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«La realtà è superiore all’idea» e «il tempo è superiore allo spazio». L’enciclica di papa Francesco sulla «cura» dell’ambiente

Posted on: 28/08/2015

«LA REALTÀ È SUPERIORE ALL’IDEA» E «IL TEMPO È SUPERIORE ALLO SPAZIO».

 L’ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO SULLA «CURA» DELL’AMBIENTE

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Pensata come una lettera indirizzata «a tutte le persone di buona volontà» (n. 62) e non solo al popolo dei credenti in Cristo, l’enciclica Laudato si’, data il giorno di Pentecoste del 2015, terzo del pontificato di papa Bergoglio, è una riflessione morale sulla relazione stretta fra crisi ambientale e modello di sviluppo, che merita di entrare nel dibattito ideologico contemporaneo per la chiarezza delle proposizioni e per il coraggio con cui chiama in causa categorie e nodi concettuali altrove ritenuti spinosi, come «il lavoro» in quanto «senso della vita su questa terra» (n. 128), il «mondo postmoderno» (n. 162) o «post-industriale» (n. 165) e la «decrescita» (nn. 191-198). La struttura del ‘genere letterario’ è rigorosamente rispettata, col costante richiamo alla tradizione biblica (soprattutto veterotestamentaria, mi è parso) e alla tradizione magisteriale, con una comprensibile ricorrenza dei documenti dei due papi più recenti e della stessa esortazione apostolica Evangelii gaudium pubblicata da Francesco il 24 novembre 2013, giacché la tematica di stringente attualità scoraggia la ricerca di fondamenti dottrinali troppo indietro nel tempo. Stupisce favorevolmente la frequente citazione di documenti collettivi (come quelli di diverse conferenze episcopali non italiane) che confermano il carattere di novità del papa argentino: il suo cercare la nobiltà della Chiesa nella sua interezza, nel suo ‘corpo’, più che nella saldezza dell’auctoritas. Fa parte di questo carattere nuovo anche lo stile colloquiale dell’enciclica, la semplicità del dettato, l’abitudine a tornare sui nodi prediletti, temendo più di non essere compreso che di ripetersi.

E il tema dei temi è, per Bergoglio, che la natura, nel suo più intimo e sacro statuto di «realtà» (lemma ribadito con sorprendente insistenza), viene con arroganza e mistificazione manipolata dal «paradigma tecno-economico» (n. 53) legato alla «finanza» (n. 20), che ha già reso ininfluente la politica, come dimostra il «fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente» e lo stile detrattorio con cui è liquidato «qualunque tentativo delle organizzazioni sociali di modificare le cose (n. 54). Al contrario, si tratta per questo papa di procedere nell’immediato a un molecolare cambiamento negli stili di vita, che porti ciascuno a ridurre i consumi energetici e il possesso di oggetti, richiamo, quest’ultimo, che viene motivato non più secondo i consueti puntelli pauperistici, ma secondo quelli ecologici della rinuncia all’accumulo di oggetti che implicano dapprima la rincorsa all’accaparramento e poi il rapido deprezzamento delle cose, che perdono valore economico e morale e divengono esclusivamente un problema di smaltimento. Per i cultori delle patrie lettere contemporanee segnalo certe consonanze (del tutto involontarie, è evidente, ma non di meno interessanti) con le teorie del ‘realismo terminale’ dei poeti Guido Oldani e Giuseppe Langella. Da questa rifondazione degli stili di vita si dovrebbe passare a un mutamento nelle politiche governative e internazionali (qui papa Francesco cita Giovanni XXIII e Benedetto XVI e il loro invito a «una vera Autorità politica mondiale»: n. 175) e a «una coraggiosa rivoluzione culturale» (n. 114), una rivalorizzazione del concetto di «progresso» che non prenda più le sue mosse dallo sviluppismo e dal mito «di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia» (n. 106) .

