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MARIO DESIATI, LA STRAGE DELL’HEYSEL E LA CAREZZA DI SCIREA

Posted on: 02/08/2015

Mario Desiati, La notte dell’innocenza. Heysel 1985, memorie di una tragedia

Rizzoli, Milano 2015 

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Sono uno juventino di centro: nel senso che quella calcistica è forse l’unica fede moderata della mia vita. Intendiamoci, credo di aver pianto anch’io di disperato nervosismo dopo una sconfitta della mia beneamata, ma avevo 13 anni e non riuscii a sopportare, dopo la perdita dello scudetto a vantaggio della Roma di Falcao e Conti, anche il cocente scippo della Coppa dei Campioni, il 25 maggio 1983 ad Atene, da parte di un insignificante Amburgo. Sarebbe stato troppo per chiunque, penso… Ci rifacemmo l’anno seguente col miglior Platini di sempre e un nuovo portiere perugino, Tacconi, che ebbe la meglio sull’eterno secondo, un bresciano dal cognome che all’epoca non poteva dirmi nulla, ma che una decina di anni dopo mi avrebbe richiamato alla mente quello di un suo omonimo pugliese, segnato anche lui dal destino di rimanere sulla soglia della ribalta e di non essere mai scelto fra i migliori undici. Il cognome poco fortunato era quello di Bodini, ma in quest’altro caso il ‘gioco’ era quello della poesia.

Avevo cinque anni quando, sfogliando il mio primo album di figurine (mai fatta una collezione, ma credo che mio padre ogni tanto provasse a inocularmi germi di ordinaria mascolinità, come quando mi regalava il meccano, pontificava sulla nonviolenza della boxe e mi portava a vedere un giuramento militare), scelsi di tifare per questa squadra che non portava il nome di alcuna città e ingenuamente pensavo che si trattasse di una compagine talmente ‘sfigata’ che non poteva permettersi nemmeno di giocare a nome di un paese. E allora, se nessuno la voleva, la mia innata vocazione per le minoranze e i diseredati mi imponeva di adottarla. La strutturazione ideologica della mia vita era evidentemente già partita; pretendere da un bimbetto, poi, che non facesse errori di valutazione sarebbe stato eccessivo…

Poi arrivò l’aureo decennio 1977-1986, quando la Vecchia Signora (strano epiteto per la Juventus!), con Trapattoni in panchina, vinse sei Campionati, tre Coppe Italia, una Coppa Uefa, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa, una Coppa dei Campioni e un’Intercontinentale. Le città del Sud si riempivano di scritte inneggianti e di club bianconeri, io ero passato dall’infanzia solidale verso gli ultimi all’adolescenza bisognosa di conferme, e non potevo che rallegrarmi di essere dalla parte dei vincenti e in buona compagnia. Per non dire di quando poi scoprii che juventini erano stati anche Gramsci e Berlinguer… E poi ormai era fatta, la squadra del cuore è per sempre.

Ho ripensato a questi miei esordi da tifoso leggendo il bel libro di Mario Desiati, La notte dell’innocenza. Heysel 1985, memorie di una tragedia (Rizzoli, Milano 2015), dedicato alla ricostruzione (fra il giornalistico e il narrativo) della vicenda più orrenda della storia del calcio italiano, la finale della Coppa dei Campioni del 1985 per sempre trasformata in un’irrazionale esplosione di violenza in cui 39 pacifici tifosi non organizzati, quasi tutti italiani, fra cui un bambino, due donne e nessun inglese, rimasero uccisi mentre cercavano di sfuggire agli attacchi dei temibilissimi hooligans del Liverpool. La levigatezza della scrittura di Desiati ci è ben nota e cara, sappiamo che la sua caratteristica narrativa consiste nella capacità di rendere simbolica la cronaca, lirica l’ordinarietà. E non tradisce nemmeno in questo suo non-romanzo, come quando coglie nel gesto paterno di capitan Scirea, dopo il gol decisivo di Platini, la summa ineffabile di esultanza, pietà, pudore, trance agonistica e senso di inadeguatezza; o quando capisce che la comunicazione, mentre stava diventando il regime strutturale di cose serie come l’economia e la politica, avrebbe divorato per sempre anche il calcio, non solo perché il principale industriale italiano dei media avrebbe comprato il Milan nel febbraio del 1986, ma soprattutto perché nell’estate successiva avrebbe preparato la sua metaforica ‘discesa’ in campo del 1994, atterrando realmente in uno stadio a bordo di un elicottero molto immaginifico (e quindi postreale).

Nei libri di Desiati, anche in quelli più ‘fuori linea’ (come Mare di zucchero, intorno agli sbarchi albanesi, recensito su «incroci» 31), c’è sempre qualcosa in più, si direbbe l’aspirazione a raccontare, sia pur per frammenti, l’immaginario di un paio di generazioni, quelle divenute adolescenti negli anni Ottanta o Novanta, l’ultima che possa essersi augurata con Sting che anche i russi amassero i loro children e la prima ad aver creduto che il Grande Fratello sia il manuale per la trasformazione della vita in un casting. Due generazioni accomunate dall’imbarazzante abitudine semplificatoria con cui sono state indotte ad accostarsi ai grandi problemi. Sicché quest’ultimo libro dello scrittore pugliese non solo con dovizia di particolari ricostruisce l’accaduto, intrecciando ai suoi ricordi d’infanzia (in quel terribile 29 maggio 1985 egli aveva 8 anni) un’ampia messe di fonti giornalistiche e bibliografiche (accuratamente riportate), ma diviene un ‘racconto sociologico’ (non un noioso ragionamento specialistico, ma neanche un superficiale e ruffiano amarcord), che coglie i primi vagiti della trasformazione del tifo collettivo in surrogato identitario, in cui l’ipertrofia della rabbia è direttamente proporzionale alla liquefazione delle ragioni dello stare insieme.

Con le sue parole, «il calcio» stava cessando di essere «un gioco» per divenire «il condotto di una pulsione che mette assieme felicità, consolazione, solidarietà, e dunque odio e morte. Il calcio è la raffigurazione plastica della nostra notte e dei conflitti che nasconde» (p. 20). 

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