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Grillo e la new economy

Posted on: 16/03/2013

di Daniele Maria Pegorari 

È appena apparso su L’osservatore quotidiano (blog legato alla giovane casa editrice marchigiana Sigismundus) un breve articolo del poeta-editore Davide Nota che rispolvera la nota contrapposizione fra old economy (industrialismo) e new economy (capitalismo cognitivo e postindustriale). Egli vi scrive, infatti: «Ha ragione chi sostiene che il passaggio da una società di tipo industriale e corporativo, animata da grandi raggruppamenti politici ed economici (e relativi grandi Spettacoli, nel senso che ne dà Guy Debord), ad una società di tipo inedito, il cui fondamento sia l’interazione reticolare tra piccole realtà individuali e micro-cooperative (ciò che si è chiamato negli anni ‘New Economy’, il nuovo popolo delle Partite iva) sia irrimandabile». E prosegue ipotizzando che il Movimento 5 Stelle altro non sia che la «proprietà privata di un gruppo economico che punta all’egemonia dei New Media», «un movimento populistico», cioè, «in cui l’allucinazione senza contenuti del vecchio Spettacolo novecentesco guida una massa priva di individualità», con lo scopo di mimare l’abbattimento di «un’intera ‘classe politica’» col fine reale di celebrare il «rito auto-assolutorio di un’intera ‘classe dirigente’». In altri termini, Nota parla del ‘grillettismo’ come di una nuova stagione del gattopardismo dei poteri forti nazionali.

Che il fenomeno Grillo-Casaleggio sia da indagare fino alle sue probabili radici economiche e forse anche lobbystiche è cosa non solo buona e giusta, ma anche irrimandabile. Non sono però sicuro che la questione sia interpretabile nei termini di un conflitto fra old e new economy, con i fenomeni comunicativi utilizzati quali strumenti di resistenza degli interessi industriali old style. Questa era, come si sa, la vecchia posizione del filosofo Mario Perniola, che nel 2004 costruiva intorno a quest’ipotesi il suo saggio Contro la comunicazione. Ma di quel formidabile libretto tale ipotesi economica era, a mio parere, la parte più fragile e da superare.

La liquidità della comunicazione contemporanea è del tutto funzionale (come ha dimostrato il sociologo Luciano Gallino) alla nuova economia postindustriale (anzi è essa stessa il suo settore strategico più dinamico) che si regge sulla rapidità dello scambio delle informazioni, sul potere di orientare i mercati e sulla trasformazione del lavoro stesso in merce, cosa del tutto distruttiva: una tale condizione non sarebbe stata possibile in regime di old economy, mentre la nuova economia ‘liquida’, lungi dal liberare la creatività e la conoscenza, come vaticinava Perniola, precarizza l’esistenza e non rivoluziona i meccanismi di distribuzione della ricchezza. Credo, allora, che la chiave di lettura del ‘grillettismo’, se vogliamo cercarne le profonde spinte macroeconomiche, sia piuttosto qui: si tratta forse di una leva tutta interna al sistema ‘comunicazione/new economy’, per distruggere gli antichi apparati fondati sulla concertazione fra parti sociali, sulle dinamiche di classe (regolate dai contratti di lavoro e dalla dialettica fra i partiti come corpi intermedi della società) e sul potere sovrano degli Stati (e delle confederazioni sovranazionali) come spazio di sintesi delle spinte centrifughe e cannibalistiche del consorzio umano?

Sarei superficiale se dessi con certezza una risposta affermativa a questa domanda: ma è in questa direzione che mi riprometto di indagare, se penso, ad esempio, all’inedito attacco che i grilletti stanno portando non solo ai partiti, ma anche ai sindacati e agli organismi europei. Badate: non ai contenuti delle loro politiche (sempre contestabili, certamente), ma alla loro stessa esistenza. D’altra parte, non aiuta additare, come fa il mio amico Davide Nota (pur ottimo analista politico) il carattere «monolitico» e «verticistico» del M5S come presunta prova del suo reale intento restaurativo e non libertario e ‘liquido’: proprio Perniola (e altri prima e soprattutto dopo di lui) hanno studiato e dimostrato il carattere fintamente democratico e orizzontale (e invece aggressivo, psicotico, fascista ed esoterico) della rete.