Qualcuno (come Piero Stefani nel commento in appendice all’edizione bresciana de La Scuola di Laudato si’, una delle tante in cui l’enciclica è stata diffusa) ha fatto notare che il presunto ‘anticapitalismo’ di Francesco non ha nulla a che vedere con la «teologia della liberazione», giacché «i poveri» non vi sono più individuati «come soggetti attivi per una trasformazione degli assetti socialmente iniqui» e «la lotta dal basso è ormai posta fuori dall’orizzonte» (p. 151). Ma penso che il richiamo (contenuto nella preghiera finale) ai «padroni del potere e del denaro / perché non cadano nel peccato dell’indifferenza, / amino il bene comune, promuovano i deboli, / e abbiano cura di questo mondo che abitiamo», conterrà pure un mutamento di prospettiva (come dire, ‘riformistico’) ma è soprattutto coerente con un discorso che ha con chiarezza puntato il dito sulle responsabilità di chi detiene il potere delle decisioni in materia economica, tecnologica e politica e a cui spetta primariamente il compito di mutare indirizzo, ben sapendo che «i deboli» pagano già, con la propria minorità, un altissimo costo esistenziale e socio-politico, per poter pretendere che parta da loro anche una lucida, organizzata e vittoriosa rivoluzione globale. E la questione greca di questi mesi penso abbia detto una parola forse definitiva sul diverso peso d’incidenza del potere delle moltitudini e di quello delle élite tecno-finanziarie. Qualcun altro (come Sandro Magister su «l’Espresso» n. 34 del 27 agosto 2015, p. 41; ma leggilo anche a http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351117) resuscita il termine «populismo» (l’accusa prêt-à-porter più vestibile del pianeta, a quanto pare) e persino un imbarazzante paragone col presidente Perón, per gettare un’ombra sulla doppia misura cui sembra adattarsi il santo padre, quando da un lato dialoga con i «movimenti popolari» mondiali e dall’altro non evita di affidare lo IOR ad alcuni tecnocrati variamente legati nel recente passato allo statunitense Promontory Financial Group, che giusto il 3 agosto di quest’anno è stato sospeso dallo Stato di New York per operazioni non legali.

Non vorrei entrare nel ginepraio della purezza delle intenzioni del papa, delle gerarchie ecclesiastiche e degli stessi vaticanisti e vorrei stendere un velo pietoso anche sulle mie: forse siamo tutti alla ricerca di una traccia per attraversare il deserto e da troppo tempo abbiamo dovuto fare esperienza degli amari risvegli cui ci costringe la realtà, fra gli ipocriti, i doppiogiochisti, i voltagabbana, i corrotti e – poi sì, ci sono anche loro – i populisti. Ma si concederà che qui siamo dinanzi a qualcosa di più che un istant book mosso da strategie di marketing politico.

Siamo di fronte a un documento pontificio che vuole entrare nella tradizione e si fa tradizione per il futuro, portandovi una grande novità: il presente non viene più liquidato come contingenza da assorbire entro la più ampia teleologia, ma viene innalzato a rovello che interroga e costringe a mettere in discussione non solo le microabitudini private, ma i «modelli di sviluppo, produzione e consumo» (n. 138), lo stesso pensarsi come donne e uomini in pace con la coscienza, come legittimi utilizzatori della «proprietà privata», il cui diritto «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile», subordinandolo, invece, «alla destinazione universale dei beni» (n. 93). Impressiona la lucidità con cui il papa applica alla «critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia» (n. 16) argomenti che altre volte abbiamo utilizzato per la critica al regime della comunicazione e del capitalismo informazionale. Il modello «tecnocratico» dominante e la comunicazione virtuale, infatti, hanno in comune tanto la capacità di costituirsi come una superideologia che contiene tutto e quindi non ammette opposizione («la tecnica ha una tendenza a far sì che nulla rimanga fuori dalla sua ferrea logica»: n. 108), quanto la parcellizzazione dell’esperienza («La specializzazione propria della tecnologia implica una notevole difficoltà ad avere uno sguardo d’insieme. La frammentazione del sapere […] conduce a perdere il senso della totalità» e «impedisce di individuare vie adeguate per risolvere i problemi più complessi»: n. 110): di qui scaturirebbe o, almeno, ne sarebbe largamente accentuata, l’irresponsabilità individuale e collettiva, che antepone «la ricerca egoistica della soddisfazione immediata» (n. 162), elevata per giunta al rango di una cultura retta da una «logica efficientista e ‘immediatista’» di derivazione economico-politica (n. 181), all’investimento in «processi» di lunga durata, i cui frutti si possono raccogliere soltanto riannettendo valore al «tempo» della storia e ai «ritmi della natura», piuttosto che allo «spazio» e alla «massimizzazione dei profitti» (n. 190).

