazione in Europa si sono fermati, fanno registrare una battuta d’arresto, anche in Francia c’è qualcosa, ma niente di straordinario. Dopo Renoir, dopo Truffaut non è venuto nessuno. C’è crisi al centro e c’è in periferia.

 

Sta venendo fuori, per caso, un cinema arabo?

No, niente ancora.

 

L’ho fatta stancare, maestro…

No, guardi, è molto bello parlare del proprio lavoro e dire cose che giammai uno avrebbe pensato. Soprattutto con scrittori, perché c’è affinità di lavoro tra noi e voi e ci aiutate a riconoscere la nostra poetica. A differenza dei critici di settore, che spesso si inventano cose strane. C’è stato uno che ha fatto un lavoro e si è intestardito alla ricerca di una relazione tra me e Nietzsche. Io non ve ne trovo alcuna, ma lui sì!

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