A me il grillettismo pare il più logico frutto del web e del capitalismo informazionale (io non lo chiamo cognitivo), piuttosto che il cavallo di Troia che vuole neutralizzarne la bontà progressiva, invero illusoria.

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4 Risposte to "Grillo e la new economy"

fermo restando che l’Italia è all’interno di un blocco economico (l’Europa) e che soltanto restando all’interno di questo blocco l’avvenire del paese può essere preservato a un livello minimo di benessere, ritengo che parlare della nuova economia «liquida» sia un po’ come parlare del mare: ci stiamo tutti dentro, e ci resteremo anche se lasciassimo l’Europa per tornare alla Lira. Io non demonizzerei la democrazia liquida e l’economia liquida di per sé: esse non sono un Male ma un Bene, credo, o meglio un Male minore. Il problema va visto all’interno di un quadro politico, come quello italiano, che deve fare i conti con il COSTO DEL CONSENSO POLITICO che la prima e la seconda repubblica ha lasciato in eredità a noi e alle future generazioni: 2000 miliardi di euro non è una cifra da poco.
La CRISI italiana va vista in questo duplice binario: crisi interna del sistema di potere e crisi esterna legata ai mercati europeo e internazionale.
A questa CRISI i partiti degli ultimi 20 anni hanno reagito come gruppi di interesse, portatori di visioni di piccolo cabotaggio, di interessi particolaristici; non hanno mai guardato al di là del proprio naso, non hanno mai avuto un PROGETTO per l’Italia, si sono limitati a gestire il potere e il sotto potere, le cointeressenze negli appalti, nelle banche nelle innumerevoli fondazioni, nei giornali, nelle università inutili, nella burocrazia, nelle Regioni inutili, nelle Province inutili etc. con un dispendio di risorge geometricamente gigantesco.
Ricordo le parole del compianto Berlinguer:

«L’austerità … può essere adoperata come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate».

«I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti».

Io vedo nel M5S invece una risorsa da utilizzare per costruire una democrazia più compiuta; ma questo non dipende solo dal M5S ma anche dagli altri partiti, i quali però sono i corresponsabili dello sfascio dei conti pubblici e del marciume (il costo della corruzione in Italia è, a detta della Corte dei Conti) attorno ai 60 miliardi di euro. I fatti sono questi, qui non c’entra la new economy o la old economy: qui c’è lo sfascio dei partiti tradizionali che hanno contribuito allo sfascio dei conti dell’azienda Italia.
Ritengo quindi che occorra ripartire da una sana AUSTERITA’ per correggere il peso della CRISI ECONOMICA che finora è stata sopportata dai ceti più deboli e dalla piccola imprenditoria che costituiva l’ossatura dell’economia italiana.
Occorre un programma di riforme coraggiose, occorre un Progetto per una nuova democrazia. Chi ce l’ha? il PDL?, il PD? il M5S?

Nell’epoca delle contraddizioni multiple, dei salti mortali e dei comici al potere ci può stare tutto, probabilmente. Ma mi devi spiegare, Giorgio, come sia possibile mettere insieme il sostegno al grillettismo e l’austerità. Ti ricordo che l’austerità invocata dall’indimenticabile e irripetibile Berlinguer passava attraverso l’assunzione di responsabilità di un partito che si riconosceva pienamente all’interno di un arco costituzionale, metteva da parte velleità rivoluzionariee, soprattutto, riconosceva e persino legittimava l’avversario. Solo così fu persino possbile prefigurare la partecipazione del maggiore partito comunista d’Occidente al potere. E solo all’interno della pacificazione sociale che ne conseguiva era possibile immaginare il coinvolgimento della società in un cammino di sacrificio e di solidarietà. Niente di tutto questo è riferibile al grillettismo, i cui primi dati caratterizzanti sono il misconoscimento degli avversari, l’assenza di collaborazione e lo sfscismo del “tanto peggio tanto meglio”. Quanto alla decrescita, sono molto d’accordo con GIANMARIO: è una teoria che avrebbe offerto ai partiti della sinistra storica molti seri argomenti per la costruzione di un pensiero nuovo intorno ai temi dell’eguaglianza, dell’ecologia, del lavoro e della democrazia. Se soltanto ci avessero creduto…