Disinteressato, come dev’essere, alla previsione di strategie e programmi politici (più o meno riconducibili ai sogni libertari), questo papa non poteva essere più chiaro nella pronuncia del suo magistero sull’economia contemporanea e sulla natura delle ritornanti crisi: la ricerca di soluzioni alla crisi occidentale iniziata nell’agosto del 2007, tutte nel cerchio ristretto del finanz-capitalismo, sarebbe stata, per il santo padre, un errore catastrofico, perché, riaffermando riformisticamente il sistema, non potrà che esitare in «nuove crisi» (n. 189), come ‘la tempesta perfetta’ che spira dalla Cina in queste settimane sembra confermare. Inequivocabilmente e inutilmente.

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11 Risposte to "«La realtà è superiore all’idea» e «il tempo è superiore allo spazio». L’enciclica di papa Francesco sulla «cura» dell’ambiente"

Caro Daniele,
raccolgo volentieri il tuo invito a inserirmi nel dibattito. Ma, piuttosto che commentare il tuo intervento, lucido e interessante come sempre, mi permetto di riprodurre un mio contribuito apparso nel volume miscellaneo “Il fenomeno papa Francesco”, a cura di Nicola Giordano, Viverein, Monopoli 2014. Eccolo:
***
In una fase storica che segna il complessivo fallimento dei sistemi politici e delle varie ideologie, in anni in cui dominano il cinismo e la disillusione, l’angoscia e la disperazione, non può non avvertirsi con forza la ricerca di una nuova e alternativa dimensione spirituale, non può non prosperare l’aspirazione ad una vera e propria palingenesi, non può non alimentarsi il desiderio di una guida, di un “padre” capace di parlare con voce nuova al cuore dell’uomo.
Questa voce nuova mi è parso di ascoltarla nel momento in cui il cardinale Bergoglio, appena eletto Papa, ha fatto la sua comparsa sulla
loggia di san Pietro, “rivelando”, già nella prima apparizione, uno stile che, nella sua semplicità, ha subito manifestato i segni di una consapevole e ferma volontà di rottura dei modi tradizionali di rappresentazione della Chiesa.
Lo hanno immediatamente capito alcuni “cattolici” immobili e conservatori, paladini dei poteri curiali, che, come è ovvio, hanno voluto subito prospettare i rischi di una strumentalizzazione populistica dei suoi atteggiamenti e dei suoi gesti “sempliciotti”, e che, per quel che ricordo dei primi commenti successivi alla sua ascesa al pontificato, hanno addirittura colto, nella radicalità di alcune sue posizioni, il pericolo di una sottovalutazione del “principio di realtà” e di un preoccupante contrasto con la teologia e con la storia della Chiesa.
Ebbene, nonostante queste maligne insinuazioni, anzi proprio in considerazione delle sottili ragioni che le hanno ispirate, sempre più mi sono convinto che, a fronte dell’immobilismo delle altre istituzioni, la Chiesa è stata in grado, unica e sola, di porre, con l’elezione di papa Francesco, le premesse di una svolta storica, di una rivoluzione autentica, capace, forse, di recuperare le ‘pecorelle’ disperse, le anime smarrite di quanti non hanno trovato, nelle abituali e tradizionali pratiche pastorali, le motivazioni adeguate per una feconda persistenza nella fede, o per una profonda e convinta conversione, ma hanno, semmai, trovato le occasioni di un amaro disincanto. Il disincanto che nasce dalla incapacità o dalla scarsa volontà degli apparati ecclesiastici di combattere la corruzione e gli intrighi, di rimuovere i comportamenti scandalosi, di abbandonare le angustie dell’ipocrisia e le freddezze dell’astrattezza etica, di abbattere i muti dell’esclusione giustizialista, di valicare le barriere dell’integralismo, di abbandonare la mummificazione dei riti pomposi e appariscenti attraverso cui si veicola un’idea di lontananza che è in contrasto con lo spirito autentico del Vangelo.
Di qui il ‘miracolo’ dell’epifania di questo Pontefice, che, anche attraverso l’assunzione dell’impegnativo nome di Francesco, contro gli idoli della società contemporanea – in primo luogo il denaro -, richiama, appunto, la Chiesa alla sua natura spirituale, alle sue origini evangeliche, alla sua scelta di povertà.
Papa Francesco, con la sua virile umiltà, con la sua energica e limpida chiarezza, con la sua domestica quotidianità, con la sua “rivoluzione della tenerezza”, affidata allo slancio e all’eloquenza di gesti sinceri e significativi (significativi perché sinceri), è riuscito a far passare il senso di una concezione nuova del magistero pontificio.
L’impressione è che Egli voglia fare della fraternità e della misericordia gli strumenti di una pastorale che rinunzia alle parole di severa indignazione e sceglie parole di amore e di perdono; di una pastorale che, nel suo abbraccio solidale e fraterno, senza venir meno ai princìpi inderogabili, si apre ai non credenti, ai poveri, agli omosessuali, ai divorziati, insomma ai fratelli più bisognosi di comprensione e di aiuto.
Non si vuole, con questo, contrapporre il nuovo Pontefice ai suoi predecessori; è però indubbio che papa Bergoglio, per varie ragioni (che vanno dalla sua esperienza argentina alla sua formazione gesuitica) è riuscito più degli altri a farsi avvertire come “uno di noi” e a testimoniare una straordinaria coerenza fra le parole e le azioni, sicché più caldo e convincente risulta, implicito o esplicito che sia, il suo monito alla conversione.
Una conversione che riguarda ognuno di noi, ma che riguarda anche il mondo degli ecclesiastici, chiamati a vivere la vita vera del Vangelo, a “curare” gli altri e non se stessi, a recuperare la spiritualità della Chiesa delle origini, nel rifiuto delle contaminazioni mondane, delle lusinghe del potere, dei compromessi con il mondo della politica.
E’ una sfida necessaria e coraggiosa quella di papa Francesco. Non resta che sperare che Dio gli dia tempo e modo di portarla a compimento.

