incroci on line

Sull’editoria a pagamento

Posted on: 14/12/2012

scrittura

di Daniele Maria Pegorari 

Dal noto e discusso Manifesto TQ alle mille fiere del libro che hanno punteggiato il firmamento delle attività culturali del nostro territorio rimbalza per ogni dove, ripetuto come un mantra, l’anatema contro l’editoria a pagamento, pronunciato da operatori che stigmatizzano la pubblicazione senza filtri di qualunque porcheria, purché debitamente accompagnata da congrui assegni firmati dal sig. Narciso; il che sarebbe condivisibile, se gli stessi editori, mescolando la saccenteria di chi la sa lunga con l’ipocrisia di chi nasconde scheletri nell’armadio, non trovassero del tutto naturale incassare lauti contributi dagli istituti di ricerca (solitamente si tratta dei Dipartimenti universitari). Dove finisce il tanto gridato coraggio dell’editore, quando questi, a margine di spropositati elogi riservati al saggista di turno, allarga le braccia dinanzi alle difficoltà della letteratura scientifica, pronto subito a stringerle di nuovo al petto qualora possa cullare teneramente una promessa di finanziamento con tre e anche quattro zeri?

Per eleganza non faccio nomi, ma credetemi: un operatore locale molto intraprendente, qualche giorno fa, contrapponeva alla dilagante editoria a pagamento la propria buona pratica industriale, come se io non avessi sul mio tavolo un suo volume finanziato per intero dalle casse del mio corso di laurea che ha acquistato l’intera tiratura… E cosa dovrei rispondere a quei tanti poeti, specie giovani, che si dicono lesi nella loro dignità se, per pubblicare un dattiloscritto solitamente sciatto e ribollito, un editore chiede un migliaio di euro? Dovrei forse rispondere che evidentemente la mia dignità l’ho venduta per comprarmi i contratti di pubblicazione di quasi tutti i libri di critica letteraria ai quali ho affidato la mia carriera e la mia stessa vita? Dal punto di vista dell’editore cosa cambia se il finanziamento del libro proviene dall’autore o da un soggetto terzo che si premura di coprirgli le spese? Nulla.

Occorrerebbe ragionare di queste questioni con meno demagogia e più realismo, spostando l’attenzione sulle due variabili che sottraggono il mercato agli autori: la sua saturazione, determinata dal troppo elevato numero di editori presente sul territorio nazionale, e l’insufficienza cronica del numero dei lettori. Potrebbe affrontare il mercato solo quell’editore che scommettesse non solo sulla vendibilità di un libro (criterio assolutamente aleatorio, giacché troppi titoli sono potenzialmente vendibili, in quanto sufficientemente interessanti e sufficientemente ben scritti), ma sulla sua qualità, cioè sul suo essere assolutamente diverso e insostituibile sul mercato. Di libri così in un anno ne escono tanti quanti possono essere allineati in pochi scaffali di un megastore.

Ma parlare di qualità non conviene quasi a nessuno. Soprattutto non a quegli editor che sanno bene che molti dei libri che li hanno premiati sono frutto di alchimie redazionali, più che del genio ispiratore di scrittori prestanome.


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