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Intervista a Silvio Ramat/ IL LUNGO AMORE DEL SECOLO BREVE.

Posted on: 15/11/2012

da incroci 23 – sezione Recensioni

Silvio Ramat

IL LUNGO AMORE DEL SECOLO BREVE. SAGGI SULLA POESIA NOVECENTESCA

Franco Cesati, Firenze 2010.

Recensione e intervista a cura di Giuseppe Lupo

Per leggere (e studiare) i poeti non sempre è necessario essere poeti, conoscere il mestiere ‘dal di dentro’, manipolare tecniche e trucchi, camminare a piedi sicuri nei territori della letteratura in versi. Tuttavia può essere di grande aiuto, perché lo sguardo di chi conosce il mestiere a volte si incunea con maggiore profondità nelle sfumature della pagina scritta. Queste considerazioni balzano ben evidenti di fronte ai saggi che Silvio Ramat ha radunato in un volume impostato secondo criteri cronologici (si parte da Carducci e si arriva al ‘bilancio del Novecento’, passando attraverso Papini, Soffici, Campana, Rebora, Saba, Sbarbaro, Gatto, Sinisgalli, Parronchi, Sereni, Montale, Betocchi, Bigongiari), che ricorda, senza nulla togliere alla competenza del critico e dello studioso che da decenni insegna Letteratura italiana contemporanea nell’Università di Padova, un’efficace incursione nei sentieri della poesia. Tutto ciò dipende da una precisa sensazione: quella di ragionare su stili e contenuti sentendosi ‘dentro’ il paesaggio, cioè di affermare una sorta di appartenenza genealogica a una linea che inquadra principalmente l’orizzonte fiorentino e, in particolare, l’esperienza ermetica. Ramat non solo compie un importante esercizio di sintesi, abbracciando un orizzonte di parole lungo quanto il secolo (sia pur breve), ma continua a interrogarsi, con perizia ed emozione, sul significato e sul mistero che si nascondono dietro un’opera in versi, calandosi con gli strumenti del fabbro e del falegname nel laboratorio poetico novecentesco fino a rimarcarne con amore (quello annunciato dal titolo del libro) le asperità e gli esiti felici.

 

Vorrei cominciare questa conversazione dal titolo: un endecasillabo con un incrocio di aggettivi (lungo/breve) e di due termini (amore/secolo). Perché Il lungo amore del secolo breve?

Due, non uno, gli endecasillabi del titolo! Non è mai facile escogitarne uno che riassuma, se non i contenuti, il criterio di una miscellanea di saggi quale è la mia. Ho deciso di affidarla a un’insegna che in parte ricalca l’invalsa (discutibile) formula che definisce breve il secolo XX ma in parte anche la smentisce tramite un epiteto, lungo, che caratterizza, di quel medesimo arco di tempo, l’amore per la poesia. Anziché ‘lungo’ avrei dovuto scrivere: ‘immortale’?

 

Lei attraversa cento anni di esperienze poetiche, rilegge testi già noti e dà voce ad altri, magari rimasti nell’ombra. In questa ricognizione quanto ha inciso il fatto che lei stesso si è dedicato, e con successo, alla poesia?

A garantire un minimo di unitarietà al volume, oltre alla firma dell’autore, stanno i tempi di stesura dei singoli saggi, datati (venti su ventuno) dal 2000 in qua. Certo, il mio secondo – o primo? – mestiere, quello di poeta, non è estraneo alla scelta dei nomi e dei testi. L’insistenza su alcuni pionieri (da Papini a Soffici, da Cardarelli a Campana, da Rebora a Sbarbaro) si lega alle mie assidue riletture delle voci di una generazione impareggiabile, quella che ha costruito il Novecento. Ma dove nel libro si parla di Gatto e Sinisgalli, di Parronchi e Sereni, e più oltre di Montale, Betocchi, Bigongiari…, lì agisce il richiamo di una costellazione sulla quale, appena varcata l’adolescenza, si formò il mio davvero lungo amore alla poesia.

 

Nell’ultimo capitolo traccia un bilancio sulle metodologie critiche che più o meno la convincono. Perché attribuisce grande rilevanza alle date, ai titoli, all’approccio monografico su ciascun autore?

Due capitoli brevissimi incorniciano il libro. Severamente, il primo stacca di fatto Carducci da quel che più preme al nuovo secolo; il quale secolo, però, si è compiaciuto di teorizzare classificare inscatolare senza misura, spaccando il campo fra ‘maggiori’ e ‘minori’, ostacolando con i suoi ‘ismi’a catena la facoltà (la gioia) di una delibazione diretta di quegli autori – decine di autori – che non sopportano la gabbia delle ideologie, il bavaglio delle poetiche. Per questo ho suggerito opportune le innumerevoli monografie, come un rimedio all’imperante frigida tradizione manualistica, nociva fra l’altro ai più giovani, agli studenti.

 

Oltre che di storia, il suo è anche un libro di luoghi geografici: città, paesi, strade. Come mai dedica così ampio spazio alla Toscana e a Firenze?

Ne I passi della poesia (Interlinea, Novara 2002), una raccolta di saggi paragonabile a quella odierna, restavano forse un po’ in ombra la Toscana e Firenze, miei luoghi, mie radici. L’averne qui recuperato qualche nome e tema specifico potrebbe rispondere ad una, sia pur non ragionata, esigenza di riequilibrare i ruoli e i valori.

 

Volendo tracciare un consuntivo, può dirci qual è stata, se c’è stata, l’esperienza poetica, individuale o di gruppo, a cui si sente più legato?

Quest’anno il mio corso monografico verte sulla poesia di Luzi che va dall’epilogo del suo periodo ‘ermetico’ (circa 1945) al compiersi (alle soglie del ’60, con Dal fondo delle campagne) di quella fase che precede la svolta in chiave ‘drammatica’ di Nel magma. Ecco, è forse quella esperienza individuale (Primizie del deserto e Onore del vero) il polo da cui mi sento attratto di più. Attratto anche sul piano emotivo, ripensando che fu proprio Onore del vero (il libro era uscito da soli due anni quando, ventenne, io conobbi Luzi di persona) a farmi capire che la parola di un grande poeta può anche essere – invidiabilmente – ‘chiara’.

 

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