***

Grazie per l’ospitalità

Carissimo,

ho letto il tuo scritto su Papa Francesco.

Hai colto i passaggi più significativi del suo pensiero e del suo messaggio.

Io sono comunque pessimista: credo che i potentati economici e i poteri forti all’interno
della chiesa di Roma finiranno, come sempre per prevalere, e quella di Papa
Francesco, resterà una utopia, come quella di M. Luter King e tutti gli altri che
hanno rinunciato alla vita in nome di una utopia.

In ogni caso, è sempre meglio morire per un ideale piuttosto che vivere all’insegna
della moderazione, dell’immobilismo, e del trasformismo (vedi “Il gattopardo”).

Un abbraccio, mimmo Ribatti

Complimenti per questa lettura profonda e dettagliati dell’enciclica papale e di questi tempi postcapitalistici così complessi!
Personalmente posso aggiungere tre brevi riflessioni:
-la citazione di San Francesco ricorda alcune Pubblicità progresso che già negli anni ’70 utilizzarono come slogan a fini ecologisti il primo testo letterario italiano.
-già Pasolini nei suoi scritti corsari aveva previsto la rottura dell’alleanza tra la destra (e il capitalismo) e la chiesa.
-lo spirito del testo, diretto anche agli atei, sembra richiamare la cultura politica e letteraria sudamericana che spazia da Garcia Marquez a Vargas llosa, la loro carica critica verso il capitalismo di matrice nordamericana mescolata a uno spirito rivoluzionario e ad una visione del mondo occidentale osservato dal punto di vista di una periferia del mondo.

beh, ormai Vargas Llosa è già da tempo abbondantemente schierato a favore del neo-capitalismo occidentale… forse solo nei primissimi romanzi vi è la critica di cui parli.