Continuo a preoccuparmi di questa “classe media di tre miliardi di persone” che, in un ipotetico futuro di Cina “evoluta”, il pianeta dovrebbe sopportare, alla faccia dell’economia sostenibile. Io ho ancora 20 anni di vita, stando alle statistiche, ma non mi auguro codesta società, né la auguro a quelli che verranno. Hanno ragione quelli della decrescita, se la intendono innanzittutto come redistribuzione di quello che c’è (e credo che ne avanzi!), dismissione delle attività nocive e ricerca di fonti energetiche pulite, incremento delle attività utili alla vita e decremento di quelle inutili, oltre al ritorno a una finanza reale e non “creativa” (che sembra fatta apposta per finanziare il superfluo).
C’è una crescita del tenore di vita ma dovrebbe esserci anche una crescita del benessere: il benessere non è affatto aumentato dagli anni ’50 della mia infanzia e anzi, decisamente peggiorato. Non c’è più solidarietà sociale neppure nei paesi e nei borghi, le persone bisognose sono sempre più sole e lasciate in balìa di loro stesse, la televisione ci monopolizza e siamo impreparati ad affrontarla, l’arte langue, la poesia peggio, i circenses abbondano e sono visti come un diritto quasi da “paniere”, gli stupidi e gli incapaci fanno carriera e ci assordano, i presuntuosi hanno preso il posto degli intellettuali, il web ci rincoglionisce peggio della TV e ci troviamo vuoti, tristi, insoddisfatti e poveri, senza lavoro, ricattati per sopravvivere. Se questo è il benessere della “New economy”, meglio la povertà degli anni ’50 (e so che cosa sto dicendo perché l’ho provata).
Siamo un’epoca senza cultura, sappiamo tutto, siamo laureati, le nostre conoscenze sono cento volte quelle di un “uomo di strada” di 60 anni or sono, ma siamo senza sapienza, senza cultura vera che è il saper vivere.
I grillini sono, in gran parte, parto di questa civiltà rincoglionita da troppi stimoli, incapace di scegliere perché privata di senso critico e di cultura vera, spinta da un senso di giustizia ma senza gli strumenti critici per poterla ottenere, pronta ad abboccare a qualsiasi amo, dal più sciocco, quello berlusconiano, al più arrabbiato, quello grillino. Circenses dappertutto, anche in politica.
Io nego al M5S lo status di pensiero economico, anche se molte delle sue idee sono da me condivise e Grillo a tutt’oggi è fra i miei comici preferiti – ma vibaddio faccia il comico, che lì è bravo e le cazzate ci stanno bene perché lo spettacolo è il contesto giusto del suo pensiero: la vita non è la sua rappresentazione comica, ancorché amara, ma è qualcosa di molto più complesso.
Il M5S in realtà non porta nessun cambiamento: vuole soltanto una “new economy” controllabile e giusta, il che è più o meno una contaddizione logica. La sua dimensione è quella economica, non umana. Noi abbiamo invece bisogno di una teoria e di una prassi economica antropocentrica ed ecologica o naturocentrica. Il resto è menare il can per l’aia e allontanarsi sempre di più dal progresso inseguendo le magnifiche sorti e progressive dello sviluppo, che ci hanno portato a questa tremenda crisi che non potrà essere risolta, perché i mercati non vogliono risolverla – e con loro, sono convinto, anche qualche potenza economica mondiale e qualche Stato -.
Il M5S-pensiero, non esce dall’orizzonte neo-liberista e dalla new economy anche se, per certi versi, vuole differenziarsi ed imboccare una via diversa. É soltanto un movimento di reazione, di contrapposizione, per nulla interlocutorio ma chiuso e verticistico, per nulla razionale ma più vicino al pensiero mitico delle società e delle organizzazioni basate sul pensiero carismatico, per nulla collettivo anche se tale viene contrabbandato. M5S pretende un atto di fede e cade bene in una società che ha bisogno di credere che qualcosa possa funzionare per il meglio e vi sia una via semplice per farla, un modo per ottenere tutto e subito… La dua grande responsabilità culturale potrebbe invece essere il suo fallimento del M5S dopo la vittoria, con il portato di disillusione che farebbe precipitare la gente sempre più nella spirale della disperazione, sempre più pronta a dare ascolto a qualsiasi ciarlatano che la faccia sognare. La libertà è invece, credo, qualcosa che si guadagna giorno per giorno, con la vera partecipazione alla vita democratica che si riassume nello spirito critico e nella capacità di con-vincere e mediare le contrapposizioni.