Grazie, caro Daniele, per questo necessario “passaggio” sull’enciclica di Papa Francesco, che ha toccato davvero, e finalmente, il cancro scoperto dell’attuale società: arrogante e cinica, cieca e avvitata intorno al profitto come ago di una bussola impazzita che ci ha portati tutti a naufragare come coloro che affrontano un viaggio di salvezza verso un continente che sembra, un po’ tardi, svegliarsi sulle proprie colpe e sul proprio naufragio morale.

Articolo molto interessante, grazie Daniele.
In particolare volevo prendere spunto dal tuo riferimento alla crisi Greca per citare quanto ha detto ieri il Pontefice durante la Preghiera dell’Angelus: il suo caldo “invito” ( e non è il primo richiamo ufficiale che fa ai Vescovi, sordi ai suoi “suggerimenti”) ad ospitare in ogni Parrocchia, Monastero o Santuario una famiglia di profughi.
Accanto a questo stiamo assistendo a quanto accade in Ungheria o in Islanda (giusto per fare due esempi) dove la politica “reale” fatta dalla gente comune, supera quella dell’ipocrisia e dell’egoismo della Politica “eletta”.
Sarà davvero il momento di una rivoluzione fondata non su ideali, ma sulla solidarietà e sulla necessità del vivere comune cui la globalizzazione ci spinge?
Un amico biologo mi diceva che l’ecologia non è e non può essere una moda, ma è a tutti gli effetti una necessità dell’uomo se vuole sopravvivere.
Abbiamo due strade o una guerra continua per la sopravvivenza (mi sembra sia la scelta “dei potenti”) o una soluzione pacifica, più complessa e difficile che mi sembra (spero) di coglierne i barlumi.
Forse ho divagato rispetto al tema e ne chiedo scusa
Ciao, Alfonso

Grazie, Alfonso, e grazie a Claudio, Nando e Giuseppe che sono intervenuti subito prima. Sono anche molto lieto di vedere che la cara amica Luisa Cozzi, da Milano, abbia ribloggato il mio post in un sito che fa parte della rete di comunicazione che gira intorno all’Expo. I dubbi sottili di Giuseppe (che conosco da qualche anno), le speranze robuste di Alfonso (che conosco da quasi quaranta… ahiahi) non sono in opposizione gli uni alle altre; mi piacerebbe che fossero, invece, a reciproco sostegno e tutela.
E’ giusto sospettare, se questo serve da antidoto contro le fregature, ma è giusto sperare (persino sognare) se questo alimenta l’azione per costruire un mondo migliore a partire dal quotidiano. Quello che più di ogni altro aspetto mi interessa del ragionamento di Bergoglio è la sottolineatura di un aspetto ormai ineludibile della nostra civiltà decadente: non potremo attenderci alcuna inversione di tendenza, non costruiremo nemmeno un giorno di felicità, fintanto che demanderemo alla politica il compito di proporre soluzioni. No: quello che è irrinunciabile è una rivoluzione culturale o, se preferite il termine, una rivalorizzazione che sovverta gli assetti esistenti.
La dico ancora diversamente: molti di noi hanno sognato una redistribuzione delle ricchezze, ma io dico che essa non avverrà senza una preventiva ricollocazione delle idee, insomma una nuova gerarchia dei valori. Fino a che non ci convinceremo che non esiste una sola economia, perché nessuna economia è naturale, fino a che non saremo capaci di “scrivere” un altro mondo, l’umanità sarà sempre esposta alla credulità, attendendo che dall'”orizzonte ambiguo” appaia l’uomo del destino, l’eroe, lo stregone, il puer virgiliano… Già, un “puer”… In verità così rimarremo tutti ostaggi della ripetizione infinita di questo mondo, strangolati dalle trappole delle false contrapposizioni fra uguali, proprio come intuì Pasolini.
Mi perdonerete se vi lascio, però, con i versi di un altro poeta, che di crisi politiche e antropologiche la sapeva lunga:

A questo punto, a questa età indecisa
è troppo poco attendere che alfine
all’orizzonte ambiguo una figura,
un portatore di notizie appaia.
Tutto, se mai verrà, verrà dal fondo
di questa angoscia eterna senza nome
goccia a goccia durata e fatta mia:
questo solo, non spero altro soccorso.
Mario Luzi

Non ho letto l’enciclica dell’attuale pontefice, quest’articolo di Daniele mi ha aiutato non poco a carpirne e capirne i punti fondamentali. Indubbiamente credo che l’operato di Francesco rappresenti una cesura in confronto al passato, soprattutto se rapportato al modus “politico” dell’ei fu papa polacco, che non poco caos geopolitico apportò a certi equilibri mondiali. Credo però che, al contempo, non bisogna perder di vista ciò che il pontefice rappresenta; il mondo tende spesso a creare una dicotomia, che vede da un lato i”mostri” e dall’altro gli “eroi”… mi chiedo quante volte capiti che le due figure sian – in realtà – facce della medesima medaglia. Insomma, senza voler né santificare (a quello ci pensan i mielosi dialoghi scalfariani, già rammentati dal prof. Pappalardo) né demonizzare il santo padre, cerco di dire la mia o meglio, di porre altri dubbi, riguardo alcuni punti che la riflessione di Daniele fa suoi:
– Rivoluzione culturale: siamo sicuri che un messaggio papale serva davvero a solleticare una pur embrionale rivolta dell’animo? un primo tassello verso un modus vivendi differente e più leale nei confronti dell’uomo e del pianeta? Non saprei… ma sono scettico…pessimista, forse realista.
– Non fu già Pasolini a dirsi favorevole al progresso (intendendo quello personale, etico, morale, dell’individuo) ma contrario allo sviluppo (in senso capitalistico, soprattutto riferito all’azione delle destre)?
– L’aver dato lo IOR in mano ai tecnocrati non è forse indizio del fatto che, in fondo (e la storia insegna) i gesuiti son stati quasi sempre, in fin dei conti, i “politici” della Chiesa?
Grazie Daniele per l’invito alla riflessione.
saluti.

Avevo letto l’enciclica, incuriosito dall’argomento ma soprattutto spinto dalla simpatia per l’attuale pontefice e dall’apprezzamento delle molte, coraggiose novità del suo magistero, e delle incisive riforme da lui introdotte nel governo della Chiesa. Leggo ora l’intervento di Daniele, e trovo innanzitutto giusto e opportuno che egli abbia preso la parola in un dibattito finora monopolizzato dai vaticanisti di ogni genere, con il corollario delle glosse confidenziali e sentimentalistiche di Eugenio Scalfari. La voce di Daniele è originale anche perché si sottrae allo stucchevole confronto fra i realisti, che guardano con ipocrita ammirazione a un messaggio che giudicano utopistico (come se compito del papa non fosse anche quello di tenere viva la speranza), e i lealisti, la cui unica preoccupazione sembra essere quella di rassicurarci sul fatto che Francesco non è di sinistra. E invece al cuore della “Laudato si'” vi è una lucida diagnosi dello stato del mondo, dei mali che lo affliggono e della loro origine: argomenti su cui si è disinvoltamente glissato. Il merito principale di Daniele è di aver richiamato l’attenzione
su di essi.

Grazie per questo tuo contributo, Daniele. Aiuti ognuno a mai abbandonare la ricerca di senso e la fiducia nell’impegno, anche in assenza di Fede. Un veteroqualcosa come me ricava la certezza che … un altro mondo esiste … nel non permettere che chi mantiene quello attuale se la rida per sempre…. nel mettere insieme le tante Parole – che, quelle sì, sono Verbo, Nous, Storia e Me – che, se si trasformano in incontro, azione e… Comunione, possono creare una Nuova Energia. …Un mondo nuovo verrà costruito… se chi ci crede continuerà ad “approfittare” della propria posizione… come Papa Francesco, come te, come Gianni il mio Postino,  ….come me…
Grazie

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