Personalmente ritengo che il fenomeno M5S sia da osservare con il medesimo sospetto con cui i molti che oggi si impegnano in una dettagliata analisi gillina hanno dimenticato di usare con il resto dei partiti.
Detto ciò, va diviso il discorso in due: da un lato le questioni economiche e neweconomiche a livello globale; dall’altro le questioni politiche “in-house”.
Fondamentalmente, il M5S esiste perché, se si esclude il 25% degli italiani che ne ha abbastanza di tutto e tutti, del rimanente 75% una gran parte ha deciso di smettere di credere alle baggianate che ci ripetono ormai da tempi preistorici.
Ovviamente il M5S non è la soluzione, non è la verità e non è il meglio che potesse accaderci. Più semplicemente, il M5S rappresenta un possibilità di scardinamento di meccanismi ormai naturalizzati – e, certo, per fare una frittata bisogna rompere delle uova.
Il fatto comunque è che il problema che si voleva creare è stato creato, che le difficoltà che si volevano produrre sono state prodotte. Pericolo di instabilità? sofferenza del Paese? ma con cosa ci stiamo paragonando? con ieri o con gli anni del boom economico?
Ritornando al discorso, dopo aver indebolito anche se non definitivamente le figure reggenti della politica italiana, il secondo passo è la modificazione della porcata elettorale – e vedremo se e in che termini ciò verrà fatto. Modificata la legge elettorale, allora bisognerà cominciare a votare davvero. E chi vivrà vedrà.
Partire con il pregiudizio nei confronti di un movimento sicuramente nuovo e decisamente ambiguo potrebbe farci perdere l’occasione buona per un cambiamento dello status quo politico (o un suo tuentativo, almeno).
Se consideriamo le questioni economiche (sia macro che micro), il M5S può fare ben poco.
Possiamo parlare, se volete, delle nuove relazioni tra comunicazione e new economy; nel frattempo però, ci stanno/stiamo trasformando nella nuova Cina: in principio era il capitalismo industriale e l’occidente ricco a spese del resto del mondo; poi venne il capitalismo finanziario, visto che è evidente anche per un bambino l’impossibilità di un crescita perenne praticabile solo ad un livello matematico e teorico; poi venne il fallimento del capitalismo finanziario che, basato sul principio teorico della continua crescita e separato quasi totalmente dalla economia produttiva, ha sfornato denaro dal nulla esagerando con le equazioni.
Ora ciò che sta succedendo è un ritorno alla economia produttiva dopo la scoperta dell’oriente nelle vesti di bacino di consumatori piuttosto che della manodopera produttiva a basso costo.
L’Europa si situa geopoliticamente tra l’impero americano (considerate pure le due americhe) e quello orientale (principalmente cina e india).
Con gli sviluppi tecnologici che ci permettono ora di avere minori necessità di manodopera in termini numerici (ogni uomo può gestire 10 macchine che producono come 1000 operai), si stanno invertendo le parti: invece di avere 500 milioni di ricchi consumatori e 6 miliardi di morti di fame, avremo 6 miliardi di ricchi consumatori e 500 milioni di morti di fame che produrranno tutti i beni di consumo.
Non accadrà domani, ma è questo, in fondo, ci`po che sta succedendo: ora dall’italia le fabbriche si spostano in polonia, in slovenia o in cina, ma solo come forma di ricatto e come modo di abbassare i salari attraverso lunghi periodi di disoccupazione, alimentando la scarsa domanda di lavoro all’interno di una gigantesca offerta di manodopera che abbassa ovviamente i prezzi.
Quando i prezi saranno sufficientemente bassi e i cinesi si saranno sufficientemente arricchiti formando una classe media di 3 miliardi di persone, allora le fabbriche torneranno in italia a produrre per loro.
IN una situazione cosa può fare il M5S? Assolutamente nulla. Come nulla può fare il PD o il PDL.
ÇIn teoria, a questo punto dovrebbe intervenire la società civile che dovrebbe essere socialmente avanzata, culturalmente preparata e politicamente cosciente e globalizzata. Ma siamo ancora molto lontani da tutto questo. E la colpa non è certo di Grillo.

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